Beatles: recensione di The Beatles

22 Novembre 1968.
I Beatles pubblicano il loro nono album in studio, disco omonimo che tutti però conosciamo come White Album.

La copertina, completamente bianca come dice il nome, era stata scelta in antitesi con quella di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, straripante di colori, figure umane, un vero e proprio collage di teste, che, come se non bastasse, erano contornate da piante e fiori.

Ci voleva un taglio netto, perché i Beatles erano cambiati, ancora una volta andavano in una direzione diversa, solo che stavolta ognuno andava per la sua. Ma di questo parleremo dopo.

Dunque, sfondo bianco e nome della band, e dell’album stesso, del medesimo colore, leggermente in rilievo. Facile l’associazione col Black Album dei Metallica, anch’esso omonimo e monocromatico, ma naturalmente lontanissimo per genere e opposto nel colore.

Il White Album doveva inizialmente chiamarsi A Doll’s House, con un apparente richiamo ad un’omonima opera teatrale, ma i Beatles vennero preceduti dal gruppo inglese rock dei Family, che nell’agosto del 1968 aveva esordito sulla scena musicale con il proprio LP Music In a Doll’s House. A quel punto, fu interpellato l’artista Richard Hamilton, che suggerì un titolo essenziale, sua anche l’idea della copertina, e così nacque The Beatles.

I Fab Four erano appena tornati dal loro viaggio spirituale in India, dove si erano invaghiti del guru Maharishi, un ciarlatano in cerca di fama, che ebbe però il merito di aprire le loro menti e contribuire così alla loro crescita compositiva.

Il bagaglio con cui i Beatles tornarono dall’Oriente consisteva in una trentina di brani. George Martin aveva in mente di selezionare i migliori per ottenere un prodotto di altissimo livello, ma John, Paul, George e Ringo si erano impuntati sull’idea di un doppio album e Martin ebbe la peggio.

Cos’è il White Album? Per lo più un ensemble di pezzi solisti, un collage fatto dalle creazioni di menti singole, di quattro amici che ne avevano passate tante insieme, il cui equilibrio come gruppo cominciava, però, a vacillare.

Colpa di Yoko Ono? Può darsi. Sarebbe successo ugualmente? Probabilmente sì, perché quando si cresce, non sempre lo si fa nella stessa direzione e alla stessa velocità. Fatto sta che la registrazione di questo disco capolavoro fu parecchio turbolenta. Ognuno incideva per i fatti suoi, o quasi.

Lennon aveva violato la sacralità dello studio di registrazione portandovi Yoko; addirittura il mansueto e giocoso Ringo se n’era andato in vacanza con la famiglia in Sardegna, lasciando la sala d’incisione e momentaneamente anche il gruppo stesso, venendo sostituito alla batteria da Paul McCartney in un paio di pezzi. Poi il clima si distese e Ringo tornò, ma questo per farvi capire quale fosse l’aria che si respirava negli studi della Apple Records.

Il risultato fu tuttavia stupefacente, The Beatles è considerato uno dei migliori album della band di Liverpool, con una varietà di generi incredibile, sperimentazioni sonore, brani innovativi e immortali. (Tra l’altro, ne è appena uscita una versione rimasterizzata per il cinquantesimo anniversario, con materiale inedito, che vi consiglio di acquistare, se siete appassionati del genere).

Dall’energia rock di Helter Skelter, antesignana dell’heavy metal, alla delicatezza dell’acustica di Blackbird (entrambe di McCartney), il disco comprende alcuni brani avanguardisti, penso alla tanto amata quanto odiata Revolution 9 di Lennon, e altri pezzi più classici come Yer Blues, che, come dice il titolo, non è altro che una bella canzone blues, sempre di Lennon, o Back in the USSR, un tipico brano rock ‘n’ roll in stile Beach Boys.

Ma la punta di diamante del White Album è targata George Harrison che, con la collaborazione di un certo suo amico, un tale Eric Clapton, sigla il capolavoro While My Guitar Gently Wheeps, uno dei brani più emozionanti di tutta la discografia Beatlesiana.
E quanto sono belle, nella sua semplicità Birthday, e nella sua stravaganza Happiness is a Warm Gun? I bei pezzi, in questo disco, non mancano di certo.

Da anni imperversa il dibattito tra i fan su quale sarebbe dovuta essere la forma di questo album. Aveva ragione George Martin? Sarebbe stato meglio un disco unico, senza punti morti o brani riempitivi?

Forse sì, alcuni pezzi di The Beatles sono decisamente trascurabili, ma d’altro canto gli artisti erano loro, i quattro baronetti, e se il loro estro creativo in quel momento gli ha suggerito di percorrere la strada del doppio album hanno fatto bene a seguire il loro istinto, i risultati in termine di vendite e consensi lo dimostrano.

Inoltre, ragionare per se e per ma a cinquant’anni di distanza ha davvero poco senso, le cose vanno sempre come devono andare, è inutile rimuginare sul passato, Yoko Ono compresa. Possiamo solo ringraziare i Beatles per averci regalato questo capolavoro imprescindibile.

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