Iggy Pop – The Idiot

È inverno e fuori fa freddo, vento di tramontana, sono sul balcone, mi accendo una sigaretta e penso tra me e me: dopotutto, non ci abitueremo mai all’inverno, nonostante la ripetizione ciclica degli eventi, della vita, della storia. Si, perché, dopo un pò, tutto torna, nonostante l’eterno affannarsi dell’essere umano alla ricerca di un riparo sicuro, di una felicità così sfuggente, in balia delle onde, come un naufrago solitario, abbandonato al suo tragico fato, in una lenta, variabile ed inesorabile agonia, sempre in bilico tra autodistruzione ed istinto di sopravvivenza.

Alla fine cosa siamo? Nient’altro che animali, che col tempo hanno creato eremiti e mercati di massa. E questo voi lo chiamate evoluzione? Progresso?

Siamo dei miserabili, da compatire, in eterno conflitto con la nostra vanità e l’istinto primordiale di prevalere sul prossimo, meglio se con la forza e la prepotenza, tanto poi, troveremo una forza ultraterrena a cui affidare le nostre azioni. Eppure, nonostante la depressione, l’annientamento, le droghe, il caos, le provocazioni, anche un kamikaze talebano come Iggy Pop finì per entrare nell’ottica del contenimento, del guinzaglio, seppur senza museruola, grazie al prezioso contagio del suo grande amico David Bowie. Si dice che il freddo tempri lo spirito e il corpo, se poi ci mettete il freddo invernale della Germania di metà anni ’70, allora ci troviamo nel gelo più assoluto, in un’atmosfera algida, industriale, riscaldata solamente dalle note distorte e alienanti rock, blues, funky e jazz, e dal timbro sensuale e robotico dell’ex Raw Power. Certo, quanto è risultata importante e vitale la lezione musicale dei ragazzi tedeschi tra la fine degli anni ’60 e per tutto il decennio dei Settanta. Erano anni di sperimentazione, di fervida immaginazione, curiosità, anni in cui lo sviluppo dell’elettronica aveva fatto passi da gigante, e che in quel periodo aiutò gli adolescenti teutonici a staccarsi dall’egemonia del sound britannico e dall’aurea negativa della Germania dei decenni precedenti, per inventare un prototipo di realtà virtuale del suono. Psichedelia cosmica.

A metà degli anni ’70, il brit rock era già bello che sepolto e anche l’hard rock britannico stava esaurendo le proprie cartucce, mentre la scena musicale più interessante si stava spostando al centro dell’Europa, con epicentro Berlino. Fu così che Iggy Pop, lontano dalle luci glamour della sua America, dopo il disfacimento dei suoi The Stooges, scoprirà la sua rinascita artistica proprio in Germania, luogo musicalmente adatto a David Bowie, e che sarà terreno fertile per la sua trilogia berlinese.

L’Idiota è un capolavoro in cui si respira l’aria quieta e spettrale dei castelli dell’hinterland parigino e l’atmosfera decadente e austera della Baviera.

L’Idiota è un disco spartiacque tra il vecchio mondo del rock ed il nuovo orizzonte musicale che avrebbe concluso il decennio dei ’70 per poi affermarsi negli anni ’80, fino ad arrivare ai nostri giorni.

L’idiota è un viaggio attraverso il malessere interiore di Iggy Pop, attraverso il cambiamento radicale di un artista consumato. Sulla copertina del disco, Iggy Pop è in una inusuale posa plastica, in bianco e nero, con la stessa gestualità di ‘Heroes’, che prevede come spunto il manierismo dei pittori espressionisti tedeschi di inizio Novecento. Si, perché la musica di David Bowie non è mai stata solo musica.

Ed è per questo motivo che ‘The Idiot’ non è solo musica, ma rappresenta un vero e proprio ponte tra il vecchio e il nuovo, un’opera culturale che avrebbe aperto le danze a tutto il genere new wave post punk, cupo, romantico e nevrotico, fino ad influenzare la sensibilità di realtà lontane, a livello temporale, come Marilyn Manson e The Black Keys.

Mi è capitato di leggere che quest’album viene considerato post-punk, e mi chiedo come sia possibile considerare post-punk un disco pubblicato nel 1977.

In conclusione, quello che mi rimane dopo aver ascoltato quest’album, per l’ennesima volta, è il sentimento d’amore che legava David Bowie e Iggy Pop, e la conseguenza di questa meravigliosa unione, ossia il cambiamento di Iggy Pop, raccontato per la prima volta senza urlare, senza doversi tirar fuori per forza l’uccello, ma con una inedita, espressiva e piacevole dolcezza, a tal punto che Ian Curtis la porterà con sé, come ultimo istante della sua esistenza.

Fuori fa freddo, mi accendo un’altra sigaretta, sopra di me il cielo è stellato, per domani promette bene.

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