Intervista a Nero Kane e Samantha Stella

Abbiamo intervistato il cantautore milanese Marco Mezzadri, in arte Nero Kane, e Samantha Stella, che ha collaborato con lui in veste di cantante, musicista, autrice e visual artist, nel suo ultimo disco Tales of Faith and Lunacy, edito il 30 ottobre 2020 per Nasoni Records Berlin, BloodRock Records e Anacortes Records.

Ciao Samantha, ciao Nero. Innanzitutto, grazie per la vostra disponibilità. Vorremmo iniziare quest’intervista partendo dal principio e parlando, dunque, del vostro background musicale e artistico.

NERO: Io suono da diverso tempo e ho avuto vari progetti musicali, ma negli ultimi anni ho iniziato una carriera individuale sotto il nome d’arte, appunto, di Nero Kane. Diciamo che agli esordi suonavo un genere più vicino al garage rock, qualcosa di un po’ più pesante a livello sonoro. Poi, pian piano, mi sono spostato verso questa dimensione più folk e cantautorale, iniziando il mio percorso solista. La prima pubblicazione è arrivata nel 2018, con il disco Love in a Dying World, che è uscito per una label americana, il collettivo artistico American Primitive, creato dal produttore con il quale ho lavorato, ovvero Joe Cardamone, che era il cantante dei The Icarus Line, una nota band di Los Angeles; adesso sta portando avanti anche lui un progetto solista e sta collaborando con Mark Lanegan. Comunque, ho registrato appunto a Los Angeles con lui questo primo disco, uscito nel 2018, e poi da lì ho iniziato a portare in giro la mia musica.

SAMANTHA: Io vengo dall’arte visiva e dalla performance, quindi mi sono occupata inizialmente del progetto del duo Corpicrudi da me co-fondato e poi ho proseguito da sola con il mio nome, Samantha Stella. Mi occupo sia di mostre fotografiche, installazioni, video, che di performance eseguite direttamente da me, oppure nelle vesti di direttrice artistica, nelle quali coordino altri corpi.

NERO: Samantha ed io ci conosciamo già da diverso tempo, dal 2015, dato che lei si era occupata di girare alcuni videoclip per un mio precedente progetto. Inoltre, mi aveva accompagnato nel mio viaggio in California e aveva anche girato un film basato sulle musiche del disco Love in a Dying World, intitolato come l’album. Viste queste premesse, ho pensato che Samantha potesse essere una figura molto vicina alla mia musica e soprattutto che fosse in grado di capire ciò che volevo rappresentare, ciò che stavo cantando e che volevo raccontare nelle mie canzoni.

Una persona che potesse anche unire il linguaggio visivo alle liriche.

NERO: Esattamente. Così le ho proposto di seguirmi durante i live, accompagnandomi alle tastiere e ai cori. Questo è stato l’inizio di ciò che ha poi portato alla stesura di Tales of Faith and Lunacy. La nostra collaborazione si è estesa dall’aspetto estetico/visivo, a quello legato alla creazione musicale. Inoltre, avendo lei una timbrica molto interessante, che mi ricorda un po’ quella di Nico, un’artista che apprezzo moltissimo, e sposandosi molto bene sia con la mia voce, che con il tipo di mood oscuro che cerco di mettere nelle canzoni, siamo finiti a suonare e a scrivere insieme delle nuove canzoni, che sono quelle che compongono appunto Tales of Faith and Lunacy.

Poc’anzi hai nominato Mark Lanegan. Dando un’occhiata alle varie recensioni che avete ricevuto, abbiamo notato accostamenti a diversi artisti del dark folk, come appunto Mark Lanegan, Nick Cave, Mazzy Star, Jim Jarmusch, Johnny Cash, Chelsea Wolfe, William Blake, quindi non soltanto riferimenti musicali, ma anche letterari e cinematografici. Quanto pensate siano stati effettivamente influenti determinati riferimenti per la vostra stesura lirica e sonora?

NERO: Ho sempre ascoltato e ascolto tuttora artisti soprattutto americani, specialmente quei songwriter che hanno un mood che si avvicina al mio; sicuramente Nick Cave e Mark Lanegan rientrano tra questi. Citavo prima Nico, ma potrei menzionare anche alcuni artisti country, come Townes Van Zandt o appunto Johnny Cash. Mi piacciono molto alcuni artisti blues, quindi diciamo che sicuramente i miei ascolti, soprattutto quelli fatti negli ultimi anni, hanno portato alla stesura e alla creazione del mio sound, che mischia il folk con la psichedelia, e comprende anche le ispirazioni che derivano dalla letteratura. Insomma, tutte queste influenze hanno contribuito a creare il mio linguaggio personale. O almeno, spero che sia così. L’intento è quello di trovare un proprio modo di esprimersi senza andare a copiare quello di qualcun altro.

SAMANTHA: A livello di background e di ascolti, io apprezzo anche cose un pochino più oscure o un po’ più folk dark. Ultimamente sono assolutamente intrigata da Lingua Ignota, che non ha avuto una diretta influenza nel nostro disco, se non in un certo tipo di vocalità un po’ più gotica o un po’ più southern folk. Sicuramente questa commistione tra il mio stile e quello di Nero, non solo a livello di generi musicali, ma anche di intenti e di visioni cinematografiche e letterarie, ha portato la critica, specialmente quella americana, a vederci come un qualcosa di originale e particolare. Ecco perché sono stati citati, peraltro già annunciati da noi durante la presentazione dell’album, questi autori e registi come Béla Tar, Jim Jarmusch o David Lynch. C’è tutto un immaginario estetico/visivo che si va ad addizionare alla parte musicale e a quella lirica. Nel disco c’è, ad esempio, un brano che è ispirato al libro di Cormac McCarthy, The Road, da cui è stato tratto anche un film. McCarthy è uno scrittore americano che dipinge questi paesaggi di frontiera addirittura quasi post apocalittici. Poi c’è tutto uno sfondo culturale legato ad una certa attrazione verso l’estetica religiosa, soprattutto quella europea cattolica, che si va a mischiare con queste atmosfere che ricordano i paesaggi del vecchio west americano di fine Ottocento e primo Novecento. Tutto ciò si è condensato, in verità, in maniera molto naturale in Tales of Faith and Lunacy.

NERO: Sì, perché sono i nostri interessi quotidiani che si riversano in ciò che facciamo.

Hanno contribuito a ispirare e poi successivamente a creare questa simbiosi discografica. Attenendoci al titolo, quindi ‘storie di fede di fede e follia’, c’è ancora spazio e speranza per la fede e come si contestualizzano fede e follia nella contemporaneità?

SAMANTHA: Secondo il punto di vista forse più di Nero, direi che la fede, nel suo intento durante la stesura dell’album, va interpretata più come una necessità di abbandono verso qualcosa, ovvero il bisogno di trovare ancora qualcosa a cui affidarsi, in maniera anche un po’ ambivalente, a prescindere dall’avere fede in cosa e in chi. Lascia spazio a tante interpretazioni: il testo di I Believe recita: “credo in te, sia che tu sia il Diavolo, sia che tu sia invece Dio”. La follia, invece, è intesa come un limite quasi estremo al quale si arriva proprio in questa ricerca, da una parte di fede, dall’altra in questo senso di abbandono in un mondo che, come già diceva il primo album, è un mondo che sta morendo. Ci sono suggestioni, se vogliamo, decadenti e romantiche.

NERO: Diciamo che le tematiche che avevo già affrontato nel mio songwriting, quali l’amore, la solitudine, la morte, hanno raggiunto in questo lavoro un livello più trascendentale. Questa solitudine quotidiana, questo senso di abbandono e di decadenza dell’essere umano, che ormai si trova sempre più solo con sé stesso, si sono sviluppate in una ricerca ancora più ampia. In questo senso, ci si affida magari alla fede, che può essere in Dio, ma anche in qualcosa di negativo, per trovare un conforto dalla realtà quotidiana. C’è un pezzo, che si chiama Mary of Silence, che in realtà parla di suicidio, ma è un suicidio visto come forma di salvezza estrema ed è proprio qua che si mischiano fede e follia.

SAMANTHA: Mi viene in mente anche il testo di Mechthild, che ho scritto io, che è ispirato alla vita di una mistica tedesca, Mechthild Von Magdeburg, e agli scritti che lei produsse rivolgendosi a Dio. Nella mia interpretazione del testo, in realtà, ho trasfigurato completamente l’immagine di questa donna, che viene rimbalzata in un tempo futuro rispetto alla sua reale vita; dal Medioevo viene proiettata in un paesaggio desertico del West di frontiera americano. Tutto il testo è pervaso da un senso di follia, dal momento che lei scappa nel deserto dopo aver ucciso sull’altare l’uomo che avrebbe dovuto sposare, ribadendo di essere sposa solo di Dio.

C’è questo perseguimento trascendentale incentrato sull’equilibrio tra gli opposti, tra calma e caos e sul ricercare la pace nella fede.

NERO: Sì, è come se fosse un cammino sul ciglio del baratro. Puoi cadere verso l’ignoto oppure rimanere sulla terraferma.

Quindi, nell’album, c’è questo aspetto dell’iconografia sacrale e di questo dualismo continuo e costante fra sacro e profano, come dicevamo prima. Però abbiamo notato anche un simbolismo ricorrente del numero 7, giusto?

