The Sound: Jeopardy – 1 novembre 1980

1 novembre 1980. I The Sound pubblicano il loro debut album dal titolo Jeopardy, una pietra miliare del genere new wave rock.

Facciamo un passo indietro, precisamente al 1979. Ho letto da qualche parte che, secondo alcuni, il 1979 è stata la migliore annata musicale di sempre, un pò come avviene per classificare la qualità di un vino.

Billy Corgan ha dedicato un brano degli Smashing Pumpkins al 1979, il quale, secondo molti, ha rappresentato un anno di rottura col passato: la disfatta dell’ideologia punk ed il futuro delle fusioni, del crossover e dell’elettronica al servizio di ogni genere musicale.

Nel 1979, i Kiss provarono la svolta disco rock, pubblicando l’album Dynasty: chi non conosce il pezzo I Was Made for Loving You. Il 1979 vide la pubblicazione di The Wall, capolavoro discografico dei Pink Floyd, ma che vide l’egemonia del bassista Roger Waters: The Wall diverrà un classico della musica rock e allo stesso tempo segnò la lenta distruzione della band.

Il 1979 fu l’anno della famosa frase “È meglio bruciare che spegnersi lentamente” di Neil Young, nel suo cavallo di battaglia My My Hey Hey, frase poi ripresa da Kurt Cobain nella sua lettera prima di suicidarsi.

Vedete, torna il tema del suicidio. Il 1979 fu l’anno di Unknown Pleasures dei Joy Division, album iconico del genere, un vero e proprio inno alla sofferenza, al male di vivere, così come già dal nome del gruppo che prese spunto dai campi di concentramento nazisti, dai lager destinati alle prigioniere donne.

L’amore ci farà a pezzi: Ian Curtis fu quantomai profetico.

Nel 1979, gli AC/DC pubblicano il capolavoro Highway to Hell, l’ultimo disco con Bon Scott, che morirà l’anno successivo, mentre i The Clash pubblicano London Calling: la fusione del punk con altri generi e l’iconica copertina, in cui Paul Simonon distrugge il suo basso, un pò come a rappresentare la distruzione, la fine del punk e l’inizio di una nuova onda musicale da cavalcare.

Vi è mai capitato di sapere che qualcuno ha fatto qualcosa sullo stesso genere di gruppi o artisti più popolari, magari anche nello stesso periodo, in maniera altrettanto intensa se non di più, ma paradossalmente molto meno conosciuto?

Personalmente, mi è capitato da quando ho scoperto i The Sound, grazie ai quali ho potuto esplorare un lato della musica ancora più intenso, vibrante e disperato, ovviamente senza nulla togliere a ciò che avevano fatto e anticipato band seminali di quel filone new wave dark di fine anni ’70 come Joy Division e Bauhaus.

Sonorità post-punk ’77 amalgamate a struggenti fraseggi di tastiere e sintetizzatori, per gli sfortunati The Sound. Lo stile continua sulla falsa riga dei Joy Division, sebbene il sound dei The Sound (gioco di parole demenziale) risulti più curato e preciso rispetto a quello decisamente più grezzo e sporco dei Joy Division, e nonostante i due gruppi fossero coevi e scevri dalla benché minima contaminazione reciproca.

Il timbro di Ian Curtis era più baritonale, più freddo, più oscuro, più inquietante e più apatico, mentre il timbro di Borland era altrettanto sofferto e drammatico, ma sicuramente più melodico, più malinconico e meno angosciante.
Inverosimile, invece, il paragone con la teatralità di Peter Murphy dei Bauhaus, dal timbro decisamente più strutturato, più cupo e profondo.

Credo sia inevitabile il paragone con i Joy Division, sebbene una fetta di pubblico sostenesse che il comun denominatore tra due gruppi fosse determinata soltanto dall’appartenenza allo stesso genere, nello stesso periodo. Inevitabile il paragone tra i due frontman, per via del suicidio che accomuna Ian Curtis e Adrian Borland, a diciannove anni di distanza l’uno dall’altro.

Jeopardy, a mio avviso, è uno dei dischi più belli dell’intera era new wave: quasi sessanta minuti tra l’entusiasmo di ballate rock acide e l’atmosfera di tensione di pezzi drammatici scanditi dalla sezione ritmica e dai sintetizzatori.

L’album si apre con la splendida I Can’t Escape Myself, con sferragliate di chitarra in pieno stile kraut-rock (termine stereotipato, coniato dagli inglesi con accezione dispregiativa nei confronti del popolo germanico) tedesco di inizio anni ’70, che ricordano un pò il brano Hallogallo dei Neu.

Indimenticabile il testo di I Can’t Escape Myself: il protagonista è stanco di lottare e di ragionare, vorrebbe soltanto scuotere via quella pelle e tutti i suoi problemi, ma alla fine cresce l’angoscia nella consapevolezza di sapere che non avrebbe mai potuto liberarsi di quell’ombra, che non poteva assolutamente scappare da se stesso.

Questo brano trasmette un qualcosa che potremmo definire bohemien, attraverso la lacerazione del protagonista: il valore della sua arte non è compreso dalla società, che diventerà così una prigione per la fantasia dell’artista, portando inevitabilmente l’individuo ad assumere un atteggiamento distruttivo, rassegnato e asociale.
Traspare il senso di arrendevolezza, quell’esistenzialismo tanto caro agli scrittori francesi di inizio Novecento.
L’uomo di Sartre soffriva, si lamentava, ma alla fine prendeva in mano il proprio destino in maniera risoluta.

