RITMO TRIBALE: intervista esclusiva ad Andrea Scaglia

La Rivoluzione del Giorno Prima era senza ombra di dubbio il disco più atteso di questo mese. È uscito per Bagana il 17 Aprile e i fan dei Ritmo Tribale non vedevano l’ora. Noi di Fotografie ROCK avevamo già avuto il piacere e l’onore di ascoltarlo e recensirlo in anteprima e di parlarne con il bassista Andrea Briegel Filipazzi.Ci sembrava doveroso, però, fare anche una chiacchierata con l’autore dei testi di questo nuovo lavoro dei Tribali, il cantante e chitarrista Andrea Scaglia.

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Ciao Andrea, partiamo con una domanda di rito: come stai vivendo questi giorni d’isolamento?

Io sono una persona che non ama stare chiusa in casa, sono sempre in giro, inquieto da sempre e per sempre, per cui diciamo che inizialmente ero uno di quelli che cercava di uscire con qualunque scusa, dopodiché ho capito che bisognava attraversare questo periodo cercando di occupare il tempo approfondendo i nostri interessi. Nello specifico sto leggendo, guardando un po’ di film e suonando. Mi sto divertendo a fare delle cover di pezzi che mi piacciono molto, traducendone i testi in italiano. Infatti volevo chiedere agli altri del gruppo, che con i social sono molto più abili di me, di pubblicare magari qualcosa per dare testimonianza di questo periodo particolare per tutti. Però all’inizio questa situazione non la vivevo affatto bene, mi sentivo ingabbiato, ma l’uomo, dopo un po’, ahimè, si abitua a tutto, quindi faccio buon viso a cattivo gioco.

Sei solo in casa o hai famiglia?

No, non sono solo, ho una compagna e un figlio di diciassette anni. Prima, con lui, non avevamo molte occasioni di vederci, invece adesso che siamo gomito a gomito, son mazzate tutti i giorni! [ride]

È un’età tranquilla, dai…

No, devo dire che io a diciassette anni ero un disastro e lui è più tranquillo di me, però è comunque un adolescente con il suo carattere; io ho il mio e abbiamo deciso di menarci col sorriso sulle labbra.

Al di là della musica, stai lavorando? Che lavoro fai?

Io scrivo, da tanti anni faccio il giornalista, il cronista. Quando arrivo io, in genere vuol dire che c’è qualche guaio. Ora è diverso, il mestiere è cambiato, non si va più in giro e ne soffro, sento il bisogno di un cambio, di altro… Ecco, diciamo che di base mi piace scrivere.

L’avevamo intuito e non solo da questo album. Il tuoi testi ne sono la prova e a tal proposito volevamo chiederti com’è iniziato il tuo percorso artistico. Coincide con quello dei Ritmo Tribale?

In realtà io già da ragazzino suonavo con Briegel, intorno ai 13/14 anni, mentre da bambino suonavo il pianoforte. Poi, qualche anno dopo, ho conosciuto gli altri ragazzi dei Ritmo e abbiamo iniziato ad uscire insieme come amici. Ci accomunava la passione per la musica e così abbiamo cominciato anche a suonare insieme. C’è stata subito intesa, sia dal punto di vista musicale che da quello umano. Quindi eravamo un gruppo di amici che si trovavano in piazza la sera, per i quali la musica era il coronamento di un rapporto che non si fermava in sala prove. Ci vedevamo sempre. Abbiamo passato almeno una decina d’anni a vederci tutte le sere, compreso Natale, Capodanno eccetera.

La cara e vecchia comitiva di una volta.

Sì, eravamo una banda, la banda Scarletti, ci chiamavamo. Tipo una specie di Banda Bassotti, sempre ai limiti della legalità, diciamo così. Eravamo molto legati, tutti ragazzi di Milano, attratti dal lato oscuro della forza. Non eravamo necessariamente simili come gusti musicali, ma certamente insieme si creava una magia particolare. Il nucleo iniziale dei Ritmo Tribale, che era composto da Alex Marcheschi, Edda, Fabrizio Rioda e Alessandro Zerilli, che poi è diventato il bassista degli Afterhours, esisteva già da qualche mese. Io mi sono inserito e da lì è partito tutto.

Avete iniziato con delle cover, come succede di solito?

No, assolutamente. Non abbiamo mai fatto cover. Abbiamo fatto subito pezzi nostri. Anche per il fatto che avevamo tutti formazioni musicali diverse: io venivo più dal punk, Stefano, cioè Edda, aveva una grande cultura sul cantautorato italiano, Fabrizio era più verso il blues, Marcheschi, il batterista, era più sulla West Coast, cose tipo Crosby, Stills, Nash e Young. Fare pezzi nostri fin dal principio era veramente esaltante, era divertente uscire dalla sala con dei brani che non erano la replica di pezzi di altri, ma composizioni nostre. Peraltro Stefano era veramente molto abile nel trovare la frase giusta per la nota giusta. Il nostro stile poi si è nel tempo affinato.

