Guns N’ Roses: recensione di Appetite For Destruction

21 luglio 1987.

I Guns N’ Roses realizzano il loro debut album Appetite for Destruction, pubblicato dalla Geffen Records.

Dopo tutta la cocaina, gli incidenti d’auto, la masturbazione musicale, i finti satanisti, le morti per droga e AIDS, le teste dei pipistrelli staccate a morsi e le puttane, questo è quello che ci rimane degli anni ’80, ossia Appetite for Destruction, il miglior disco di quel decennio.

Appetite for Destruction è considerato uno degli album più importanti della storia del rock, nonché uno dei più venduti di tutti i tempi: 30 milioni di copie in tutto il mondo, di cui 18 nei soli Stati Uniti d’America.

La rivista Rolling Stone lo ha inserito al quarto posto nella lista dei 100 migliori debut album di tutti i tempi.

Appetite for Destruction fu uno dei primi a rilanciare il genere sleaze metal, una variante indurita dell’hair/pop metal: i Guns N’ Roses vennero annoverati tra gli esponenti più importanti di questo genere, assieme a Faster Pussycat ed L.A. Guns.

La chitarra di Slash era fantastica, suonava naturale, grezza e curata allo stesso tempo, un modo di suonare che potrebbe essere definito punk blues: uno stile che, negli anni, quasi nessuno riuscì ad imitare, compreso lo stesso Slash.

Le canzoni dell’album raccontano la giungla di Los Angeles, in una visione dissoluta, distorta e sinistra, e quindi non così affascinante come se la immaginavano i ragazzi di provincia, come ad esempio nel brano Welcome to the Jungle.

Era chiaro che Axl amasse l’idea di Los Angeles: voleva appartenere a quel mondo, anche se si lamentava sempre di quanto facesse schifo.

Il video di Welcome to the Jungle ci mostra un giovane Axl Rose che scende dall’autobus a Downtown Los Angeles con una spiga in bocca che, dopo un lungo viaggio in pullman, sembrava ancora freschissima.

Nel video può sembrare che sia Axl a darci il benvenuto nella giungla di Los Angeles, e invece erano gli altri che stavano accogliendo lui.

Welcome to the Jungle non era altro che la versione elettrica di One in a Million.

I testi delle altre canzoni si concentrano, invece, sugli eccessi giovanili dei componenti della band, come Out Ta Get Me, nella quale racconta i diversi problemi avuti da Axl Rose con la legge in Indiana.

Ci sono anche temi sentimentali e varie dediche a compagne femminili, che si riflettono nelle canzoni Sweet Child O’ Mine, My Michelle, You’re Crazy e Rocket Queen.

Molte persone sono cresciute con il metal, proprio come me.

Negli anni ’80 le cose stavano così: l’heavy metal era il genere più diffuso, e i Guns N’ Roses erano la migliore band di quel genere, checché se ne dica.

Crescendo, il metal è diventato la colonna sonora della mia vita e di parecchie persone che conosco personalmente.

Non avevamo bisogno di vestirci con i pantaloni di pelle, né di andare a scuola truccati, soprattutto se non volevamo essere presi a calci nel sedere dai nostri genitori, però quella roba, in qualche modo, ci toccava l’anima.

Eravamo nel 1987 e va detto, a onor di cronaca, che non c’era solamente l’heavy metal.

Tra i consumatori spopolavano anche altri generi ed altri artisti di fama internazionale, come Michael Jackson con l’album Bad, Sting e George Harrison con i loro album solisti, i soliti Pink Floyd e Bruce Springsteen, gli Inxs con I Need You Tonight, i Pet Shop Boys con It’s a Sin, Whitney Houston con il singolo I Wanna Dance With Somebody, George Michael con Faith, Prince con l’album Sign O’ The Times e gli U2 col vendutissimo disco di successo mondiale The Joshua Tree.

Nel 1988, invece, con un anno di ritardo dalla sua pubblicazione, Appetite for Destruction dei Guns N’ Roses sconvolse me e alcuni dei miei compagni di classe allo stesso modo in cui, immagino, gli adolescenti del 1967 furono colpiti da Paul McCartney e John Lennon.

L’album uscì il 21 luglio 1987 e fu presto ritirato dal commercio a causa della copertina: l’artwork di Robert Williams (un quadro intitolato appunto Appetite for Destruction) fu censurato.

Raffigurava un mostro volante, che difende una ragazza da un robot che intendeva probabilmente stuprarla. Il pittore affermò, inoltre, che il gruppo non aveva pagato il quadro e che ne aveva quindi violato il copyright.

Il disco fu rimesso in commercio con una nuova copertina, sulla quale è raffigurato un famoso tatuaggio di Axl Rose, rappresentante le teste dei componenti della band come teschi incastonati su di una croce: Izzy Stradlin è il cranio in alto, Steven Adler è il cranio a sinistra, Axl Rose è il cranio al centro, Duff McKagan è il cranio a destra e Slash è il cranio in basso.

C’è da dire che l’accoglienza, all’uscita dell’album, non fu delle migliori:
Appetite for Destruction debuttò alla posizione numero 182 della Billboard 200 negli Stati Uniti il 29 agosto 1987. Non scalerà la classifica fino al 6 agosto 1988, a più di un anno dalla data di pubblicazione.