In un’intervista rilasciata nel 1995 alla BBC-radio, la fotografa Astrid Kircheerr ricorda così quel periodo seminale: “La nostra filosofia, dato che eravamo dei teenager, fu di vestirci di nero e incamminarci osservando il mondo intorno a noi con malumore e malinconia. Naturalmente avemmo un riferimento ben preciso, che fu Sartre. Ci ispirammo agli artisti e agli scrittori francesi, perché erano vicini a noi, mentre l’Inghilterra era lontana e gli Stati Uniti erano fuori dalla questione. Così provammo a pensare e a vivere come gli esistenzialisti francesi. Noi perseguivamo la libertà, volevamo essere diversi e provammo ad essere distaccati, scettici”.

Lo stesso Paul McCartney, a proposito dell’importante trasformazione di stile e comunicazione visiva del gruppo avvenuta in quegli anni ricordò successivamente: “Gli esistenzialisti avevano un aspetto fantastico con quelle giacche di Pierre Cardin scure e senza colletto che diventeranno il simbolo dello stile Beatles. Prendemmo un sacco di cose da loro, perfino il taglio dei capelli”.

Torniamo alle altre tracce di Jeopardy. La seconda traccia Heartland è un’altra gemma di questo disco, un pezzo frenetico dominato da sintetizzatori e basso, che ricorda un pò le sonorità degli U2.

C’è chi si chiede: “Perchè i The Sound non divennero mai gli U2?”. Meraviglioso dubbio che ci accompagna da decenni, o quantomeno accompagna chi conosce la sfortunata carriera dei The Sound.

Forse gli U2 seppero vendersi meglio, forse erano più bravi, oppure furono semplicemente più fortunati.

La cosa certa è che i The Sound non avevano un’immagine accattivante (fattore importante in quel periodo storico, in una società che stava puntando sempre di più sull’immagine e sulle arti grafiche) e, oltretutto, Borland non portava con sé quel carisma utile a farsi largo tra le grazie dei discografici e del pubblico.

Borland cantava ripetutamente “Devi credere, Devi credere in un posto nel cuore”. Era necessario perdersi prima di ritrovare se stessi.

Missiles è un pezzo quasi apocalittico, antimilitarista, che rivela il dramma che esplode lentamente nel finale: in piena Guerra Fredda, Borland si chiede: “Chi diavolo fa quei missili?”.

My Hour of Need è scandito dal basso con un’atmosfera che precede l’angoscia di chi soffre il silenzio della solitudine, il silenzio della propria malattia, il bisogno di avere qualcuno accanto che rompa quel silenzio, che lo riporti al rumore della vita, che non gli faccia pensare al lento incedere del tempo.

My Hour of Need sembra un chiaro omaggio al brano Insight dei Joy Division: è praticamente identica.

Words Fail Me, invece, è un divertente boogie rock, in stile Jerry Lee Lewis, con tanto di sassofono, in cui Borland sottolinea il fatto che le parole falliscono, che le parole non saranno mai all’altezza di spiegare e dimostrare un nostro bisogno che proviene dal cuore.

Entriamo nel periodo d’oro del disco, con un bel pezzo rock acido movimentato come Heyday, un pò come quello che si imbuca ad una festa senza invito: Heyday ricorda in parte le sonorità dei The Stooges, ed in parte quelle dei The Doors di Break On Through, con un bellissimo assolo di chitarra alla fine.

I tempi non erano difficili, erano solo noiosi. La titletrack Jeopardy racconta il pericolo di affondare senza reagire, senza l’interesse delle conseguenze, nonostante la giovane età, la resistenza era a rischio.

Nel brano Night Versus Day, l’atmosfera dark e ipnotica riconduce alla decadenza dei Velvet Underground. Anche gli U2 scriveranno successivamente un brano dal titolo quasi identico, Night and Day.

Con Resistance torna al galoppo il rock punk, in sella ad un bel riff di chitarra tagliente, in cui il basso sembra anticipare quello che sarà il suono di gruppi come i Violent Femmes.

In quella trappola, dove era più facile morire, era necessario tenere duro e resistere. A dirlo era proprio lui, Adrian Borland, che alla fine si arrese alla sua sconfitta artistica, al silenzio dei suoi tempi tranquilli, alla sua malattia certificata, al tempo che non aveva reso giustizia alla sua arte, nel suo momento del bisogno.

Il periodo d’oro dei The Sound non arriverà mai. O meglio, arriverà troppo tardi, dopo il suicidio di Borland, quando tutta la musica di quel periodo rivivrà una seconda vita, un revival, come riconoscimento al valore artistico dei The Sound e di tutte quelle band contemporanee, sottovalutate e sfortunate, come ad esempio i Chameleons.

Jeopardy si chiude con la splendida Desire; anche gli U2 scriveranno successivamente un brano con lo stesso titolo. Desire, dei The Sound, è un brano che ricorda da una parte le sonorità dei Bauhaus, e dall’altra quelle dei Joy Division, ma sempre mantenendo un’identità propria e riconoscibile.

Per quanto mi riguarda, Jeopardy resta uno di quei dischi dei quali non si può fare a meno, imprescindibile, da custodire gelosamente.

Alla fine aveva ragione Borland: la triste verità è che nessuno può fuggire da se stesso, possiamo solamente cercare di tenere acceso il desiderio, attraverso l’agrodolce dei nostri giorni, anche se il ricordo sarà sempre meno nitido.

Ma noi non possiamo dimenticare, non vogliamo dimenticare. Del resto, caro Adrian, abbiamo resistito per così tanto tempo.

Siamo giovani, ma siamo davvero così forti?

© 2019, Fotografie ROCK. All rights reserved.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *