Guns N’ Roses: recensione di Chinese Democracy – 23 novembre 2008

23 Novembre 2008. I Guns N’ Roses pubblicano il loro sesto album in studio, Chinese Democracy, dopo una gestazione di ben quindici anni.

L’album più costoso e rimandato della storia della musica, con una modica spesa di produzione di circa 13 milioni di dollari.

Dal 1991, cioè da quando Rose ottenne tutti i diritti sul nome Guns N’ Roses, da un punto di vista pratico e non, il marchio GNR significava soltanto Axl Rose. Perfino il logo era cambiato.

C’è addirittura chi sostiene che la miglior cosa che sarebbe potuta accadere ai Guns N’ Roses sarebbe stato morire attorno al 1991. Ma forse è una visione troppo romantica per chi vorrebbe idealizzare e rendere immortali i propri idoli rock. Certamente, non intendo dilungarmi sulle vicende e vicissitudini legate ai Guns N’ Roses di quel periodo storico.

La band esisteva grazie ad Axl Rose e Dizzy Reed, insieme all’ex bassista dei Replacements Tommy Stinson, Buckethead, un chitarrista che indossava sempre un secchio di Kentucky Fried Chicken in testa, Robin Finck dei NIN, Bryan Mantia ex batterista dei Primus, fino all’ultimo arrivato Dj. Ashba, giovane chitarrista parecchio ispirato dallo stile di Slash, più dal punto di vista estetico che esecutivo.

Insomma, in quel momento storico bastava prendere Axl e metterlo sul palco semplicemente insieme ai suoi compagni di scuola e quelli sarebbero stati i nuovi Guns N’ Roses.

Nel frattempo, gli ex membri storici dei Guns avevano proseguito a produrre musica con i loro progetti solisti: Izzy Stradlin con i suoi Ju Ju Hounds, Slash’s Snakepit, alcuni album di Duff McKagan ed il progetto Velvet Revolver (un mega gruppo formato da Slash, Matt Sorum, Duff ed il compianto Scott Weiland), mentre Axl e i nuovi Guns N’ Roses erano ormai dati per dispersi dal lontano 1999.

Chinese Democracy non era un classico album in stile Guns; immaginate la delusione dei fan di vecchia data della band di Los Angeles. C’è addirittura chi ribattezzò il gruppo con il nome Axl Rose Band, oppure Axl Rose Democracy.

Eppure, questo disco racchiude tutta l’essenza del nuovo Axl Rose, del suo nuovo progetto artistico, dal sound più elettronico, più industriale, più orchestrale, più maturo e al passo coi tempi, anche semplicemente nel modo di interpretare i brani a livello prettamente vocale. Una sorta di metal-industrial oscuro, mescolato allo spirito dei Led Zeppelin e filtrato attraverso la sensibilità di Elton John.

La canzone d’apertura, nonché title-track, porta con sé ancora gli strascichi e i riff dei bei tempi, ma già dalla seconda traccia in poi ascolteremo il nuovo sound dei nuovi Guns.

Brani come Streets of Dream, Sorry, Madagascar, If The World, This I Love e Better, a mio avviso, rappresentano i momenti più alti di questo disco tanto atteso, tanto da entrare in pianta stabile nella set list dei loro concerti.

Chinese Democracy si chiude con la traccia decisamente piu hard rock, Prostitute, che regala un degno finale a chi aveva storto la bocca ad un primo e poco attento ascolto a quello che rappresenta a tutti gli effetti la nuova vita artistica di Axl Rose.

Certo, Axl Rose non era più l’icona sexy di fine anni Ottanta ed inizio anni Novanta; nel 2008 il suo fisico era evidentemente appesantito (oggi ancora di più), il suo viso più gonfio rispetto al passato e con un pizzetto da camionista polacco. Ma il suo range vocale ed il suo carisma sul palco rimasero intatti.

Chinese Democracy, purtroppo, non sarà mai fantastico come Appetite For Destruction, ma questo credo lo sappia Axl per primo.

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