Quando venne immesso sul mercato, l’album ricevette le critiche negative di diversi critici musicali che sottolinearono come l’enorme successo dello stesso verso i consumatori fosse stato favorito dal cliché sesso, droga e rock & roll popolare negli anni ’80, quando gran parte dell’atmosfera culturale statunitense era presa dalla controversa presidenza di Ronald Reagan, dalla crisi dell’AIDS, dalla crescente popolarità di MTV e dall’apertura dell’URSS di Gorbaciov verso la fine della Guerra Fredda.

Quando sento la parola cliché non riesco a non pensare a Boris Yellnikoff, il protagonista del film di Woody Allen Basta che Funzioni del 2009.

Gli stessi Guns N’ Roses furono più volte etichettati come figli scarsi di band quali gli Aerosmith, sebbene i Guns fossero una versione più imbastardita e con testi decisamente migliori.

Tuttavia, nel corso degli anni, il disco ha cominciato ad essere apprezzato sempre di più, tanto da venire inserito al 62º posto nella classifica di Rolling Stone, relativa ai 500 migliori album di tutti i tempi.

“Chiunque dica che in quel momento sapeva che sarebbero diventati così famosi e immensi come sono adesso o è un loro parente, o un bugiardo del cazzo”.

(Alan Niven, manager dei Guns N’ Roses)

Welcome to the Jungle è il pezzo d’apertura dell’album, tra i brani più celebri dei Guns. Il testo fu scritto da Axl Rose mentre si trovava a Seattle con un amico.

La leggenda narra che i due incontrarono un barbone che, nel tentativo di spaventarli, gridò loro: “You know where you are? You’re in the jungle, baby. You gonna die” (“Sai dove sei? Sei nella giungla, piccola. E morirai”).

La misogina It’s So Easy fu il primo singolo estratto dall’album e fu scritto da Duff McKagan assieme a West Arkeen, prima di entrare nei Guns N’ Roses.

It’s So Easy è, ancora oggi, la canzone d’apertura dei concerti dei Guns.

Nightrain fu l’ultimo singolo ufficiale e il testo si riferisce ai sobborghi di Los Angeles, ma potrebbe essere anche una dedica al vino californiano Night Train Express, in cui il motherfucker Axl Rose sveglia la sua puttana per farla andare a comprare del vino scadente da un dollaro.

Out Ta Get Me riprende tematiche con allusioni alla droga. È uno dei brani del disco che maggiormente risente dell’influenza degli Ac/Dc, soprattutto grazie al suo riff diretto e tagliente.

Mr. Brownstone è uno dei pezzi più sperimentali, in cui il gruppo sfoggia un ritmo dalle influenze quasi tribali e racconta la vita della rockstar nel quotidiano.

Paradise City fu il quarto singolo estratto dall’album: parte lento, con un ritornello country, per poi culminare con velocità e foga d’ispirazione punk.

Paradise City è diventato un classico della musica rock, una canzone che definirei fuori dal tempo.

Come non ricordare il video di Paradise City, in cui Axl Rose sfoggia la sua bellissima chioma biondo rame ed il suo bellissimo chiodo bianco.

My Michelle è un altro brano veloce e frenetico, dai toni perturbanti e a luci rosse.

Think About You è una canzone d’amore, piuttosto melensa, scritta da Izzy Stradlin. Sebbene il testo tratti esplicitamente il tema dell’amore, pare che il caro Izzy si riferisse al suo amore per le droghe.

Detto questo, sulla falsa riga di Perfect Day di Lou Reed, diciamo allora che qualsiasi canzone d’amore potrebbe portare con sé un significato fuorviante.

Sweet Child O’ Mine è uno dei brani più famosi della band: il suo riff è uno dei più conosciuti e inflazionati della storia del rock. Questo brano, il cui testo è stato scritto da Axl, tratta il tema dell’amore e contiene il più lungo assolo di chitarra dell’album, eseguito ovviamente da Slash.

You’re Crazy era un brano precedentemente scritto da Stradlin in versione acustica, forse il pezzo più debole di tutto il disco: in Appetite for Destruction lo si trova molto velocizzato, in versione punk rock.

La versione originale verrà invece inclusa nel successivo album G N’ R Lies del 1988, che a mio avviso è decisamente migliore.

Rocket Queen è il degno epilogo di Appetite, nonché il degno riassunto di tutto il decennio degli Ottanta: caratterizzato da un ritornello facilmente memorizzabile, il pezzo è dedicato ad una ragazza e porta la firma di Axl Rose.

Per quanto mi riguarda, gli ultimi due minuti di Rocket Queen sono i più belli ed emozionanti di tutti gli anni ’80.

Immagino che, se mi facessero la solita e stupida domanda: “Quale disco porteresti con te su un’isola deserta?”, la mia scelta, senza alcun dubbio, sarebbe immediata, fatta con il cuore, ed ovviamente ricadrebbe, ancora oggi, su Appetite for Destruction.

C’è chi sostiene che la cosa migliore che sarebbe potuta accadere ai Guns N’ Roses sarebbe stato morire attorno al 1991.

Stando ai fatti di cronaca di quel periodo, sembra che i componenti dei Guns stessero andando proprio verso quella direzione.

Chissà come sarebbero andate le cose se Appetite for Destruction fosse stata l’unica testimonianza del passaggio dei Guns sul pianeta Terra; se fosse stato tutto quello che rimaneva di quella banda di zingari tamarri.

Per fortuna, o per qualcuno purtroppo, non lo sapremo mai.

Ogni volta che esperti sociologi provano a spiegare la morte del metal, di solito insistono sul fatto che non fosse reale o che parlasse del nulla.

Invece, per me e per tutti i miei amici era assolutamente reale.
E soprattutto, parlava davvero di qualcosa. Parlava di noi.

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