NERO: Il simbolismo legato al numero 7, in quest’album, è un po’ casuale e un po’ voluto. Le sette canzoni del disco coincidono con le sette spade che sono presenti sulla copertina. Sulla cover del disco c’è l’immagine di una Madonna dei Sette Dolori e le sette canzoni coincidono appunto con queste sette spade.

SAMANTHA: Questo simbolismo rafforza ancora di più il nostro tipo di ricerca, che spazia dall’aspetto visivo a quello musicale e contenutistico, che sono strettamente interconnessi.

Possiamo descrivere, quindi, Tales of Faith and Lunacy come un concept album?

NERO: Decisamente sì, come lo era, del resto, anche Love in a Dying World. Essendo un concept album, l’esperienza sensoriale dell’ascoltatore non si limita all’ascolto dei brani, ma prosegue con la percezione visiva dell’oggetto fisico e culmina con il lavoro video fatto da Samantha per i singoli e per le foto del nostro materiale promozionale.

In questa simbiosi tra arte e musica, ricca di suggestioni letterarie, visive e sonore, in questo set cinematografico fatto di territori desertici americani, possiamo notare come il vostro prodotto musicale non sia circoscritto al territorio nazionale, ma sia piuttosto orientato e proiettato verso mercati internazionali.

NERO: Sì e anche il fatto di cantare in inglese ci allontana un po’ dal mercato discografico nostrano. Ciò non vuol dire ch’io disdegni la musica italiana in toto, anzi, apprezzo molto artisti come De André o Tenco. Più semplicemente, la mia formazione musicale si è sviluppata su un tipo di sound più statunitense, anche perché sono affascinato anche a livello estetico da quei territori e da quell’immaginario.

SAMANTHA: Infatti abbiamo approfittato delle registrazioni dell’album per fare un tour on the road della California.

NERO: Tornando brevemente al discorso sull’Italia, purtroppo sappiamo bene che chi fa il nostro tipo di musica viene considerato di nicchia e gode di pochissimo spazio a livello discografico. È un peccato, perché nel nostro Paese ci sono un sacco di band validissime che non hanno nulla da togliere a quelle straniere, ma che, giustamente, si concentrano più sul mercato estero.

SAMANTHA: Nonostante questo, abbiamo avuto un buonissimo riscontro da parte della critica musicale italiana e non ce l’aspettavamo. Per essere considerati ‘di nicchia’, il giornalismo italiano ci ha dedicato molto spazio e ne siamo felici.

NERO: Alla fine, ciò che m’interessa principalmente, quando faccio un disco, è stare bene con me stesso. Per me la cosa fondamentale è sapere di aver fatto un lavoro che mi soddisfi. Poi, ovviamente, mi fa piacere ricevere delle recensioni positive o leggere alcune riflessioni su aspetti che nemmeno io avevo notato e quindi avere anche una nuova chiave di lettura del mio stesso lavoro. Anche questo è molto interessante.

Abbiamo notato che siete molto attivi sui social nel farvi autopromozione, condividendo anche, appunto, le recensioni che vi arrivano. Purtroppo, non tutti gli artisti emergenti, le etichette discografiche o gli uffici stampa sono così attenti a questo aspetto. Quanto credete sia importante la promozione sui social e il lavoro che webzine come la nostra si impegnano a fare nei confronti della musica underground?

NERO: Per noi, i social sono fondamentali, soprattutto perché siamo una realtà indipendente e underground. Pur non amandoli particolarmente, i social network sono il principale mezzo comunicativo che abbiamo a disposizione per arrivare alle persone. Sicuramente vanno utilizzati con intelligenza, creando dei contenuti validi, ma ormai è un dato di fatto che siano diventati parte integrante del lavoro di musicista.

SAMANTHA: È una delle tante sfaccettature di un’unica professione, che è quella dell’artista. Per quanto riguarda, invece, il lavoro delle webzine, credo sia un servizio culturale che ci viene offerto gratuitamente e mi sembra poco professionale snobbarlo.

NERO: Quando esce un articolo, è gratificante notare come una persona abbia dedicato il suo tempo ad ascoltare e a parlare del nostro disco, quando avrebbe potuto parlare di qualsiasi altra cosa. Quindi ci sembra assurdo non rilanciare l’impegno di qualcun’altro. È un lavoro che torna utile a noi, ma è anche un ringraziamento verso quella persona.

Nell’era di internet, siamo tutti interconnessi. Webzine, artisti, case discografiche, studi di produzione e uffici stampa, facendo parte di un unico insieme, devono muoversi all’unisono per funzionare bene.

NERO: Assolutamente.

