I MAIALI – Cvlto

I MAIALI si definiscono come un’entità nata nel 2016 dal desiderio di riportare il rumore nelle vite degli ascoltatori. E di rumore ce n’è parecchio nel loro disco d’esordio, dal titolo Cvlto, edito dalla Overdub Recordings, con la produzione artistica di Phil Liar.

Il rumore di fondo implode negli abissi delle nostre coscienze. Rumore che vuole emergere, come sintomo dello stato di alienazione moderna, che accompagna da sempre l’evoluzione dell’essere umano.

La provenienza geografica dei Maiali è intuibile dall’utilizzo della lettera V al posto della U nel titolo del disco e nella traccia omonima, nella tipica grafia degli antichi romani. Ed è proprio con un saluto romano che la band capitolina apre l’album.

Ave, però, più che un saluto è una preghiera. L’ode con la quale i Maiali danno inizio alla loro liturgia, come fossero dei sacerdoti.

Una liturgia che somiglia più ad un esorcismo, nel quale la band non cerca di scacciare il proprio Demone interiore, ma di conviverci, così come il noise rock convive con il post hardcore nelle dieci tracce di questo lavoro. D’altronde, del maiale non si butta via niente, nemmeno le parti meno nobili.

La voce di Francesco Foschini ci inizia al Cvlto dei Maiali nella title track, che è uno schiaffo in piena faccia dato con la stessa violenza con la quale Kurt Cobain ci schiaffeggiava con Bleach. “Adora il culto, adora il culto” continuano a ripeterci, una frase che ti rimane in testa e nel videoclip è proprio una testa, ciò che viene adorato. Di quale animale sia, mi pare ovvio.

Il maiale, nella simbologia, è da sempre identificato come un essere libidinoso, sporco, eccessivo. Esprime la ricchezza, l’opulenza. Non a caso War Pigs dei Black Sabbath è un brano di denuncia nei confronti dei potenti e dei magnati della guerra. La storia di questi simbolismi comincia, forse, quando Cristo scelse un branco di maiali per contenere gli spiriti malvagi esorcizzati. Il suono dei Maiali, proprio come nella simbologia, è grezzo, sporco, pieno e possente, esattamente come un enorme suino che si rotola nel fango.

Ricordiamo, inoltre, che i maiali erano anche tra i personaggi della Fattoria degli Animali di Orwell, a cui si ispirarono i Pink Floyd nel loro album Animals (con la sua celebre copertina).

Tanto disprezzato, quanto amato per la sua Carne, che viene usata nella sesta traccia come metafora di noi stessi, che siamo solo degli animali da macello. Mi viene subito in mente la locuzione latina “Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris”, “polvere sei e in polvere ritornerai”, come disse Dio ad Adamo; anche qui, tradizione romana e cristianesimo s’intrecciano e i Maiali lo sanno.

Ma è possibile rinascere dalla polvere? Risorgere dalle proprie ceneri? Ce lo dicono in INRI, pezzo dal forte impatto sonoro, che ricorda i Melvins, in questo revival del noise rock di fine anni ’80 ed anni ’90, tornato di moda nella scena underground italiana e non solo.

Dopo Ave, troviamo un altro saluto, Heil. L’esclamazione tedesca, diffusa nel periodo nazista, associata al nome del Führer, rappresentava il culto della persona di Hitler. Per i Maiali l’Heil è alla testa e quindi a noi stessi, in questo culto dell’individuo dove ognuno è un misero essere vivente abbandonato al suo destino, quello del mattatoio. “L’umano, il libero schiavo” è l’ossimoro con il quale si conclude il brano, a sottolineare come siamo allo stesso tempo macellai e carne da macello di basso costo, due facce della stessa medaglia.

X è l’ultima traccia dell’album. Ce lo dice anche la band romana, è “la fine di un percorso”, il colpo di grazia o l’assoluzione definitiva. D’altronde, a tutto c’è una fine, la vita eterna è solo un’utopia.

Ite, missa est.

© 2019, Fotografie ROCK. All rights reserved.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *