R.E.M. – Monster

Era il 1994.

La morte di Kurt Cobain fu il canto del cigno della moda grunge. Ma, nonostante questo, il 1994 fu comunque un anno molto prolifico dal punto di vista discografico, sia per quantità, che per qualità.

Quando parlo degli anni ’90, mi viene, inevitabilmente, sempre un pò di nostalgia. Sarà perché in quel periodo avevo già vent’anni, in età da leva militare, coi camicioni di flanella (che oggi sono tornati di moda), pieno di speranze e non ancora disilluso.

Clinton regnava sovrano, l’Italia della politica era stata destabilizzata da Tangentopoli, avevamo la nazionale di pallavolo più forte di sempre ed il campionato di calcio più bello del mondo, internet era ancora un anticristo in fase embrionale, la gente comprava i dischi in ogni suo formato, sebbene il digitale avesse spodestato l’analogico nelle preferenze degli utenti.

Nonostante tutto, non stavamo poi così male. Non immaginavamo che, da lì a poco, l’economia mondiale sarebbe caduta a picco sulle nostre teste.

Nel frattempo ci adeguavamo ai tempi, che stavano diventando sempre più tecnologici, sempre più automatici per noi esseri umani. Stavamo iniziando ad entrare nell’ottica di dover convivere con l’aiuto delle macchine, dei software, in una nuova realtà sintetica, fatta di pixel, in cui noi eravamo, inconsapevolmente, le cavie da laboratorio.

In questo contesto, smaltite le atmosfere ‘allegre’ di ‘Automatic for the People’ del 1992, i R.E.M. pubblicarono un album totalmente differente, dal titolo ‘Monster’, il 26 settembre del 1994.

‘Automatic for the People’ potrebbe essere chiamato anche ‘Automatic for the Pop’, visto che fu il disco che portò definitivamente i R.E.M. all’apice della loro popolarità, sebbene i testi scritti da Michael Stipe, salvo qualche eccezione, non siano mai così facilmente decifrabili, ma nella maggior parte dei casi introspettivi ed ermetici.

Pare che Kurt Cobain stesse ascoltando proprio Automatic for the People’ quando si uccise.

E quale miglior modo per omaggiare l’amico Kurt che non c’era più se non quello di realizzare un disco grunge. Verrebbe da chiedersi, omaggio od opportunità?

Sappiamo tutti che in quel momento storico, parecchi gruppi e case discografiche avevano capito che avrebbero dovuto cavalcare l’onda musicale, che in quel momento era la moda grunge.

Il revival del brit rock degli anni ’90 fu, invece, una delle poche realtà musicali che non ebbe bisogno di adeguarsi alla moda grunge per sopravvivere.

I gruppi glam metal degli anni ’80, di punto in bianco, erano una versione non aggiornata del nuovo ‘software’ progettato a Seattle. Furono, così, costretti a doversi aggiornare, chi volle farlo ovviamente, per tentare di rimanere ancora un pò sulla cresta dell’onda. Ma non era mica una cosa così semplice, la riuscita non era affatto automatica. Basti pensare al primo disco dei Mötley Crüe senza Vince Neil, credo fosse proprio nel 1994: il risultato fu un facsimile dei Soundgarden, oltretutto venuto anche male.

Quindi, cosa fanno i R.E.M.? Realizzano il loro disco ‘grunge’. ‘Mostruoso’, come gli effetti della chitarra di Peter Buck, con un impatto potente e destabilizzante sui fan di vecchia data, abituati ai toni rock più classici dei dischi precedenti.

Certo che i fan dei R.E.M. mica se lo aspettavano un colpo così basso: un album di rock noise sperimentale.

Avevano davvero ‘perso la loro religione’. Avevano smarrito quel sound tipico rock folk, a tratti addirittura country e new wave, al quale erano ormai settati da almeno un decennio.

‘Monster’ si apre con il singolo orecchiabile ‘What’s the Frequency Kenneth?’, che soltanto nel breve riff di chitarra iniziale ricorda ‘Baba O’Reily’ dei The Who, e che in pratica non era altro che un attacco al mondo della comunicazione, sempre più preso dal voler analizzare e criticare senza capire.

‘Crush With Eyeliner’ continua sulla falsa riga del rock noise, non a caso questo brano vede la collaborazione di Thurston Moore dei Sonic Youth, uno dei massimi esponenti del rock noise statunitense degli anni ’80.

‘King of Comedy’ è invece un pezzo quasi new wave, come se un robot con la voce di David Bowie cantasse su una base elettrodance dei francesi Air.

‘I Don’t Sleep I Dream’ è un brano ‘morfinoso’, ipnotico, in cui Michael Stipe modula la sua voce tra tonalità basse e falsetto, che mi ricorda il rock fusion dei Talking Heads o di Peter Gabriel.

‘Star 69’ è un pezzo veloce, dal ritmo quasi punkettaro, decisamente allegro, in stile Sugar del vecchio e caro zio Bob Mould.

‘Strange Currencies’ è la ballad che non può assolutamente mancare, che è vero, ricorda parecchio ‘Everybody Hurts’, ma che a mio avviso è più bella. Questa struggente rock ballad è dedicata al giovane attore scomparso nel 1993 per overdose di eroina e cocaina, River Phoenix, o almeno così mi sembra di ricordare, semmai, alle brutte, verrò smentito dai fan dei R.E.M. più sfegatati.

Oppure, sempre se la memoria non mi tradisce, l’intero disco dovrebbe essere dedicato a River Phoenix.

Michael Stipe dedicherà un altro commovente brano al suo grande amico River, due anni dopo, dal titolo ‘E-Bow the Letter’, cantata insieme a Patti Smith.

Direi che oggi, 13 dicembre, il nome di Patti Smith è onnipresente e inflazionato.

‘Tongue’ è un lentone sensuale, quasi tutto pianoforte, che spezza un pò la tensione sonora dei brani precedenti, è un pò il ‘sorbetto’ tra lato A e lato B, in cui Michael Stipe canta prettamente in falsetto alla Prince.

‘Bang and Blame’ può essere considerata una versione elettrica e psichedelica di ‘Losing My Religion’.

Veniamo alla canzone ‘I Took Your Name’, che secondo me, a dispetto di quello che possano pensare gli altri, è uno dei migliori pezzi di questo disco: inquietante, sfrontato, a metà tra punk e glam, che potrebbe essere scambiato tranquillamente per un brano di Iggy Pop.

‘Let Me In’ è la dedica di Stipe all’amico scomparso Kurt Cobain, un epitaffio distorto e struggente.

‘Circus Envy’ è un altro pezzo veramente pesante, rumoroso, in cui gli amplificatori sembrano friggere, e che potrebbe essere scambiato tranquillamente per un brano degli Stone Temple Pilots.

La ‘mostruosità’ sonora di questo disco si conclude con i titoli di coda dell’ossessiva ‘You’, a mio avviso, unico pezzo troppo simile alle sonorità dei Nirvana.

Dunque, riepilogando, cosa ci rimane di ‘Monster’?

I riff duri e orecchiabili di Buck, la voce camaleontica di Stipe, le atmosfere surreali alla David Lynch, ed un significante restyling del sound dei R.E.M. al quale eravamo abituati.

Ma quello che rimane a me, è il miglior disco della loro carriera, un disco di altissimo livello.

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