Pantera: Cowboys From Hell

24 luglio 1990.
I Pantera pubblicano Cowboys from Hell, il quinto in studio, l’album della svolta thrash metal per la band texana.

E pensare che i texani Pantera, a metà anni ’80, erano partiti come potenziale glam street band: look fashion e laccato, sembravano la brutta copia dei Mötley Crüe.

Si può dire, serenamente, che i fratelli Abbott, Phil Anselmo e Rex Brown le hanno provate proprio tutte per arrivare al successo.

Nel 1990 i Pantera decisero di cambiare registro e quindi di imboccare la strada del thrash metal, anche se la consacrazione internazionale, come band groove metal, arriverà solamente due anni più tardi con la pubblicazione di Vulgar Display of Power, quando raggiungeranno, una volta per tutte, una loro identità, definita e riconoscibile.

Cowboys from Hell, a mio avviso, risente ancora troppo delle influenze dei grandi gruppi metal degli anni ’80: Heresy somiglia parecchio a Battery dei Metallica, Clash With Reality ricorda Blackened, sempre dei Metallica, Shattered sembra indossare la stessa pelle dei Judas Priest, Primal Concrete Sludge porta con sé il marchio Anthrax, mentre Domination risente fortemente di retaggi hardcore punk e poi il riff è praticamente identico a quello di Helpless dei Diamond Head.

Cemetery Gates è la classica power ballad anni ’80: inizia lenta, con arpeggi melodici, per poi esplodere in tutta la sua potenza nel ritornello.

Merita una menzione a parte l’intro di basso in The Art of Shredding che, a mio parere, è a dir poco spettacolare.

I Pantera, dunque, negli anni ’90, furono una ventata di freschezza nel panorama metal di quel periodo storico: insieme ai Sepultura, i Pantera furono l’esercito della resistenza del genere thrash metal, quello più duro e feroce.

Il thrash metal, così come tutta la musica metal degli anni ’80, aveva esaurito le sue forze, si stava chiudendo un ciclo: dal 1986 al 1990 aveva dato davvero tanto, aveva raggiunto il suo picco massimo di notorietà, fino ad esaurire l’ispirazione e alla fine saturarsi.

Era il 1990, il decennio degli Ottanta, da lì a poco, sarebbe sparita dai calendari, tra i dubbi, le incertezze, l’illusione del boom economico, la corruzione della politica e la crescita del debito pubblico.

Il muro di Berlino era caduto, la guerra fredda era finita, il mandato di Ronald Reagan era ormai ai titoli di coda, a Pechino ci fu la famosa protesta di piazza Tienanmen, repressa nel sangue da parte del governo cinese, e la parola Austherity ritornava ad essere un nemico concreto.

La moda grunge, invece, sarebbe esplosa solamente un anno dopo, nonostante godesse già di una certa popolarità tra le mura amiche di Seattle.

Nel frattempo, l’heavy metal classico proponeva le ultime fatiche di band leggendarie come Judas Priest, Iron Maiden e Dio, e l’hard rock/glam rock esalava gli ultimi respiri grazie a gruppi storici come AC/DC, Poison, Cinderella, Scorpions e Warrant.

I Megadeth realizzano il loro capolavoro Rust in Piece, gli Exodus pubblicano Impact is Imminent, i Kreator realizzano Coma of Souls, gli Slayer si tengono a galla con Seasons in the Abyss (grandissimo album, n.d.r.) e gli Anthrax pubblicano l’oscuro Persistence of Time.

I Sepultura usciranno veramente allo scoperto soltanto un anno dopo con Arise, i Death di Chuck Shuldiner erano già una realtà consolidata del death metal, così come i Napalm Death nel grindcore.

I Metallica e Bob Rock, invece, stavano preparando il colpo di stato al genere thrash, ossia il famoso e famigerato Black Album: verrà pubblicato soltanto l’anno successivo e detterà nuove coordinate e nuovi orizzonti commerciali al genere metal.

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