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Con Briegel avevamo toccato il tema delle differenze tra la tua scrittura e quella di Edda. Di quanto quella di Stefano fosse parecchio criptica. Tu li capivi i testi di Edda?

Io su questo non sono molto d’accordo con Briegel; sono innanzitutto un grande ammiratore di Edda e trovo che, a parte la sua qualità vocale che è fuori discussione, nel senso che ha una voce così particolare e così potente da risultare unica e imparagonabile, i suoi testi siano molto personali e visionari e anche se non sempre raccontano una storia dall’inizio alla fine, sono molto evocativi. Suscitano delle emozioni che possono essere vissute in più modi. Soprattutto una sua grande abilità, che gli va riconosciuta, è quella di essere riuscito a coniugare il suono dell’italiano, con un certo tipo di musica.

Che non è una cosa facile.

No, non è facile. Lui è stato uno di quelli che ha aperto la strada a tanti gruppi, infatti Manuel Agnelli gli ha riconosciuto questo merito.

Anche il tuo modo di scrivere, che ci piace moltissimo, troviamo che rispecchi queste caratteristiche che hai appena descritto per quel che riguarda i testi di Stefano, pur essendo due scritture diverse. Diverse, ma non troppo.

Anche secondo me abbiamo un po’ pescato dallo stesso pozzo; a me piace molto scrivere anche in prosa e amo il suono delle parole. Perciò credo che in questo senso, ognuno col suo gusto, abbia un po’ lo stesso obiettivo, ovvero quello di sentire il suono delle parole sulla musica.

Cos’è successo, nella storia dei Ritmo Tribale, da Bahamas in poi?

Bahamas è il disco che ha chiuso una grande cavalcata, una storia pazzesca che era iniziata nell’84/‘85. 15 anni di viaggio insieme e si sente che Bahamas, che è un disco a cui sono molto affezionato, in un certo senso risolve una situazione, che chiude una storia. Lo si sente dai testi, dal tipo di musica e anche dal tono di quello che canto. Quello è stato il momento in cui ognuno di noi ha dovuto prendere la propria strada, eravamo implosi, forse arrivati al limite di quello che potevamo dare in quel momento ed era logico che quell’esperienza si concludesse. Però tra di noi non ci siamo mai persi di vista. I miei amici sono i Ritmo Tribale, siamo una famiglia.

Una tribù.

Una tribù, esatto. Abbiamo sempre continuato a frequentarci e con alcuni anche a suonare insieme, con il progetto No Guru, al quale avevo preso parte insieme a Briegel, Alex e inizialmente anche Talia, Xabier Iriondo degli Afterhours e il sassofonista Bruno Romani, un meraviglioso musicista. Quell’esperienza ci aveva fatto risentire il profumo dei concerti, del contatto con la gente. Poi qualche anno dopo, casualmente, un ragazzo ci chiese di fare una serata, una Bahamas Night, un concerto nel quale avremmo suonato tutti i brani del nostro ultimo disco. Decidemmo che era arrivato il momento di farlo, evidentemente ognuno di noi aveva metabolizzato e digerito tutta una serie di cose, per cui da lì, ricominciando, divertendoci, trovandoci bene, è venuto naturale continuare. Inevitabilmente sono poi nate nuove cose, io avevo continuato a scrivere, e il passo successivo è stato provare a registrare.

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Per concretizzare quanto fatto in sala prove.

Sì, a noi non piace andare in giro a ripetere all’infinito quello che siamo stati, non abbiamo più 25 anni, ne abbiamo 50. Chiaramente se facciamo un concerto suoniamo anche i pezzi che facevamo 25 anni fa, però rimanere fermi lì diventa un po’ noioso, almeno per noi.

Anche perché i fan dei Ritmo avevano bisogno di un vostro ritorno, siete stati accolti con tanto affetto e calore.

Questa è stata una sorpresa molto piacevole. Quando abbiamo iniziato a registrare questi pezzi, quello che ci importava era che rimanesse una testimonianza di questo periodo. Inizialmente non c’era affatto l’idea di pubblicare un album, ma solo quella di avere un documento in musica.

Una polaroid di questo momento.

Sì, esatto. Poi, quando i pezzi sono diventati due, poi tre, abbiamo pensato di fare un EP, un piccolo oggetto che potesse essere conservato. Andando avanti, però, le composizioni aumentavano e così abbiamo optato per l’album. L’idea iniziale era quella di fare soltanto il vinile, ma ci hanno insultato in molti dicendo che i vinili sono ormai poco ascoltati e così ci siamo convinti a fare anche il digitale. È stato veramente un lavoro che non era iniziato come un progetto e ciò non implica che ce ne saranno altri in futuro. Navighiamo a vista.

