Intervista a Cesareo

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Ascoltando gli Elio e Le Storie Tese si può notare quanta complessità ci sia a livello musicale, quanta varietà di generi, di tempi, di melodie. E capita di imbattersi in brani che hanno dei veri e propri riff rock, se non addirittura metal (ascoltare Urna per credere). Così ci siamo domandati se il chitarrista, Davide Civaschi, meglio conosciuto come Cesareo, fosse un tipo rock. L’abbiamo chiesto proprio a lui.

FOTOGRAFIE ROCK: Cesareo, ci abbiamo visto giusto? Sei davvero tu il più rock fra i componenti degli Elio e le Storie Tese?

CESAREO: Sì, direi proprio di sì. Indubbiamente.

Com’è nata questa tua passione per il rock?

Inizialmente ero affascinato dal tipico giro di accordi del rock n’ roll, che è spesso farcito da riff di chitarre e piccoli assoli, perché riuscivo a riprodurli quando ero ancora alle prime armi. In seguito il rock ha iniziato a piacermi sempre di più e si può dire che abbia “spolpato” i Deep Purple e i Led Zeppelin fino al midollo. Ho sempre amato entrambe le band, anche se quando ero un ragazzino, erano considerate un po’ come Milan e Inter: non potevano piacerti entrambe.

Come Beatles e Rolling Stones.

Esatto, invece io riconoscevo le differenze fra le due entità ed ero affascinato dalle proposte, sia chitarristiche che compositive, di entrambe le band. Cercavo di carpire il più possibile sia dai Deep Purple che dai Led Zeppelin. In seguito mi sono avvicinato anche a Jimi Hendrix, agli Aerosmith, ai Toto. In generale mi sono sempre piaciuti quei gruppi nei quali c’era un bravo chitarrista, che diventava un musicista al servizio dell’intera band. Questa è una cosa che ho imparato suonando con gli Elio e le Storie Tese. Avendo mosso i miei primi passi in una band così fantasiosa, poliedrica e attenta alla musica, mi sono sempre sentito più un musicista, che non un ‘guitar hero’ che deve spiccare sugli altri.

Quasi un orchestrale.

Esatto, perché alla fine, per me, la band è una piccola orchestra. Con pochi elementi, ma pur sempre un’orchestra, nella quale i musicisti devono convivere in armonia cercando di dar spazio a tutti gli strumenti, al momento giusto, dando così forza alla band stessa.

Che è forse la cosa più difficile da fare, per un gruppo.

Sì, io preferisco la forza di una band ben amalgamata, piuttosto che il solismo. Si vedono su YouTube tanti chitarristi solisti, che si arrampicano in virtuosismi, ma su giri di accordi semplici, senza un guizzo. Vi assicuro che i giri di chitarra degli Elio e le Storie Tese cambiano spesso di tonalità, variano improvvisamente e quindi devo sempre stare attento a quello che stiamo suonando per rimanere in armonia con la band. Quindi, per concludere il concetto, l’idea di musicista che ho maturato con l’esperienza è quella di un elemento che sa quando deve lasciar spazio agli altri strumenti, avendo una visione d’insieme, diventando, quindi, più completo rispetto alla figura del chitarrista.

Parlando di chitarre, sappiamo che la Ibanez ha rilasciato un modello di chitarra costruita per te, la RGTH57 Cesareo Model, la cui grafica è un omaggio a Eddie Van Halen. Ma a che età hai tenuto in mano la tua prima chitarra?

Mio papà aveva una Höfner semi acustica. Per me era enorme, avevo cinque anni e l’unico modo in cui riuscivo a suonarla era sdraiandola sul letto, punzecchiando le corde alla Jeff Healey. I miei genitori notarono che ero interessato allo strumento e così mi comprarono una classica, a misura di bambino, che però mi stava stretta, cercavo un suono diverso. Così, dopo l’ennesima chitarra classica che ricevetti, iniziai a mettere il microfono di un registratore Geloso all’interno della cassa, alzando il volume al massimo, cercando di ottenere una sorta di distorsione.

Davvero ingegnoso. E la tua prima elettrica? Quando è arrivata? Ce l’hai ancora?

È arrivata verso i 16 anni e sì, ce l’ho ancora. È una chitarra con un nome strano, credo si scriva ‘Hawk’, una marca praticamente inesistente. Però ricordo ancora che era costata 70000 lire, era l’unica cosa esposta in un negozio di dischi che non vendeva strumenti musicali, avevano solo quella chitarra. Fu mia nonna a darmi una mega ‘mancetta’ per acquistarla. Sono quelle cose che non dimentichi. È una chitarra che non vale niente, ma per me è come se fosse una Les Paul.

