Paul McCartney: la recensione di McCartney III

Paul McCartney

McCartney III

18 Dicembre 2020

Capitol Records

genere: rock, rock blues, soul, r’n’b, folk rock

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Recensione a cura di Andrea Profili

Alle porte del 2021, è ancora possibile scrivere musica di qualità, che possa allo stesso tempo risultare piacevole ed orecchiabile, senza dover esagerare con il fattore nostalgia? Per quanto ormai sia un evento raro, la risposta è sì, e non c’è poi da sorprendersi. La vera notizia è che a farlo è un signore di settantotto anni di nome Paul McCartney, che sfondava già nelle classifiche degli anni Sessanta e in tutti i decenni a seguire.

Notizia ancor più straordinaria se si pensa che, anche in questa occasione, Sir Paul si è occupato della registrazione della maggior parte degli strumenti, oltre che ovviamente ad incidere la sua voce.
Chi pensa che quest’album possa essere la solita operazione per accontentare gli storici fan, andando sul sicuro e senza mai uscire dal seminato (citofonare AC/DC – Power Up), sicuramente non conosce Paul McCartney.

McCartney III è senza ombra di dubbio un album di musica contemporanea che spazia dal rock al blues, toccando anche sfumature soul r’n’b’, ma è soprattutto la perfetta dimostrazione di quante idee circolino ancora per la testa di questo compositore e della sua passione sconfinata per lo scrivere musica.

A quasi ottant’anni, Paul continua a sperimentare, giocare e divertirsi con quelle note che tanto gli hanno regalato nella sua carriera, senza ricorrere eccessivamente alle classiche sonorità Beatlesiane e degli Wings, se non moderatamente e in un paio di brani, mantenendo invece una qualità compositiva difficilmente eguagliata da altri in epoca contemporanea. Ci troviamo di fronte all’ennesima dimostrazione di genialità, ma di certo non lo scopriamo oggi.

Si tratta di un album indimenticabile? No, ma con una carriera alle spalle come quella di Paul McCartney, risulta quasi impossibile fare paragoni.
Si tratta di un album di indubbio talento, qualità e al passo con i tempi? Certamente sì. Non necessario, né ai fini della carriera, né da un punto di vista commerciale, ma è proprio per questi due motivi che è possibile apprezzarlo ancora di più: è infatti l’ennesima dimostrazione dell’amore di Paul McCartney per la musica, e non si può far altro che ricambiare tale sentimento, a prescindere dai gusti personali.

McCartney III è l’opera di un cervello nato per comporre musica. È il trascrivere su spartito una miriade di idee, più o meno geniali, ma sicuramente tutte di qualità, e Paul di idee ne ha ancora tante. Con un talento del genere, c’è da sperare che possa non smettere mai, perché ha ancora tantissimo da raccontare.

L’album si apre con la semi-strumentale Long Tailed Winter Bird, più una sorta di introduzione che un vero e proprio primo brano, ma sfido qualsiasi “Uomo Gatto” di turno ad “indovinare con una nota” che si tratti di una canzone dell’ex Beatles Paul, almeno fino all’arrivo delle poche parole cantate.

Il secondo brano, Find My Way, si presenta con una strofa che musicalmente ricorda gli Wings, con Macca che saggiamente dosa la sua voce, purtroppo invecchiata anch’essa, alternandola al falsetto. Voce che appunto sembra provata da sessant’anni di carriera, specialmente nel brano Pretty Boys, che d’altro canto risulta orecchiabile e rilassante.

Il breve giro di piano della forse trascurabile Woman and Wives, ci accompagna alla successiva Lavatory Lil, che invece ricorda moltissimo le sonorità Beatles, ma più che dei brani di Paul, somiglia a quelli di John: omaggio o reciproca influenza, è un pezzo che funziona, dal gusto rock n’roll, senza però risultare anacronistico.

A seguire, gli 8 minuti e 26 secondi di Deep Deep Feeling, forse il vero capolavoro in stile moderno di questo album. Slidin’ è un altro di quei brani rappresentativi dell’immenso talento musicale di Paul McCartney, un pezzo potente e al passo con i tempi.

Il motivo di The Kiss of Venus, utilizzato anche nei brevi video promozionali dell’album, è uno di quelli che rimangono impressi nella mente al primo ascolto. La classica accoppiata chitarra/voce che non avrebbe assolutamente sfigurato nel White Album.

Con Seize the Day torniamo a riascoltare a un assaggio di sonorità Wings, il tutto ancora una volta rivisto in chiave moderna.

Deep Down è il brano che non ti aspetti, inconcepibile sia stato scritto dallo stesso autore di Please Please Me: linea di basso che si avvicina all’ r’n’b, con un risultato finale sicuramente mai ascoltato prima in tutta la discografia di McCartney.

L’album si chiude nel modo più dolce possibile, con When Winter Comes, una canzone scritta originariamente ventotto anni fa, come testimonia anche il timbro di voce più fresco. La voce e la chitarra di Paul ci accompagnano con il sorriso verso le ultime note di McCartney III, con la speranza che possano seguirne tante altre ancora.

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