Mad Season: recensione di Above

Mad Season

Above

Columbia Records

14 marzo 1995

genere: blues, southern, grunge, psych, acid rock, garage rock, bossanova

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Recensione a cura di Andrea Musumeci

Nel 1995 il supergruppo statunitense Mad Season (ex Gacy Bunch), formato dal batterista degli Screaming Trees Barrett Martin, dal chitarrista dei Pearl Jam Mike McCready, dal bassista dei The Walkabouts John Baker Saunders e dal frontman degli Alice In Chains Layne Staley, esordisce con un unicum discografico dal titolo Above, edito per Columbia Records e anticipato dall’unico videoclip tratto da quest’album, River Of Deceit.

Eravamo al giro di boa degli anni ’90: a un anno di distanza dal suicidio di Kurt Cobain e con la fioritura di gruppi cloni dei Nirvana, il grunge (probabilmente, l’ultima rivoluzione culturale nella storia della musica rock) iniziò lentamente e irreversibilmente la sua parabola discendente. Una passione che si esaurì due volte più velocemente di altre. Come una candela che brucia da entrambi i lati, il cosiddetto Seattle Sound perse tutta la sua intensità primigenia, finendo per arrendersi alla convivenza tra sofferenza emotiva e sofferenza somatica, abbandonandosi gradualmente ai propri demoni, ovvero alla dipendenza dall’eroina.

Testando i primi effetti della globalizzazione e con indosso il nuovo vestito dell’austerity, la società si apprestava a cambiare pelle: la cultura edonista e pseudo invincibile che aveva dominato gli anni ’80, nella sua opulenza parossistica e forte di una fiducia incondizionata nei confronti del futuro, avrebbe ceduto il passo all’esaltazione introspettiva del disagio esistenziale, facendosi paradigma di una controcultura agnostica, caotica e genuinamente decadente.

L’alternative rock degli anni ’90 riuscì a incarnare e diffondere tutto quel malessere sociale, tra crisi identitarie camusiane, nichilismo, sfiducia nel ruolo etico e morale della religione (riconoscendo in quest’ultima soltanto la visione marxista), e subendo la diabolica attrazione da parte delle droghe, viste non più come il male da cui fuggire, bensì quale soluzione al conflitto interiore individuale nei confronti delle pressioni della società ostile. Basti pensare, giustappunto, al triste epilogo di alcuni dei massimi esponenti dell’epoca grunge.

Prima del 1995, Mike McCready conobbe John Baker Saunders in una clinica di riabilitazione del Minnesota, dove entrambi stavano seguendo un percorso per disintossicarsi da droghe e alcool. Da quell’incontro, e da quel mal comune fatto di tossicodipendenza e disintossicazione, nacque l’idea di mettere in piedi il progetto Mad Season. Dopo aver arruolato il bassista dei The Walkabouts, McCready arruolò Barrett Martin degli Screaming Trees e, infine, Layne Staley. Mike sperava che Staley, in quel rinnovato contesto creativo, circondato da musicisti “ripuliti” (teoricamente), sarebbe stato spinto a disintossicarsi dall’eroina. Purtroppo, qualche anno più tardi le condizioni di salute di Layne si aggravarono e John Baker Saunders morì proprio per una overdose di eroina. Risultato, nel suo dramma, alquanto grottesco e beffardo.

Lo spartito di Above, composto da dieci tracce, prende forma e si esalta nella venerazione ascetica delle linee guida dei consumati solchi della psichedelia blues elettrificata e del rock & roll garage degli anni ’60 e ’70, passando attraverso danze sciamaniche doorsiane, ritmiche afro-beat, scenografie cosmiche seventies e inevitabili echi Alice In Chains, Pearl Jam e Screaming Trees, mescolando dosi di mescalina e sludge a cocktail narcotici, ed alternando sonorità melodiose, rotonde, liquide, sussurrate e abrasive.

Il tutto inghiottito in una vertigine atmosferica ed emotiva straziante, destabilizzante, dolorosa, lisergica, tossica, claustrofobica e di disperazione acida “neilyounghiana”, ed amalgamato allo splendido e indimenticabile timbro sofferto, ipnotico ed evocativo del compianto Layne Staley (uno dei personaggi più rappresentativi di quel lamento generazionale), insieme al tenore autodistruttivo dei suoi testi autobiografici.

Above si apre con il lento, inesorabile e agonizzante southern blues di Wake Up, in cui riecheggiano litanie soul di anime dannate ed atmosfere magiche e allucinate: una sorta di preghiera spirituale con la quale Layne esorta un giovane uomo a svegliarsi, rivolgendosi alle nuove generazioni, o verosimilmente a se stesso. Svegliarsi dal torpore di un’esistenza dissoluta e senza obiettivi. Dall’ossessivo pensiero del suicidio. Da quel senso di inadeguatezza nei confronti di un mondo intriso di guerre, odio, convenzioni, pregiudizi, lacrime e bugie. “Un lento suicidio non è mai un modo per andarsene”, per fuggire dalla realtà, dalla depressione e da tutta quella rabbia repressa. Eppure, fu la sola via di fuga che Layne percorse fino alla sua resa definitiva.

