Diaframma – Siberia

DIAFRAMMA – “SIBERIA”.

Correva l’anno 1984, ben 35 anni fa, quando i Diaframma pubblicavano il loro debut album in studio dal titolo ‘Siberia’, un vero e proprio diamante grezzo della musica italiana degli anni ’80.

Quel decennio ci viene raccontato come una meravigliosa messinscena, la promessa dell’eterna giovinezza, dell’eterno presente, una finta bolla mediatica coloratissima e griffata. Nel 1984, l’Italia si scontrava ancora con l’aumento del debito pubblico, la cassa integrazione e gli attentati terroristici. Gli ’80 sono stati gli anni dello sviluppo delle arti grafiche, tra pubblicità, cinema e video musicali, delle riviste musicali cartacee, dell’illusione di vincite milionarie nei quiz e delle risate registrate. Qualcuno potrebbe considerare quel periodo storico come un gigantesco Truman Show. Nel 1984 c’era ancora la Guerra Fredda tra gli Stati Uniti e la vecchia Russia (U.R.S.S.), che sarebbe finita alla fine dello stesso decennio, con l’avvento della perestrojka e la glasnot di Gorbaciov, assieme all’evento epocale della caduta del muro di Berlino. Era finita da poco, proprio all’inizio degli anni ’80, la seconda ‘crisi energetica’, cominciata nel 1979. Dal secondo dopoguerra, l’economia dei paesi industrializzati dipendeva fortemente dal petrolio proveniente dai paesi mediorientali, che avevano il monopolio sulla produzione e l’esportazione del greggio. Questa crisi portò inevitabilmente inflazione, disoccupazione, instabilità sociale, conseguente violenza e scontri in piazza tra popolo e forze dell’ordine.

Tornando alla musica: nel mondo spopolava ancora ‘Thriller’ di Michael Jackson, mentre stavano acquistando notorietà e successo nuove realtà elettro-dance/new wave come Culture Club, Duran Duran, Spandau Ballet, Cindy Lauper, Madonna e Depeche Mode, in Italia, invece, dominavano la scena commerciale interna Vasco Rossi e i Righeira, mentre, contestualmente, cresceva l’interesse per la scena new wave nostrana con epicentro Firenze, grazie a gruppi come Diaframma, Litfiba e Neon. La sfavillante scena bolognese degli anni ’70 dei Morandi, Guccini, Dalla, Gaznevada e Skiantos, era stata scalzata dalla scena locale rock indipendente fiorentina, nella città di Dante Alighieri, Amerigo Vespucci, Brunelleschi e Carlo Conti, in quello che potremmo definire un primo esemplare di Firenze Rocks, ma completamente autoctono. In quel contesto sociale, i Diaframma realizzarono un prodotto musicale di culto come ‘Siberia’, dal sound freddo e tenebroso, così come già anticipava l’atmosfera della copertina. In questo disco, scritto interamente dall’allora chitarrista e oggi unico superstite del gruppo Federico Fiumani, emerge la rabbia e l’urgenza adolescenziale di esprimere un nuovo tipo di rock, sull’onda del successo della new wave post punk britannica di fine anni ’70 dei Joy Division, New Order, Clash, Sex Pistols, Echo and The Bunnymen, etc. Del resto, sappiamo tutti che in Italia le cose arrivano sempre con una leggera differita.

Forse, Diaframma e Litfiba erano la versione moderna di guelfi e ghibellini. Ma chi era l’uno e chi gli altri?