Quali sono stati, invece, i primi dischi che hai acquistato?

Avrei voluto comprare dei dischi, che invece mi furono regalati per un compleanno e sono: Rimmel di Francesco De Gregori, la raccolta Hey Jude dei Beatles e Red Rose Speedway degli Wings di Paul McCartney. Pensate che mi erano piaciuti così tanto i Beatles e così tanto McCartney, che, non avendo mai letto i nomi dei componenti dei Beatles, avevo pensato che sarebbe stato bellissimo se questo McCartney fosse stato un di loro!

Ma dai! Quanti anni avevi all’epoca?

Ero un ragazzino, avrò avuto sui 13 anni. Ero talmente ammaliato dalla musica dei Beatles, che appena ho scoperto che McCartney era uno di loro sono letteralmente impazzito. Da lì ho iniziato a collezionare tutto quello che avevano prodotto durante la loro carriera e tutte le pubblicazioni di McCartney come solista. Vi anticipo già un’eventuale domanda: non ho un chitarrista di riferimento, il mio mito è un bassista ed è proprio Paul McCartney.

I Beatles, quando ti entrano nel cuore, non ne escono più.

Sì, poi noi degli Elio e le Storie Tese, abbiamo avuto l’onore di lavorare nell’album Eat the Phikis e in altri brani, con John Jacobs, che è uno degli ingegneri del suono di McCartney e di altri grandi artisti.

Ti piace andare ai concerti? Ci vai ancora?

Ogni tanto sì, non così spesso come una volta, ma i live imperdibili non me li sono fatti sfuggire. Ad esempio ho visto i Rolling Stones nell’82, quando erano ancora vivi e non adesso che sembrano mummie, oppure Paul McCartney con la band migliore che abbia mai avuto dopo i Beatles, all’epoca di Flowers in the Dirt, nell’89. Lo vidi a Milano per due sere di fila.

Ti piace ancora quello che propone Sir Paul? L’ultimo disco non è niente male.

Sì, l’ultimo disco è carino, anche se il McCartney che mi è piaciuto di più recentemente è quello del singolo Hope for the Future, che faceva parte della colonna sonora di un videogioco del 2014.

Gli artisti cambiano, nel tempo. Sarebbe impensabile il contrario. Cambia anche il pubblico: secondo te in che modo è cambiato oggi, rispetto a quando avete iniziato a suonare?

Il pubblico è cambiato radicalmente, basti pensare che se domandassimo ad una ragazzina di 13 anni chi è Vasco Rossi, molto probabilmente non saprebbe cosa rispondere. Sta per arrivare una mannaia che dividerà nettamente le generazioni, ma è comunque una fase che accetto senza preoccupazioni. Adesso ci si accanisce contro la trap, io mi limito a considerarla come una fase momentanea, così come era stata quella della disco music, quando ero ragazzino; all’epoca veniva vista in modo scandaloso. Ci si stupì del fatto che una band come i Queen avesse scritto un pezzo come Another One Bites the Dust, un brano che scalò le classifiche e che risulta essere il più venduto al mondo di tutto il repertorio dei Queen.

Tra l’altro fu Michael Jackson a consigliare ai Queen di produrlo come singolo, e lui di disco music ne sapeva qualcosa.

Infatti, se pensate che la disco music oggi viene associata a gruppi come gli Earth, Wind and Fire, capite che stiamo parlando di un bel momento musicale, che ha fatto paura all’inizio, ma che alla fine è stato parte di tanti generi diversi. Fino ai primi del Novecento si ascoltava solo la musica classica, quando poi negli anni ‘20 sono incominciati ad arrivare il jazz e il blues, probabilmente i musicisti classici avranno visto quella novità come un nemico pubblico, da distruggere. Ma la musica classica esiste ancora oggi, non si è estinta: c’è spazio per tutti.

Quindi, forse, questi nuovi generi musicali li capiremo tra una ventina d’anni?

Non so se li capiremo, magari non ho nemmeno voglia di capirli… Fortunatamente c’è una grande varietà e libertà, se un film non mi piace, non lo vado a vedere. Proprio perché oggi c’è una grande libertà di scelta anche nella fruizione della musica, farei scomparire la figura del critico musicale. Avevano un senso quando ero un ragazzino e i critici avevano i dischi in anteprima; ti facevi influenzare da quello che scrivevano sulle riviste di settore, perché se volevi ascoltare l’album dovevi per forza comprarlo. Con le tecnologie di adesso il critico lo faccio da solo, ascolto l’album su YouTube o su Spotify e se mi piace vado a comprarlo.

Sicuramente questa è una delle note positive del progresso tecnologico, nel campo musicale.

