Ozzy Osbourne: Ozzmosis – 23 ottobre 1995

23 ottobre 1995.
Ozzy Osbourne pubblica il suo settimo album solista Ozzmosis, un chiaro gioco di parole che sta a significare l’osmosi tra l’uomo e l’artista, oppure il reciproco flusso e scambio di idee tra l’uomo-artista Ozzy Osbourne e tutti coloro che hanno collaborato alla realizzazione di quest’album: il chitarrista Zakk Wylde, l’ex bassista Black Sabbath Geezer Butler, l’ex tastierista di Black Sabbath e Yes Rick Wakeman, Steve Vai, ed il compianto leader dei Motörhead Lemmy Kilmister, tanto per citare qualche nome.

Eravamo a metà degli anni ’90: il grunge si stava spegnendo piano piano. Con il suicidio di Kurt Cobain aveva perso il suo rappresentante più importante, e si stava trascinando verso la parodia di sé stesso. L’ex Nirvana Dave Grohl, nel 1995, iniziò il suo nuovo progetto Foo Fighters con un disco registrato quasi interamente da solo, mentre solo qualche anno più tardi parteciperà alla colonna del film X-Files con Walking After You, brano parecchio simile a So Tired, indovinate di chi?… proprio lui, Ozzy Osbourne, tratto dall’album Bark at the Moon.

Nel frattempo, si faceva largo l’ibrido nu metal, che stava riscuotendo notevole successo, sebbene non fosse vero e proprio heavy metal, ma era un nuovo modo di intendere il metal.
Il nu metal, o crossover, salvo qualche rara eccezione, per quanto mi riguarda, è stata la pietra tombale sopra il genere heavy metal.

Dopo il successo del disco No More Tears, dopo l’allontanamento di Randy Castillo e Mike Inez, e all’indomani della falsa diagnosi del morbo di Alzheimer, Ozzy Osbourne torna più carico che mai con un lavoro più cupo, oscuro, potente, rabbioso ed inquietante, cosí come la copertina dell’album che vede il principe delle tenebre con addosso bocche e occhi sparsi su tutto il corpo.

Ozzy Osbourne ci racconta, con rabbia e dolcezza, l’angoscia e l’infelicità della realtà del decennio dei Novanta ed il fallimento della società del progresso, che aveva mandato in frantumi le speranze raccolte con fatica dall’essere umano nei decenni precedenti e che ora si apprestava a raccogliere i cocci di un’esistenza sempre più omologata ed incolore.

Ozzy Osbourne, sin dai tempi dei Black Sabbath, è stato il portavoce di tutte quelle personalità complesse, fortemente disturbate, profondamente insicure e perdute nei labirinti delle droghe e della solitudine, ma che poi comunque, in qualche maniera, trovano il modo di rialzarsi e rinascere dalle proprie ceneri.

Ozzmosis si apre con Perry Mason, a mio avviso uno tra i pezzi più belli dell’intera carriera solista di Ozzy, con un intro che ricorda vagamente quello di Mr. Crowley, per poi esplodere nel riff di chitarra duro, potente di Zakk Wylde, allo stesso tempo adeguato al periodo storico dei ’90, con un sound che rimanda a quello dei Soundgarden di Badmotorfinger, degli Alice in Chains di Dirt o degli Stone Temple Pilots di Core.

Però, va specificato che i suddetti gruppi per primi avevano già ampiamente attinto e tratto ispirazione dalle sonorità dei Black Sabbath di Ozzy Osbourne, quindi il buon Ozzy non ha fatto altro che riprendersi il ‘maltolto‘, ciò che era già suo di diritto. Severo, ma giusto.

Però, poco dopo l’uscita dell’album, Zakk Wylde se ne andò e fu sostituito da Joe Holmes: infatti la cosa curiosa è che nel video di Perry Mason, appare proprio Joe Holmes che suona una Fender Stratocaster, che però ha il suono della Gibson Les Paul di Zakk Wylde.

Ozzmosis racchiude le grida disperate delle molteplici facce dell’anima di un essere umano sempre più isolato, che sono allo stesso tempo un abbraccio commosso che Ozzy Artista fa ad Ozzy Uomo, per il semplice fatto che senza l’uomo non esisterebbe l’artista, perché l’arte nasce dalla vita, e mai il contrario.

Ozzy ci racconta quella sottile linea di confine che separa il sentimento della rassegnazione e l’eterna speranza, il disperato attaccamento alla vita e la voglia di mollare tutto.

Non ci sono più verità assolute, non ci sono più le fontane della giovinezza, ma l’unica cosa che rimane è tenersi stretto ciò che si ha di più caro, per quanto imperfetto possa sembrare.

Il disco si chiude con Old L.A. Tonight, una meravigliosa power ballad radiofonica in vecchio stile anni ’80; la paura e l’incertezza di ciò che riserva il futuro, ma con la consapevolezza che Tonight andrà tutto bene a Los Angeles, perché quando ti guardo negli occhi, io cado in mille pezzi.

Ed infine l’assolo finale, un vero e proprio Bignami del virtuosismo hard rock anni ’80, nonché un gentile omaggio a quei gruppi che hanno fatto la storia del rock in quel periodo storico, come ad esempio i White Lion di Vito Bratta.

Ozzmosis è davvero un gran disco, che suona hard rock sporco, fresco e genuino, fin troppo sottovalutato, l’ultimo baluardo del genere heavy metal, perché Ozzy Osbourne, nonostante le sue fragilità e vulnerabilità, è stato sempre l’ultimo ad arrendersi, anzi, a non arrendersi mai.

Ha vissuto per la sua musica, continua a farlo ancora oggi, e perché no, anche Domani.

“Basta addii, ci vediamo domani”.

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