Nirvana: Bleach

15 giugno 1989.
I Nirvana pubblicano il loro debut album Bleach, edito per l’etichetta Sub Pop.

In Italia, all’inizio degli anni ’90, il grunge, praticamente, era costituito solo da Pearl Jam, Soundgarden e Nirvana, poiché la maggior parte di quelle band che appartenevano a quell’area geografica erano sconosciute, per il semplice fatto che non venivano distribuite, o al massimo distribuite con qualche mese di ritardo, quando andava bene.

Poi, nel caso di Nevermind c’era una percentuale di fan attirata piu dalla riuscitissima copertina del poppante in piscina che dal contenuto stesso.
Le strategie di marketing, in molto casi, contano più del prodotto musicale in sé.

Questi erano i Nirvana, nel 1989, prima che diventassero una macchina da soldi, un carro da parata e una bella stampa per t-shirt da fighetti.

Bleach, rispetto a Nevermind, ha un suono più heavy, più cupo, quasi gotico, ma era un frutto ancora acerbo per i clienti del grande mercato.

Due anni più tardi, arrivò la Geffen, grazie alla quale il giovane Kurt Cobain poté ripagare il decennio degli Ottanta con la stessa moneta.

Cobain ripulì quel suono così sudicio e senza futuro, grazie all’aiuto del killer senza volto Butch Vig, e rese commercialmente impopolare la musica heavy metal.

Volevano essere tutti uguali, omologare la figura del musicista, “siamo tutti uguali, siamo come voi” dicevano ai fan, rinnegando l’edonismo delle rockstar eccentriche e viziate del decennio precedente, sebbene, alla fine, paradossalmente, finirono per diventare proprio come loro, ma senza la necessità primaria di voler apparire.

Bastarono quattro semplici accordi ed una forma di poesia elementare per cancellare il decennio degli Ottanta.

Pensate veramente che quei musicisti di Seattle, strafatti di droghe sintetiche e vodka, e con addosso quelle camicie di flanella a quadri da boscaioli, avrebbero mai avuto il successo che hanno avuto se fossero rimasti a vita con quelle etichette discografiche di culto tipo Sub Pop?

La risposta pleonastica è no.

Se non fossero arrivate le major, probabilmente, il sound di Seattle sarebbe arrivato a malapena in Florida.

La mia è una semplice riflessione obiettiva, anche perché posso considerarmi un fan della primissima ora, poiché ho amato il grunge sin da subito

Bleach è un disco che suona heavy metal, mentre Nevermind, con i suoi suoni più affinati, suona più hard rock.
Ed infatti fu grazie al successo di Nevermind che i Nirvana finirono all’Headbangers Ball su MTV, con Kurt Cobain vestito da donna

Forse, fu proprio in quel frangente che morì definitivamente l’ideologia metal.

Nel 1989, anno di pubblicazione di Bleach, i Soundgarden, ad esempio, avevano già un paio di LP alle spalle, che però non raggiunsero il successo pop, che invece arrivò nel 1994, grazie ad una major, con Superunknown.

Innanzitutto, inizierei con il ridimensionare il concetto di movimento quando si parla del fenomeno grunge.
Movimento poi di che tipo? Tipo il femminismo?
I gruppi grunge non erano accomunati da uno stesso genere, nè da una stessa idea filosofica, nè dal modo di vestire.

Non va mai dimenticato che il panorama musicale non è mai casuale. La cultura, la geografia, l’economia influiscono sempre e comunque sulle mode generazionali.

Il grunge, dunque, non indicava assolutaente un genere in particolare, né indicava un movimento.
Indicava semplicemente una moda.
E, come diceva Gaber, “Quando è moda è moda, non importa la specificazione“.

Quindi, cos’erano i Nirvana?
Una band metal? No.
Una band hard rock? No.
Una band punk? Nemmeno.

Dall’altra parte, capisco anche chi va alla ricerca di un’altra chiave di lettura del periodo storico musicale grunge, defindolo la semplificazione e la riscoperta delle garage band degli anni ’60, come i Sonics, o la rivisitazione degli sperimentalismi degli anni ’60 e ’70, come Cream e Captain Beefheart.

Le band geolocalizzate nel panorama rock di Seattle non erano identificabili sotto uno stesso genere.

Le poetiche, invece, quelle si, erano comuni: i portavoce della generazione X sentivano il bisogno interiore di liberarsi dalle false promesse degli anni ’80, per evolversi in qualcosa di meno tecnico e più emozionale, più empatico, sebbene fosse presente uno spirito di rassegnazione e impotenza nei confronti della società e del futuro.

Stando alla cronaca: il titolo dell’album, Bleach, venne in mente a Cobain quando scoprì, durante la tappa di San Francisco, un manifesto che invitava alla prevenzione dall’AIDS.

Il manifesto consigliava a chi faceva uso di eroina di passare della candeggina, in inglese bleach, sugli aghi delle siringhe prima di utilizzarle ed era accompagnato dallo slogan Bleach Your Works.

Nella foto a colori, scattata da una ex dell’epoca di Kurt Cobain, oltre a Cobain e Chris Novoselic ci sono il batterista Chad Channing, che verrà sostituito da Dave Grohl, ed un elemento aggiuntivo, tale Jason Everman alla chitarra, che praticamente non suona e appare solo nei crediti dell’album.

Diciamo che non avrei voluto essere nei panni di Chad Channing all’indomani del successo di Nevermind, probabilmente il disco più importante degli anni ’90, l’album grunge pop per eccellenza.
E con il termine pop intendo semplicemente popolare.

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