Tornando al discorso della libertà, secondo me, anche le cover band, che vengono tanto demonizzate ultimamente, meritano di avere il loro spazio. Pavarotti ha sempre cantato cover di opere liriche, Muti dirige delle grandissime orchestre che fanno cover di opere di musica classica, perché nessuno di noi ha mai potuto vedere dal vivo Mozart o Beethoven. Meno male che ci sono state le orchestre che hanno sempre portato avanti e tramandato nel tempo queste opere. Non c’è da scandalizzarsi se una brava cover band riesce a far rivivere le atmosfere degli U2 o dei Beatles, così come nessuno si scandalizza nell’andare a sentire Riccardo Muti alla Scala.

È un punto di vista interessante, abbiamo parlato altre volte del discorso cover band e la tua opinione in merito è sensata. Forse lo è di più laddove quelle band che vengono reinterpretate non esistono più.

Phil Collins accompagna i suoi figli a sentire i Musical Box, che sono la tribute band autorizzata e benedetta dagli stessi Genesis. Così chi non ha avuto la fortuna di vedere i veri Genesis, li può rivivere in un’altra maniera.

Non pensi, però, che queste band possano togliere spazio nei locali ai gruppi emergenti, quelli che fanno musica propria?

La responsabilità non è della cover band, semmai piuttosto della gestione dei locali che devono far quadrare i conti a fine mese. Oltretutto i locali che propongono musica dal vivo stanno diventando una realtà rara. Io sono cresciuto in un’epoca nella quale le band emergenti potevano promuoversi attraverso le serate nei locali, adesso ci sono altri canali, come abbiamo detto. Se riesci, con l’idea giusta, a farti conoscere sul web, magari dopo sei mesi riesci a riempire un locale. Anche le stesse case discografiche di oggi sono facilitate nel compito di selezionare gli artisti, non devono più andare in giro per locali a scovare i talenti, gli basta aprire YouTube.

I talent scout, ormai, lavorano così.

Ho lavorato per tre settimane con Eros Ramazzotti, prima che partisse il tour mondiale, e lo stesso Eros mi ha detto di aver selezionato alcuni dei suoi musicisti tramite YouTube. Ci sono davvero tantissime opportunità in più al giorno d’oggi, per farsi conoscere. Avessimo avuto noi la possibilità di fare un disco agli inizi della carriera e di promuoverlo su Facebook…

A proposito della libertà di scelta e della facoltà di non ascoltare ciò che non ci piace, cosa ne pensi di questa proposta di legge che vorrebbe l’inserimento obbligatorio di un brano italiano su tre, nei palinsesti radiofonici?

Mi sembra una stupidaggine, non ha senso mettere un carico così importante sulle radio. Non sono le emittenti che devono tutelare il cantante italiano, bensì chi ci governa, che dovrebbe promuovere lo sviluppo della musica e delle arti in genere. Innanzitutto rimuovendo tutti quei vincoli che gravano sui locali che vogliono promuovere musica dal vivo, agevolando anche le pratiche con la SIAE, che incasserebbe di più se ci fossero più musicisti che possono suonare, avendo meno limitazioni. Un’altra operazione utile potrebbe essere quella della riduzione dell’IVA sul dischi o sull’arte in genere. Perché deve essere la radio ad avere queste responsabilità? Oltretutto se la proposta di musica italiana attuale è quella che ho sentito a Sanremo… Comunque posso apprezzare il senso della proposta di legge, ma non sono questi i mezzi attraverso i quali si deve andare in aiuto della musica italiana.

Le arti in genere sono considerate come una realtà accessoria, non vengono incentivate quanto dovrebbero.

Sì, basti pensare che in Italia abbiamo pochissimi spazi nei quali si può suonare con un’acustica decente. Per il resto, si fanno i concerti negli stadi o nei palasport, che non sono nati per quello scopo. La musica è proprio bistrattata. Considerate anche che la categoria ‘musicista’ a livello fiscale non esiste, però la SIAE ti chiede le tasse anche sui concerti benefici…

Tristemente incredibile. Cambiando argomento, nella vostra carriera, specialmente negli anni ‘90, avete scritto dei brani con testi ‘provocatori’, ci riferiamo per esempio ad Omosessualità, del 1996. Credi che sarebbe possibile, oggi, pubblicare un brano con quel testo?

Secondo me abbiamo rischiato di più in quegli anni: adesso, purtroppo o per fortuna, si può dire di tutto. Forse ci vorrebbero dei filtri in più al giorno d’oggi. Non credo che un brano come il nostro fosse scandaloso, se pensiamo alla gente che partecipa strafatta ai reality show, agli opinionisti che si insultano nei dibattiti politici e non, ad ex calciatori che usano frasi sessiste nei confronti di donne che parlano di sport…

Però chi ha espresso pubblicamente la sua opinione maschilista, diciamo così, è stato bersagliato e massacrato dall’opinione pubblica. Quindi sì, è vero che ognuno dice quello che vuole, ma spesso ne paga pesanti conseguenze.

