Dream Theater: recensione di Metropolis Pt.2: Scenes from a Memory

È il 1999, i Dream Theater pubblicano Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory, il quinto album in studio e il primo realizzato con il tastierista Jordan Rudess. A vent’anni di distanza, la band di Boston riproporrà l’album integralmente durante il tour estivo, già eseguito perfettamente nel 2001 e registrato nel celebre Live Scenes From New York.
Scenes from a Memory ha il delicato compito di far riavvicinare la band alle sonorità tipiche del progressive metal, dopo il controverso Falling into Infinity pubblicato due anni prima, che invece presentava brani molto più vicini all’alternative rock, ricevendo recensioni contrastanti, ma comunque con composizioni molto interessanti.

I Dream Theater fanno molto di più: sfornano infatti un concept album, una vera e propria opera progrock/metal, sulla falsariga dei classici del passato come Tommy e Quadrophenia degli Who. Le influenze sono le classiche del progrock, con spunti di Genesis, Frank Zappa, ma anche dei Pink Floyd e dei sempre presenti Beatles con passaggi psichedelici.

L’intreccio della trama è sviluppato su due diverse linee temporali: il presente e il 1928. Diviso in due atti, l’album si apre con Regression (Scene One), caratterizzata da un ticchettio d’orologio e la voce dell’ipnoterapista, personaggio che accompagnerà il protagonista del presente, Nicholas, all’interno di un viaggio introspettivo. Si capisce fin da questa prima traccia come Scenes From a Memory sia un lavoro completamente diverso rispetto ai precedenti, dove la musica non la fa da padrona assoluta, ma è accompagnata da una storia, raccontata magistralmente da James LaBrie, godibile se si presta attenzione ai testi e alle diverse interpretazioni vocali che consentono di capirne personaggi e sviluppo.

Con la strumentale Overture 1928 (Scene Two) iniziamo a sentire citazioni musicali provenienti da Metropolis Pt.1 e un assaggio dei temi che invece accompagneranno le vicende di tutto Scenes From a Memory. Entrando in trance, Nicholas tenta di dare significato alle immagini che ogni notte lo tormentano nei suoi incubi.

In Strange Deja Vu (Scene Two) inizia a descrivere le sue visioni e sensazioni, nelle quali si ritrova in una casa che gli risulta familiare. Avvicinandosi ad uno specchio, vede se stesso riflesso con l’aspetto di una giovane donna. Sente quindi che questa donna lo sta contattando per lanciargli una richiesta di aiuto. Il brano è caratterizzato da sonorità più rock che metal e da un bravissimo LaBrie, capace di rendere distinguibili i passaggi in cui a parlare è Nicholas, da quelli in cui è la donna a raccontare la storia. Strange Deja Vu conclude l’introduzione dell’abum, catapultandoci nel vivo della storia.

Risvegliatosi dallipnosi, in Through My Words (Scene Three), Nicholas capisce di essere la reincarnazione di Victoria Page, una ragazza vissuta nel 1928 che tenta di raccontare la sua misteriosa storia attraverso di lui e decide di cercare la verità sulla donna. Gli unici elementi presenti sono la voce di Labrie e il melodico piano di Rudess, che staccano dall’energica Strange Deja Vu e introducono Fatal Tragedy (Scene Three), il primo vero pezzo progressive metal dell’album, caratterizzato da chitarre pesanti e mescolando sonorità moderne con quelle tipiche della fine degli anni ’20, soprattutto grazie alle linee retro ancora una volta di Rudess.

Numerosi ancora una volta i richiami a Metropolis Pt.1. In questa terza scena, Nicholas si reca nella casa vista nei suoi incubi. , incontra un anziano uomo che gli racconta la storia della ragazza, che fu uccisa in quella stessa casa, ma rifiutandosi di aggiungere altro lascia il nostro protagonista di fronte a molte domande irrisolte.

Beyond This Life (Scene Four) è un brano di 11:23 che si presenta con un riff potente e graffiante di John Petrucci, accompagnato subito dopo dall’ingresso delle martellanti casse di Mike Portnoy, per proseguire nell’irregolarità metrica e stilistica tipica dei Dream Theater. Nella strofa principale è il basso di John Myung lo strumento che emerge maggiormente, mentre nella parte centrale viene sprigionata tutta la fantasia di Rudess, con sonorità che vanno a strizzare l’occhio alle tastiere anni ’70 dei Deep Purple. Dal punto di vista narrativo, Nicholas scopre ciò che è successo nel 1928 grazie ai giornali dell’epoca: il senatore Edward Baynes, testimone oculare, racconta di aver sentito degli spari nei pressi di Echo’s Hill. Giunto sul posto, trova il cadavere di Victoria e un uomo con ancora una pistola in mano, che si uccide. Le indagini identificarono la vittima ed il carnefice come due amanti, ma il quadro della scena lascia ancora dubbi.

Through Her Eyes (Scene Five) si apre con un chiaro tributo alla leggendaria The Great Gig in The Sky dei Pink Floyd, per poi proseguire riprendendo il malinconico tema di Through My Words, questa volta però con l’aggiunta di Petrucci, Rudess e un’inedita drum machine. Nicholas, riflettendo sulla vicenda, viene invaso da una profonda tristezza nel mettere a paragone la propria vita con quella dell’infelice Victoria, uccisa prematuramente prima ancora di poterne costruire una. Con questo brano lento si conclude il primo atto dell’album.