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Sicuramente, per i fan, il vinile è un oggetto di culto, da collezionare, ma il formato digitale, al giorno d’oggi, è imprescindibile.

È anche giusto così, anche se la nostra idea iniziale era proprio quella di confezionare un prodotto volutamente di nicchia, vendendo solo il vinile e solo ai concerti, in modo che il fan potesse avere un qualcosa di raro. Però rischiava di diventare un’operazione troppo elitaria, che avrebbe tagliato fuori un sacco di persone che avrebbero avuto piacere di ascoltare la nostra musica, non avendo la possibilità magari di venire ad un nostro concerto per questioni geografiche o logistiche.

Altrimenti avreste dovuto fare 500 date, per dare a tutti la possibilità di acquistare il vinile!

Esatto.

A proposito di live, in attesa che ripartano e speriamo il prima possibile, tu sei un appassionato di concerti?

In realtà lo ero più da ragazzo. Il primo concerto che mi ha stravolto la vita è stato quello dei Damned, quando avevo 13 anni, dopo quell’esperienza cominciai a suonare la chitarra. Invece l’ultimo live veramente esaltante che ho visto, ed era da tanto che non ne vedevo uno, è stato quello di Salmo. È un artista che mi piace moltissimo, è veramente in gamba. Recentemente ho apprezzato moltissimo anche il concerto di questo gruppo americano, formato da sax, batteria e moog, che si chiama The Comet is Coming. Vi consiglio di ascoltarli, sono davvero pazzeschi.

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Come fruitore musicale, invece, da che lato ti orienti?

Sono sempre alla ricerca, mi piace esplorare territori che non siano quelli da cui sono partito. Uno dei progetti che più mi è piaciuto negli ultimi anni è stato quello di Thom Yorke con gli Atoms for Peace, hanno fatto un album bellissimo, oppure apprezzo cose di musica psychedelic house. Ho comprato una batteria elettronica per cercare di unire sonorità nuove a quelle a cui sono più abituato. Ad esempio, anche se forse è un po’ monocorde, l’ultimo album di Iggy Pop, ha delle atmosfere in certi momenti che mi piacciono molto. Anche lui è andato a cercare questi orizzonti larghi, con strumenti elettronici, ma anche ogni tanto con il sax. Il tutto accompagnato dalla sua voce, che è davvero incredibile.

Anche David Bowie, con il suo ultimo album, Blackstar, aveva fatto questo tipo di ricerca.

Non sono mai stato un grande fan di Bowie, ma Blackstar è veramente emozionante. Si sente che lui stesse aspettando… Comunque sì, in generale mi piace andare alla ricerca di cose nuove e diverse. Come dicevo, ho un figlio di diciassette anni, e lui impazzisce per il rap e per la trap e devo dire che anche lì ho trovato delle cose interessanti.

Bisogna saper scindere.

La trap parla della loro vita, degli adolescenti di oggi, ammetto che ci sono delle volte in cui mi irrito, quando sento alcuni testi che ritengo essere un po’ superficiali, per essere gentili. Poi però mi ricordo anche che i testi del punk che ascoltavo io da ragazzo, da un sessantenne di allora erano recepiti alla stessa maniera. Quindi evito di pormi come il vecchio babbione che dice che ai suoi tempi la musica era meglio, perché ci sono anche delle cose che mi ha fatto sentire mio figlio che mi sono piaciute.

È giusto che gli adolescenti ascoltino la musica del loro tempo. Andrebbe però mantenuta alta la qualità del prodotto e in questo senso forse oggi, dato che chiunque può fare un video e pubblicarlo online, c’è una gran confusione.

Però anche questo è un discorso che sarebbe lunghissimo da fare. La qualità cosa significa? Ci sono delle tecniche di registrazione e di missaggio, oppure un testo oggettivamente bello, che vanno al di là del parere personale. Però ricordo anche di essere cresciuto con gruppi punk che registravano gridando delle frasi irripetibili dentro a un microfono, eppure mi davano una botta bestiale. I primi dischi dei Black Flag erano violenza pura, registrati malissimo, però ci trovavo un’energia pura che non c’era in altri dischi registrati bene. La trap, per i ragazzi di oggi, è quello che il punk è stato per me. Con un computer e un microfono fanno musica. Il movimento trap è stato piuttosto impressionante; poi col tempo rimarranno soltanto quelli che riusciranno ad affinare un po’ il messaggio e a rivolgersi non soltanto ai sedicenni di quartiere, ma anche ad una platea un po’ più vasta, perché certi testi, dove la donna ‘è la mia bitch’ oppure ‘vendo la polvere’… Insomma…

I testi del rock forse erano meno espliciti, un po’ più velati e poetici, pur trattando in qualche modo alcune tematiche simili.

