Iggy Pop: recensione di The Idiot

Recensione a cura di Andrea Musumeci

18 marzo 1977. Esce il debut album solista di Iggy Pop, The Idiot, uno dei tanti ottimi dischi usciti nel 1977, anno importantissimo per la rinascita del rock in tutte le sue diramazioni, dal punk alla new wave.

Eppure, nonostante la depressione, l’annientamento, le droghe, il caos, le provocazioni di quel periodo storico, anche un kamikaze talebano come Iggy Pop finì per entrare nell’ottica del contenimento, del guinzaglio, seppur senza museruola, grazie al prezioso contagio del suo grande amico David Bowie.

Si dice che il freddo tempri lo spirito e il corpo, se poi ci mettete il freddo invernale della Germania di metà anni ’70, allora ci troviamo nel gelo più assoluto, in un’atmosfera algida, industriale, riscaldata solamente dalle note distorte e alienanti del blues e del funky-jazz, e dal timbro sensuale e robotico dell’ex Raw Power. Certo, quanto è risultata importante e vitale la lezione musicale dei ragazzi tedeschi tra la fine degli anni ’60 e per tutto il decennio successivo. Probabilmente, la più grande rivoluzione degli anni ’70.

Erano anni di sperimentazione, di fervida immaginazione e curiosità, anni in cui lo sviluppo dell’elettronica aveva fatto passi da gigante, e che in quel periodo aiutò le nuove generazioni teutoniche a staccarsi dall’egemonia del sound britannico e dal vergognoso passato olocaustico della Germania, per inventare un prototipo di realtà virtuale del suono, di psichedelia cosmica.

A metà degli anni ’70, il brit rock dell’era hippie era già un nostalgico ricordo, mentre l’hard rock britannico stava già esaurendo le proprie cartucce.

La scena musicale più interessante si stava spostando al centro dell’Europa, con epicentro Berlino. E fu così che Iggy Pop, lontano dalle luci glamour della sua America, dopo il disfacimento dei The Stooges, scoprirà la sua rinascita artistica proprio in Germania, luogo musicalmente aderente alla nuovo corso spirituale di David Bowie, e che sarà, appunto, terreno fertile per la sua trilogia berlinese.

The Idiot è un capolavoro in cui si respira l’aria quieta e spettrale dei castelli dell’hinterland parigino e la tensione decadente e austera della Baviera: un disco spartiacque tra il vecchio mondo del rock ed il nuovo orizzonte musicale che avrebbe concluso il decennio dei ’70 per poi affermarsi negli anni ’80, fino ad arrivare ai nostri giorni; un viaggio attraverso il malessere interiore dell’iguana del rock, ed il cambiamento radicale di un artista consumato.

Sulla copertina in bianco e nero della release, Iggy Pop, in una inusuale posa plastica, riprende la stessa gestualità teatrale del Bowie di Heroes, che prevede come spunto il manierismo dei pittori espressionisti tedeschi di inizio Novecento. Sì, perché la musica di David Bowie non è mai stata solo musica, ma arte a 360 gradi.

Ed è per questo motivo che The Idiot non è solo musica, ma rappresenta un vero e proprio ponte tra il vecchio e il nuovo, un’opera culturale ascrivibile al post-punk prima del post-punk, che avrebbe aperto le danze a tutto quel macro-genere cupo, romantico e nevrotico della new wave, e che, inconsciamente, già guardava alla sensibilità di realtà lontane come Marilyn Manson, The Black Keys ed LCD Soundsystem.

In conclusione, quello che rimane dopo aver ascoltato quest’album, è il sentimento d’amore che legava David Bowie e Iggy Pop e la conseguenza di quella meravigliosa unione, ovverosia il cambiamento di Iggy Pop raccontato per la prima volta senza urlare, senza doversi tirar fuori per forza l’uccello, ma con una inedita, espressiva e piacevole dolcezza, tale al punto che Ian Curtis la porterà con sé come ultimo istante della sua esistenza.

The Idiot, dunque, non è un buon disco qualunque: The Idiot è stata un’opera imprescindibile ed essenziale per molti ragazzi nati tra la fine degli anni ’50 e i primi ’60.

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