Hogzilla: recensione di Hogzilla

Hogzilla

Hogzilla

autoproduzione

2 novembre 2020

genere: psych, sludge, stoner, doom

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Il prossimo 2 novembre vedrà finalmente la luce l’album omonimo degli Hogzilla (unicum della band teramese), che verrà distribuito in un formato digipak serigrafato amano.

Il disco è stato registrato nel 2013 presso i Moonlight Studios di Parma, ma non fu mai pubblicato a causa dello scioglimento del gruppo, nonostante l’interessamento di alcune etichette.

Torna, invece, a distanza di sette anni, il fantasma di quell’enorme e vorace “maiale selvatico”, che si aggira ancora tra i campi di grano e mais della Val Vibrata.

Hogzilla si scaglia contro la fauna hipster moderna con intensità omicida, che prende forma attraverso le scosse telluriche e magmatiche della sezione ritmica – capitanata dalle percussioni tonanti di Enzo Zeder (poi bassista dei Kotiomkin, Egon Swha e Salmagündi) e dalle frequenze bassistiche di Mirko Iobbi – e le pesanti distorsioni della chitarra di Vittorio Leone, generando effetti corrosivi, tossici e ronzanti di ispirazione Melvins, Neurosis, Crowbar e Eyehategod.

Le liriche surreali e nonsense dei nove brani di Hogzilla sembrano provenire direttamente dalle colonne sonore dei b-movies di fine anni Settanta, dalle bizarre pellicole cinematografiche di Jesus Franco, dalla subcultura dei grindhouse americani, dai racconti noir dei pulp magazine e da una sorta di nichilismo low cost alla Squallor.

La band di Martinsicuro ci accompagna in un’esperienza sonica on the road, enfatizzata da sentieri notturni fatti di sofferenza e tormento cerebrale, dai quali emerge il canto alienato, alticcio e gutturale de Il Conte Marinucci, che si sposa alla perfezione con l’impatto pachidermico della release.

Strutture gotiche, monolitiche e lisergiche compongono un affresco strumentale funambolico ed ossessivo, che si articola in un vero e proprio mix esplosivo tra le strazianti e assordanti dinamiche post-apocalittiche del noise-hardcore e le atmosfere sulfuree e rallentate dei riff doom di sabbathiana memoria.

Quello che rimane di Hogzilla, al di là delle macerie, del fango e delle speranze, è il riverbero funesto e perverso degli amplificatori, le sanguinose e claustrofobiche cascate di feedback, il tribalismo groove del boogie metal e le linee cosmiche, allucinanti e polverose dei deserti southern e stoner, dove tutto sembra contorcersi e trascinarsi oltre la soglia del disagio e del rumore acufenico, per sprofondare nei solchi sabbiosi dello sludge metal.

Membri della band:

Mario Il Conte Marinucci: voce

Vittorio Leone: chitarre

Mirko Iobbi: basso

Enzo Zeder: batteria e cori

Tracklist:

1. Assembled Alive!

2. Cold Sinner

3. Through The Closed Doors

4. Threshold Of Discomfort

5. Touch The Apricot

6. The Warden

7. Alone Laughing Man

8. Ooze

9. Annihilator Of Hopes

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