Home (Scene Six) apre quindi il secondo atto, ed è forse il brano più aggressivo di tutto l’album, nonché il più lungo con i suoi quasi 13 minuti. Il tema principale è caratterizzato da atmosfere orientali: la chitarra di Petrucci si trasforma in un Sitar, seguita in un crescendo continuo dal resto della band per poi sfociare in uno dei riff più violenti di Scenes From a Memory, con passaggi tipici del metal pesante ma anche con richiami al progressive classico di Images and Words. Evidenti qui le influenze psichedeliche dei Beatles e di George Harrison. Con questo brano la vicenda inizia a farsi più chiara; il presunto suicida e assassino, Julian, non è altri che il fratello dell’unico testimone oculare, Edward Baynes. Victoria si ritrova quindi ad essere al centro di un contenzioso amoroso tra i due fratelli, avendo una relazione con entrambi. Al termine del brano, è nuovamente Nicholas a parlare. Fino a quel momento, la sua ricostruzione dell’intera vicenda è basata solo da quello che ha appreso dalla lettura del giornale, ma è sicuro che gli sfugga qualche altro dettaglio della storia ed è ossessionato dalla risoluzione del mistero.

The Dance of Eternity (Scene Seven) è senza dubbio il capolavoro dell’interno album e uno dei brani più celebri e tecnici di tutta la discografia dei Dream Theater. Pezzo strumentale di 6 minuti che mettono in mostra tutte le capacità tecniche di Portnoy, Petrucci, Myung e Rudess, con passaggi progressive allo stato puro e cambi di generi apparentemente sconnessi tra di loro. Il brano verrà poi ripreso in sede live come struttura base del celebre Instrumedley.

One Last Time (Scene Seven) è un brusco ritorno alle melodie più tranquille, almeno nella parte iniziale del brano, con il piano a farla da padrone e la voce melodica di Labrie. Tornano le sonorità anni ’20 e le citazioni dei temi già ascoltati in precedenza, perché finalmente ci viene svelato qualcosa in più sulla vicenda: Nicholas è convinto infatti che la storia raccontata dal giornale non corrisponda alla verità e inizia a sospettare che Victoria possa aver ferito i sentimenti di Edward, comunicandogli la sua decisione di lasciarlo. Nel visitare la casa di Edward, Nicholas ha delle nuove visioni nelle quali trova conferme ai suoi sospetti sul coinvolgimento di Edward nella tragedia, dove riesce a vedere gli ultimi momenti di vita di Victoria; davanti ai suoi occhi compaiono una donna urlante ed un altro uomo che invoca perdono, ma non è in grado di udirne le parole.

Ci avviciniamo al termine dell’album con il penultimo brano The Spirit Carries On (Scene Eight), dove Nicholas capisce come la morte sia solo un passaggio e che l’anima sia invece destinata a trascendere dal corpo. Victoria ha fatto in modo che il suo spirito si reincarnasse nel corpo di Nicholas, in modo da poter riportare alla luce la verità celata dietro la sua tragica storia. Ora che Nicholas è riuscito a fare tutto questo, prova un piacevole senso di pace, ben rappresentato anche musicalmente: il brano, inizialmente acustico, esplode nella parte centrale in uno dei più riusciti assoli di John Petrucci, che non tenta nemmeno di dissimulare la chiara fonte d’ispirazione David Gilmour.

L’ultima scena si apre esattamente come avevamo iniziato, con la voce dell’ipnoterapista che ordina a Nicholas di svegliarsi. In Finally Free (Scene Nine) le atmosfere di tranquillità vengono subito allontanate da un tema inquietante e minaccioso di Rudess. Nicholas si è svegliato e il soggetto narratore di quest’ultima scena diventa il colpevole Edward, che svela il reale svolgimento dei fatti: è lui ad aver ucciso Victoria e Julian, dopo aver scoperto l’intenzione di lei di lasciarlo per tornare da Julian. Non essendoci altri testimoni presenti al momento dell’omicidio, Edward decide di attuare una messinscena e inventa la storia dell’omicidio-suicidio. A questo punto diventa chiaro perché l’anima di Victoria abbia contattato Nicholas: doveva riportare alla luce la reale dinamica di quell’episodio, dimostrando che non fu Julian ad ucciderla bensì il fratello.

Il disco si chiude con Nicholas che, ignaro di questi ultimi particolari, torna a casa pensando di essere finalmente libero dall’ossessione che lo ha tormentato, ma il continuo tema inquietante di Rudess ci fa capire che non sarà così semplice, accompagnato da un Portnoy che sostanzialmente fa quello che vuole negli ultimi due minuti di musica suonata.

Gli ultimi minuti dell’album proseguono infatti con dei rumori d’ambiente che descrivono la scena: Nicholas, ormai tranquillo, accende la TV e poi inizia ad ascoltare un disco. È qui che avviene il colpo di scena: giunto in casa di Nicholas, l‘ipnoterapista lo uccide, rivelandosi la reincarnazione di Edward, evitando che potesse raccontare la verità sulla tragedia di Echo’s Hill. Nicholas emette un gemito di dolore, mentre la puntina del giradischi urtato nella colluttazione scivola verso la fine del disco, causando un lungo fruscio con il quale si chiude l’album.
Lo stesso fruscio darà inizio al successivo album Six Degrees of Inner Turbulence, sicuramente un album di grande livello ma che non riuscirà ad eguagliare Metropolis Pt.2: Scenes From a Memory, che rimane alla storia come un’opera prog rock/metal di qualità pazzesca, ispirazione compositiva e grande coinvolgimento, posizionandosi nell’olimpo dei lavori più riusciti dei Dream Theater in compagnia di Images and Words e Awake.

Andrea Profili
https://youtu.be/FMmPLnoNZDo

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