River Of Deceit è il fiore all’occhiello dell’intera release, con la sua intro acustica di pinkfloydiana memoria e quel sound così inverosimilmente soul. Tentare di restare a galla, di nuotare a pelo d’acqua e non annegare nel fiume dell’inganno: Layne era stanco di tutte quelle bugie, dette agli altri e in primis a se stesso, di tutte le promesse disattese, di quel dolore (peccato originale) che ci siamo scelti per via di certe debolezze e rassegnato a quel destino che sembrava essere l’unico orizzonte possibile. Prospettiva che Scott Weiland, ex frontman degli Stone Temple Pilots, ci aveva anticipato nella sua Interstate Love Song: vite tormentate e costantemente in lotta contro i lati oscuri della propria anima, sospese ad un bivio, al confine tra due territori: verità e menzogna, eroina o disintossicazione, o semplicemente come metafora del confine tra la vita e la morte.

Il main riff di I’m Above (così simile a quello di Cocaine di Eric Clapton, tanto per rimanere in tema tossicodipendenza) trasmette quella sensazione elettrificata di smarrimento e precario equilibrio tra realtà e immaginazione: che il senso profondo di tutte le cose lo puoi ritrovare soltanto guardandoti in fondo, scivolando sempre più in basso, nella perdita della fede, tra emozioni laceranti e tenerezza.

Partendo dalla bossanova tribale di Heavy Heart di Peter Green, passando per quella interstellare di Planet Caravan dei Black Sabbath e finendo per accarezzare le corde epidermiche di Big Empty degli Stone Temple Pilots, veniamo introdotti nel pathos struggente e ovattato che avvolge la ballad Long Gone Day, in cui emotività e spiritualità vengono accompagnate dal timbro magnetico di Mark Lanegan, frontman degli Screaming Trees, uno dei pochi sopravvissuti di quella nidiata di “artisti maledetti”.

Un altro lungo e straziante giorno se n’era andato, nel ricovero di quella malattia mortale, nella rassegnazione catatonica del fallimento, o come un ultimo e disperato inno alla vita. Giorni che, salvo rari sprazzi di luce, sembravano tutti identici. Restava solamente il lontano e agrodolce ricordo di quell’estate, di quel vento che giocava con i bambini, quando certi luoghi somigliavano ancora a un posto sicuro.

November Hotel è l’unico pezzo strumentale dell’album: una lunga jam session di matrice voodoo hendrixiana e di memoria zeppeliniana dai suoni riverberati e dagli effetti overdrive e wah wah, che sprigiona tutta la sua potenza tra evoluzioni solistiche strascinate, bending languidi e canoniche sferzate hard rock, tra esplosioni e momenti di quiete.

Above si chiude con la profetica traccia All Alone: Layne Staley morì il 5 aprile del 2002, all’età di trentaquattro anni, a causa di un mix di droghe definito speedball. Il suo corpo senza vita fu trovato nel suo appartamento solo un paio di settimane dopo la sua morte. Due settimane senza nessuno che ti cerchi e si chieda che fine tu abbia fatto. Layne Staley se n’è andato via così, nella sua solitudine, con indosso la sua corona di spine e cucchiai d’argento che giacciono sul pavimento.

Parafrasando la canzone Kurt Cobain di Brunori Sas: “Chiedilo a Layne Staley come ci si sente a stare sopra a un piedistallo e a non cadere, quanto l’apparenza inganna, e quanto ci si può sentire soli e non provare più niente”.

Above è il canto del cigno di una generazione e, più specificatamente, di un uomo contemporaneamente vittima e carnefice del suo mal di vivere; di un anti-eroe dei nostri tempi che, come Mersault, si sentiva sempre più straniero in terra propria. Ma, a volte, ci sono cadute che si trascinano in pozzi troppo profondi, senza ritorno, e che non lasciano scampo ad alcuna forma di redenzione. Cadute che, però, restano vive nella nostra memoria, quale testimonianza indelebile di quel breve passaggio e nel riflesso di quella lunga scia luminosa.

Membri della band:

Barrett Martin: batteria

Mike McCready: chitarre

John Baker Saunders: basso

Layne Staley: voce e testi

feat. Mark Lanegan: Long Gone Day

Tracklist:

1. Wake Up

2. X-Ray Mind

3. River Of Deceit

4. I’m Above

5. Artifical Red

6. Lifeless Dead

7. I Don’t Know Anything

8. Long Gone Day

9. November Hotel

10. All Alone

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