Edda – Fru Fru

22 FEBBRAIO 2019

WOODWORM REC

Genere: disco funky pop

Dal suo debutto da solista sono trascorsi ormai parecchi anni e ancora oggi Stefano Rampoldi, in arte Edda, racconta le sue storie, i suoi flussi di pensiero, la sua duplice personalità di uomo e artista, con tenerezza, cinismo, dolcezza, ma in modo meno irruente ed autolesionista.

Sembra appartenere al passato quel nichilismo di Something in the Way dei Nirvana, mentre rimane la graziosa utopia della salvezza spirituale.

Tutto questo, però, Edda lo ha portato avanti con un comun denominatore interiore, ossia quello di non prendersi mai troppo sul serio, sempre a metà tra la tragedia e la voglia di sorridere dei guai, comunque di guardare avanti.

Il 22 febbraio Edda ha pubblicato il suo quinto album solista dal titolo FRU FRU, in una veste sonora, curata dall’ormai inseparabile amico Luca Bossi, completamente inedita rispetta al recente passato. A Bossi vanno riconosciuti i meriti per aver fatto un egregio lavoro sul sound di questo disco, cogliendo quelle che erano le intenzioni di freschezza e spensieratezza di Stefano, per questo suo ultimo prodotto.

Il ‘nuovo’ Edda ci regala sonorità synth, più radiofoniche, più orecchiabili, più affini al suo gusto musicale, sulla falsa riga di quei classici motivetti della musica leggera italiana del passato, con quei ritornelli che ti rimanevano impressi.

Del resto, lo ha dichiarato Edda stesso, che a lui il rock non è mai piaciuto. E ce lo ha dimostrato appieno con questo nuovo album.

Dalle numerose recensioni sul web, abbiamo potuto leggere di tutto, anche di un Edda paragonato a Raffaella Carrà. Ma, forse, l’intento di Edda era proprio questo.

Del resto, come dice Edda stesso: “Com’è bello far l’amore da Trieste in giù, è un pezzo che spacca”.

C’è dunque un rinnovato desiderio di leggerezza da parte di Stefano, lo si capisce già dal titolo del disco e dalla sua copertina, sulla quale è raffigurato il famoso biscotto wafer, che nel Nord Italia chiamano proprio Fru Fru, su uno sfondo color tuorlo d’uovo, oppure arancione Hare Krishna, fate voi.

Apre le danze, nel vero senso della parola, la canzone E SE: ad un primo ascolto, memori del passato recente e lontano di Edda, viene da chiedersi, ma che è sta roba disco funkeggiante? Dove sono finite quelle belle schitarrate rabbiose di Stavolta Come mi Ammazzerai?

E SE comincia con il verso “E se mia madre mi rendesse padre, è incesto. E se mio figlio mi nascesse morto, è meglio”, e continua con “Fammi godere con le dita”.

Quale miglior incipit per mettere le cose in chiaro sin da subito. Le parole di Edda trasmettono sempre la stessa elettricità: viscerali, impopolari, provocatorie, pornografiche. Testi che arrivano dritti alla bocca dello stomaco e poi giù, come un sospiro in fondo ai piedi.

Il riff disco funky di THE SOLDATI ricorda parecchio il sound Daft Punk feat. Pharrell Williams di Get Lucky, in cui Edda storce un pò il naso nei confronti di quel genere di musica italiana troppo piaciona e paracula “Non c’è molta distinzione tra un cantante e un coglione”. Come dire, per fare il cantante non bisogna essere così intelligenti. “Non dovete badare al cantante”, come cantava Ligabue parecchi anni fa.

THE SOLDATI è un bel tormentone estivo fuori stagione. Già me lo immagino Edda col casco dei Daft Punk che sculetta e balla la breakdance in mezzo alle luci stroboscopiche, e noi sotto il palco a cantare “Sono frocio a Natale, sono quello che ti pare”.

Imprescindibile invece la musa ispiratrice Matia Bazar, tanto cari a Stefano, nel brano ITALIA GAY.

“E tu come fai, tu che non muori mai”. Cos’è che non muore mai? Probabilmente l’omofobia, le discriminazioni sociali, di cui siamo ancora oggi vittime e carnefici. Stefano vorrebbe un’Italia più gaia, meno classista, senza la censura mentale e opprimente dei tabù.