Ed è giusto così.

Non trovi, però, che ci sia differenza tra l’opinionista che esterna il proprio pensiero con una frase infelice e l’artista che mette nero su bianco un testo? Rischia di essere vessato e bersagliato da chi si sente offeso.

L’artista se ne fotte e più lo bersagliano, più gli fanno pubblicità.

Purché se ne parli…

Certo, s’innesca la curiosità nel pubblico. Vi faccio un esempio: ho guardato la prima serata del Festival di Sanremo e l’ho trovata così scadente, che non ho voluto assolutamente perdermi la seconda. Era tutto così orribilmente bello, che volevo vedere fin dove si sarebbero spinti. Cos’altro avrebbero potuto fare di peggio. Anche il brutto attrae. È un orribile che ti rapisce: riusciranno ad andare più in basso di così? Non lo sai e quindi continui a guardare.

Al contrario, quando abbiamo qualcosa di bello davanti agli occhi, stentiamo a vederlo perché siamo rapiti dagli schermi dei cellulari. Come siamo arrivati a questo punto?

Negli anni ‘90 l’unico modo che si aveva per farsi notare era fare il ‘Paolini’ della situazione, mettendosi dietro le telecamere dei giornalisti davanti al palazzo di giustizia mentre si parlava di tangentopoli. Adesso i social ci hanno resi tutti protagonisti, ne siamo talmente dipendenti che anche i fatturati dipendono dai social ed i social stessi si stanno piegando alle esigenze degli utenti. La tecnologia ha cambiato le cose, ormai la televisione è diventata superflua per i giovani, per i ragazzini lo strumento principale non è nemmeno più il computer, ma lo smartphone.

Tu che rapporto hai con i social?

Li sfrutto nella maniera giusta, cerco di alternare contenuti divertenti a video didattici, a post su eventi musicali ai quali partecipo. Se devo essere sincero, i social mi hanno portato nuovi contatti anche di lavoro; ormai sono diventati imprescindibili, proprio per quanto riguarda la promozione di un disco o di un evento.

O ti adatti, o soccombi.

Sì, oltretutto anche lo stesso Facebook dovrà riadattarsi, perché ormai i ragazzi sotto i 30 anni usano quasi solo Instagram.

Che è ancora più privo di contenuti, rispetto a Facebook. Su Instagram si viaggia solo per immagini ed i testi scritti non esistono.

Infatti deriva proprio da questo il successo di Instagram: i giovanissimi non hanno più voglia di leggere.

È preoccupante.

Sono fasi, quando la rivoluzione industriale portò l’innovazione delle catene di montaggio si pensava che non ci sarebbe stato più lavoro, invece sono sorti nuovi mestieri. Anche la tecnologia ha bisogno di qualcuno che la sviluppi. Torniamo al discorso della paura del cambiamento, così come dicevamo per la musica.

La storia è ciclica.

Ma certo, lo notiamo anche col ritorno del vinile, ad esempio. L’innovazione non è una pietra tombale su tutto quello che è venuto prima.

Anche a livello di sound, c’è un ritorno all’hard rock anni ‘70, in particolare da parte di alcune band di cui si parla molto ultimamente, come i Greta Van Fleet.

I paragoni col passato li facciamo noi adulti, i ragazzini conoscono i Greta Van Fleet, ma non li riagganciano ai Led Zeppelin, perché magari non sanno nemmeno chi siano.

Certo, può darsi che poi il teenager vada a riscoprire i Led Zeppelin; vista in quest’ottica è sicuramente una nota positiva.

Sicuramente; quando con gli Elio e le Storie Tese scrivemmo il pezzo Come gli Area, alcuni membri degli Area ci dissero che erano ritornati ad avere visibilità ed un pubblico maggiore, grazie alla curiosità che il nostro brano aveva destato.

Allo stesso modo il film Bohemian Rhapsody, possa piacere o meno, ha sicuramente avuto il merito di creare una nuova ondata di interesse non solo nei confronti dei Queen, ma verso la musica rock in generale e ce n’era sicuramente bisogno.

Oltretutto, un film straordinario, secondo me. Che poi non ci sia l’accuratezza storica non me ne frega niente, perché è un film e non un documentario. Così come non m’interessa se Freddie Mercury fosse una brutta persona o no. Quello che conta sono le emozioni che un film, un disco, un artista riescono a regalarti.

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