In quegli anni, parecchi volevano imitare Ian Curtis oppure Ian McCulloch, mentre Miro Sassolini si distingueva per la sua voce potente, profonda, quasi lirica, più simile al David Byrne del 1977, e per i suoi assoli di sax, una sorta di David Bowie trapiantato nella valle dell’Arno. L’album esordisce proprio con il pezzo che gli dà il titolo, probabilmente uno dei brani più evocativi e rappresentativi dell’intera discografia dei Diaframma. Immagino che Federico Fiumani sia pressoché esausto di riproporla ad ogni sacrosanto concerto, ma è uno che non si risparmia, che non delude mai i suoi fan, vecchi e nuovi. Le parole di Fiumani sono pura poesia, decadente e malinconica, sulla falsa riga di Tom Verlaine dei Television, di Jim Morrison. Il brano, così come l’intero disco, è l’esaltazione del sentimento di malessere ed inquietudine dell’essere umano, attraverso la poesia bohemien francese di metà ‘800. L’atmosfera oscura e glaciale di ‘Siberia’, “Il ghiaccio si confonde con il cielo e con gli occhi…”, si attenua alla fine, con un messaggio che sa di speranza, di esistenzialismo Camusiano, “Poi in un momento diverso dagli altri, io coprirò il peso di queste distanze”, che fa pensare ad una transizione mentale in un tempo indefinito, che porterà alla riscoperta di un fuoco sotterrato, latente, che risiede nel nostro inconscio, nelle nostre paure, nei blocchi della nostra mente. Questo sentimento, inevitabilmente, mi riporta alla mente le liriche dei The Sound di Adrian Borland; in particolar modo, mi ricorda un brano del 1980, ‘Resistance’, in cui Borland cantava: “Perso nel bagliore, sono sotto la neve”.

La neve ritorna, nasconde sempre qualcosa, come un tappeto, come una casa, come momento di difficoltà, di crescita, da affrontare ciclicamente.

Sappiamo bene che cantare in italiano rappresenta una bella sfida per i cantautori: l’italiano non si sposa facilmente con la struttura-melodia della canzone, tant’è che molti, nel passato, hanno optato per la più adattabile lingua inglese, come fecero i Neon, o per l’accomodante dialetto, come fece De Andrè.

I Diaframma riuscirono ad equilibrare parole e musica, e te ne rendi conto quando il ritornello di ‘Amsterdam’ ti entra in testa e non vuole saperne di uscire, “Dove il giorno ferito, impazziva di luce”, che poi è un attimo che ti scappi ad alta voce, in pubblico, e ti prendano per matto. Questa canzone verrà reinterpretata dai Diaframma nel 1985, con la collaborazione dei Litfiba.

‘Delorenzo’ racconta il senso di colpevolezza e di impotenza di fronte allo stato d’animo del rimorso,

“La mia parte di strada porta a qualcosa di triste”, e la rassegnazione alla noia tanto cara ai poeti maledetti, “La mia sola alleata, che mi ha seguito ovunque”.

L’atmosfera dark delle linee di basso si fa sempre più sinistra, nichilista, alienante e pericolosa nei brani ‘Specchi D’Acqua’ e ‘Memoria’, fino al raggiungimento dell’autodistruzione nel ‘Desiderio del Nulla’.

Fiumani è stato, ed è ancora oggi, un cantautore che dipende dalla poesia, dalle metafore e dalla simbologia per spiegare ed interpretare la vita, dalla cultura come un mantra imprescindibile, dell’estetica della forma, dal virtuosismo, dall’elogio della sua solitudine, fregandosene delle esigenze commerciali dell’industria musicale, ed è forse anche per questo motivo che la sua musica è sempre stata un’arte di nicchia, di culto, per veri affezionati del genere. “Si, perché per molti la musica è passione, mentre per altri è una religione”. (Cit. Federico Fiumani)

‘Siberia’ è un capolavoro imprescindibile della musica italiana, un disco sanguigno, punk, a tratti violento, che non rinnega l’importanza dei ricordi, dei fantasmi del passato, che celebra la memoria dei partigiani e non si piega alle mode, ai cliché, che se ne frega dei riflettori, ma che invece preferisce l’umidità e l’odore della lotta dei locali fatiscenti.

‘Siberia’ è un lampo improvviso in una notte oscura di fine gennaio, illuminata dalla sola luce fuori dei neon, un diamante grezzo che ancora oggi sopravvive tra sogno e realtà. Nessuno può fuggire da se stesso, ed evidentemente, qualcuno, più di altri, era destinato al peso della sensibilità.

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