Ultimamente, stanno prendendo piede i concerti in streaming. Quanto vi manca suonare dal vivo e quanto sareste propensi a “piegarvi” a questa nuova tendenza, qualora dovesse diventare una realtà consolidata?

NERO: Suonare dal vivo mi manca tanto, anche se ho la fortuna di poter suonare tanto a casa, dove ho una piccola sala prove, e quindi sono comunque sempre a contatto con gli strumenti musicali. La musica, in qualche modo, mi accompagna sempre durante le mie giornate. Però l’esibirsi dal vivo, di fronte a un pubblico, manca. I concerti in streaming li vedo come una possibilità interessante per certi versi, ma che assolutamente deve essere solo un palliativo. Se volessi fare un tour, non vedo come sarebbe possibile portarlo avanti seguendo delle modalità in streaming. Anche perché poi, ovviamente, presenteremmo sempre lo stesso spettacolo e sempre nello stesso contesto. MI piacerebbe fare un evento in streaming più che altro per mettermi alla prova anche in questa situazione. Però non so quanto questa novità possa entrare nel quotidiano.

SAMANTHA: Secondo me dobbiamo fare una distinzione, tra le band underground e gli artisti più conosciuti. Per questi ultimi, la cosa potrebbe avere un senso. Poco tempo fa ho intervistato Francesco Bianconi, che mi ha parlato di un nuovo format che aveva da poco presentato, che consisteva nel mandare in onda, in diretta streaming, concerti itineranti, suonati in vari teatri. Ovviamente lui ha avuto la possibilità di farlo perché è un artista di successo. Questa soluzione mi è sembrata interessante, perché coadiuvata, dal punto di vista estetico, da degli spazi suggestivi, come i teatri, e da un entourage tecnico, quindi con un cameraman, un fonico, ecc. Se lo streaming lo vogliamo interpretare così, allora può essere una modalità d’approccio interessante, che possono comunque permettersi solo gli artisti più famosi. Fermo restando che ciò non sarà mai paragonabile ad un concerto con il pubblico. Sullo streaming casalingo, invece, rimango scettica.

NERO: Secondo me bisognerà comunque inventarsi qualcosa, perché questa situazione durerà ancora, penso, parecchio e chissà cosa rimarrà in piedi del vecchio sistema.

Moltissimi locali hanno già chiuso, tantissime realtà, purtroppo, non ce l’hanno fatta, anche perché non sono arrivati sostegni e aiuti a queste categorie.

SAMANTHA: Questo è un tasto dolente e riguarda il modo in cui viene considerata in generale la cultura in Italia, non solo la musica.

L’unico evento imprescindibile sembra essere il Festival di Sanremo. Secondo voi, il fatto che stia per andare in onda, potrebbe dare uno scossone a tutto l’ambiente e creare un precedente sul quale provare a ripartire?

SAMANTHA: No, io lo vedo più come un contentino per il popolo. C’è, però, un buon segnale, dal punto di vista artistico, che arriva dalla riapertura dei musei. Il 12 Febbraio sono finalmente riuscita a performare in un museo e mi è sembrata una cosa quasi surreale, anche perché era da un anno che ero inattiva da questo punto di vista.

Samantha, puoi spiegarci in cosa consiste la tua attività performativa? Ciò che fai si avvicina più allo stile di Marina Abramovic o a quello di Yoko Ono? O magari a nessuna delle due.

SAMANTHA: Beh, direi più alla prima. La dimensione performativa di Marina Abramovic, che è sicuramente considerata la pioniera di questa tipologia di linguaggio, non posso dire che sia vicina al mio stile, perché sarebbe come paragonare due generi musicali diversi. Se però intendiamo le sue performance artistiche come un utilizzo del corpo per esprimere qualcosa, allora sì, possiamo paragonarle a ciò che faccio io. Poi ognuno può puntare su diversi linguaggi; io ho inserito in questi ultimi anni, grazie anche alla collaborazione con Nero, l’utilizzo della voce, cosa che non facevo in passato. Mi piace creare suggestioni fortemente visive, ma anche sonore.

Concludendo, avete già del materiale per un nuovo album?

NERO: In questi mesi ho sempre continuato a scrivere e soprattutto a raccogliere suggestioni per nuove canzoni, anche perché, appunto, data l’assenza dei live, l’idea è di riuscire a rientrare in studio a breve. Il materiale sta arrivando, anche se dobbiamo ancora lavorarci sopra. Sicuramente ci sono dei brani validi che potrebbero essere interessanti da registrare, altri sono solo abbozzati, altri, invece, sono ancora lì che vagano.

Siamo molto curiosi e non vediamo l’ora di ascoltarli. Grazie mille ragazzi e in bocca al lupo.

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