Soundgarden: recensione di Badmotorfinger

8 ottobre 1991.
I Soundgarden pubblicano l’album Badmotorfinger, lo stesso anno di pubblicazione di Ten dei Pearl Jam e Nevermind dei Nirvana.

Il 1991 ha rappresentato la genesi dell’era grunge, ma fu anche l’anno della nuova guerra petrolifera (la terza dell’ultimo ventennio), sotto il nome di Guerra del Golfo, che vide gli Stati Uniti, assieme ai i suoi alleati, schierarsi contro l’Iraq di Saddam Hussein.

Nel frattempo, l’URSS cessò di esistere e venne divisa in una confederazione di stati indipendenti, Slovenia e Croazia ottennero l’indipendenza dalla Jugoslavia a seguito di una vera e propria guerra civile, mentre la secessione economica distrusse il sogno americano del benessere maturato dal dopoguerra fino al decennio ’80, causando disoccupazione e allargando sempre di più la forbice tra il ceto sociale benestante e tutti gli altri.

Nel frattempo, tecnologia ed informatica stavano gettando le basi per un futuro sempre più dipendente dal supporto digitale, mentre tornava di moda la sperimentazione, e si affacciava sempre più urgente la necessità di fusione tra generi diversi per sopravvivere all’instabilità del cambiamento.

Tornando all’ambito musicale; lo tsunami grunge dei ’90, tema oramai più che inflazionato, travolse tutto ciò che aveva vissuto di fama, virtuosismo, sfarzo economico e lustrini nel decennio antecedente, sebbene il tracollo del metal anni ’80 non fu del tutto immediato; basti pensare solamente al successo del doppio Use Your Illusion dei Guns N’ Roses e del Black Album dei Metallica, entrambi pubblicati nel 1991

Tra i lavori discografici più interessanti e seminali pubblicati nel 1991 e provenienti dalla nascente scena di Seattle ci fu senz’altro Badmotorfinger dei Soundgarden.

Badmotorfinger fu l’anello di congiunzione tra il sound ancora troppo grezzo di Louder Than Love e quello decisamente più morbido e pop di Superunknown.

Badmotorfinger, a mio avviso, è l’essenza più genuina dei Soundgarden: la new entry Ben Shepard al basso e Matt Cameron alla batteria rappresentano una potente sezione ritmica, probabilmente, troppo sottovalutata.

Chris Cornell, relegato in quella realtà grunge, dimostrò invece di essere un frontman versatile, un Robert Plant in camicia da boscaiolo, con il suo timbro soul ed una notevole estensione vocale.

La domanda è: i Soundgarden riuscirono a rompere quella gabbia di ruggine?

Sicuramente riuscirono a fare un upgrading importante dal loro status underground di gruppo spalla delle band hard rock degli anni ’80.

Rusty Cage, Outshined, Face Pollution, Drawning Flies, Jesus Christ Pose, Mind Riot e Searching With My Eye Closed, sono i brani che vanno a determinare questo disco che suona decisamente heavy metal, con chiari richiami stoner, doom, hard rock e retaggi psichedelici seventies in stile, nemmeno a dirlo, Black Sabbath e Led Zeppelin.

Non è un caso che il chitarrista Thayil faccia un uso costante della tecnica drop D, tanto cara allo zio Iommi. In alcuni momenti dell’album sembra addirittura di ascoltare i Sepultura post Chaos A.D. feat. Cornell.

Ricordo ancora la prima volta che vidi il video di Jesus Christ Pose in rotazione su MTV: in quel periodo l’immagine della band era più vicina a quella di una qualsiasi band heavy metal e quasi per nulla riconducibile all’immaginario grunge che arrivava dai canali d’informazione.

Badmotorfinger è un marchio definito e riconoscibile, a dispetto della semplice contestualizzazione grunge, grazie alla quale, però, gli stessi Soundgarden trovarono la via per la sovraesposizione mediatica e per il successo commerciale.

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