Non è un caso la citazione “Un’ora sola ti vorrei”, tratta dalla famosa canzone di Umberto Bertini del 1938, un classico della musica italiana durante il periodo fascista, riportato al successo popolare parecchi anni dopo da interpreti come Ornella Vanoni e Giorgia.

EDDA è invece un tenero omaggio di Stefano a sua mamma, scomparsa di recente.

La sofferenza della vecchiaia è un dolore per chiunque: c’è chi idealizza la morte come liberazione dell’anima da un corpo ormai stanco che si trasforma e rinasce sotto altre forme, che, in linee generali, è il credo spirituale degli Hare Krishna.

Dagli anni ’80 Edda ha sposato il pensiero di questa dottrina orientale, non a caso è anche vegetariano, anzi, vegano.

Il tema Hare Krishna torna nel brano SAMSARA, che nel significato equivale al Nirvana. Edda fa riferimento ai valori del sacrificio, della privazione, del rispetto di ogni forma di essere vivente, del rifiuto di ogni forma di violenza. Ti sembra facile al giorno d’oggi?

Le religioni orientali sono molto devote agli animali, li considerano sacri e dotati di un’anima, al pari degli esseri umani, e perciò intoccabili.

In questa canzone, Edda elogia l’operato di San Francesco, che parla agli animali, e bacchetta Sant’Agostino, che invece mangia gli animali.

Come dire, è vero, i santi sono tutti santi, ma poi, alla fine, ci sono santi e santi.

VANITÀ fa pelo e contropelo alle sonorità degli Strokes di Comedown Machine del 2013.

“Preferirei saperti di un’altra, che giri i musei, che lecchi la fica, e bevi l’aranciata, Piuttosto che averti, e di vederti soffrire”. Somiglia ad una dichiarazione d’amore incondizionato. La forza di lasciare andar via qualcuno a cui teniamo e la vanità del nostro ego. Chissà, l’ho voluta interpretare così.

A volte le parole di Edda sono come carezze, verso tutti quelli incasinati come lui, incasinati come tutti noi. E allora VELA BIANCA suona come una dedica a qualcuno, oppure semplicemente a tutti noi.

“Noi diseredati dalla vita, aspettando il godimento, lo percorriamo in salita”. Questo è il senso di ABAT-JOUR. “Con tutto quello che guadagno cosa mi posso comprare?”. Al massimo una lampada da pochi euro.

OVIDIO E ORAZIO parla degli anni del liceo, dei primi impulsi sessuali. Poi crescendo, hanno davvero un’utilità pratica tutti quegli studi classici quando invece devi far fronte ai casini della quotidianità, della realtà, del sesso e dell’amore?

“Sputami in culo, io son già bagnata”, non mancano i riferimenti sessuali espliciti, provocatori e impopolari. Del resto è così, viviamo in un contesto culturale in cui la forma è importante, di grande suscettibilità, mentre siamo circondati quotidianamente da immagini atroci.

“Ovidio e Orazio mi avete rotto i coglioni, preferisco i santi, almeno quelli lo fanno bene”.

Sicuramente, Orazio avrebbe trovato miglior rima nella parola ‘cazzo’, ma poi non avrebbe rispettato la lunghezza della nota, ergo serviva una parola più lunga che rendesse comunque l’idea.

E così, in maniera del tutto naturale, mi ritrovo a cantare quel ritornello così accattivante “Tu che non hai, più bisogno di me, sono quella che sono, non un’erezione”.

Chissà come verrebbe accolto oggi Cristiano Malgioglio con il suo Gelato al Cioccolato.

Alla fine, non credo ci sia affatto tutta questa necessità di interpretare ogni singola parola di un artista come Edda.

Anche all’interno di uno stesso testo, sembrano convivere più idee, in apparenza addirittura scollegate tra loro, ma è il suo modo di scrivere, imprevedibile, istintivo, funzionale e divertente.

A volte è bello lasciarsi trasportare semplicemente dalla musicalità delle parole e dalle emozioni che ne scaturiscono, un pò come accade ascoltando i Beatles.

Non vediamo l’ora di “godere con le dita” dal vivo, con il suo tour che sta per cominciare.

Edda va preso così com’è, un pò fru fru, ma anche un pò fri fri.

Semplice e geniale.

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