Sì, erano più velati, però anche lì, quando si parla di poesia, ci sono alcuni racconti di Bukowski che parlano di cazzi, fighe e puttane, esattamente in questi termini. La musica degli adolescenti rispecchia sempre una ribellione rispetto agli adulti. Mentre noi dovevamo ribellarci ad un tipo di mentalità un po’ borghese, quadrata, legata alla tradizione, loro, al contrario, si ribellano alla nostra di mentalità. Noi dicevamo: prima la sostanza dell’apparenza e chissene frega della macchina bella. Ci siamo trovati di fronte a quelli che ci accusano di avergli lasciato un mondo di merda e per questo cantano esattamente il contrario di quello che cantavamo noi. Ma non perché ci credano necessariamente, semplicemente per opposizione. Perciò è impensabile, per noi, capirlo fino in fondo.

Parliamo di voi, allora. Prima ci dicevi che in principio, i Ritmo Tribale non facevano cover.

Non le facevamo, ma poi col tempo ne abbiamo fatta qualcuna. Ultimamente mi era venuta voglia di prendere pezzi di gruppi che mi piacevano, però siccome non sono molto abile con l’inglese, e se lo parli in maniera maccheronica fai anche un po’ ridere, ho trovato più semplice riportare i testi in italiano, aggiustandoli un po’ per poi rendere i brani più nostri. È una cosa che mi ha divertito molto.

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Il brano dei Killing Joke come l’hai scelto?

I Killing Joke sono stati uno di quei gruppi davvero seminali, per me. Il loro primo album è stato uno dei più importanti per la mia formazione. Li ho anche visti dal vivo all’inizio degli anni ‘80. Ho scelto quel pezzo perché non era uno di quelli mitici, ma mi piaceva molto e lo trovavo potente e adatto ai Ritmo. Poi, nel nostro nuovo disco, c’è anche Cortina, che è una cover di un gruppo che si chiama Escape-ism: ci sono inciampato su YouTube in una di quelle notti in cui non riuscivo a dormire, e mi è piaciuto.

Buonanotte, invece, è uno storico pezzo contenuto in Mantra, che hai rifatto in versione pianoforte e voce.

Sì, la provavo a casa, da solo, al buio della mia cameretta. L’ho fatta ascoltare agli altri ed è piaciuta, perché è una versione completamente diversa dall’originale e poteva essere una chicca.

Veramente una bella sorpresa. Come ti senti, invece, ad aver scritto una canzone profetica come Milano Muori?

È stato pazzesco. La frase iniziale [Un nemico invisibile, Che non ha nome e ne ha mille, Vuole distruggere la città, In questa notte senza delitti ndr] l’ho buttata giù qualche mese fa dopo aver letto un bellissimo articolo sulla Milano di notte, di Dino Buzzati. Mi sembrava un modo molto intelligente e sottile di descrivere un’atmosfera che, a prescindere dalla situazione attuale, si sente già da diverso tempo, o almeno, io la sento. Questa Milano lanciatissima, eppure che ha tanti lati oscuri al suo interno, che mantengono comunque un certo fascino. Quando è arrivato il momento di lanciare il disco ci siamo posti il problema su questo pezzo, se farlo uscire o meno, perché effettivamente è impressionante come calzi a pennello e temevamo che qualcuno potesse pensare ad una strumentalizzazione.

In teoria la gente dovrebbe capire che un disco è stato scritto e registrato mesi prima della sua uscita.

Ma anche se il pezzo fosse nato nel bel mezzo di questa situazione, non ci si può aspettare che un musicista descriva le cose come il senso comune vuole che si faccia. Se adesso non ti uniformi all’andrà tutto bene, abbracciamoci, e questo genere di cose, sei guardato con sospetto. Però è anche ovvio e giusto che uno racconti le cose così come le vede, perciò abbiamo deciso, dopo queste considerazioni, di far uscire il pezzo. Quei pochissimi che hanno avuto qualcosa da obiettare, soprattutto sui social, l’hanno comunque fatto in maniera molto tranquilla.

Tu riesci ancora nell’impresa di tenerti al di fuori dal mondo dei social.

Non voglio che questo sia visto come un atteggiamento snob, è che proprio il mezzo non mi appartiene. Faccio già fatica a leggere le mail, non ho costanza in quel tipo di cose, mi dimentico. E poi sono un po’ insofferente all’invadenza. Per me sarebbe come mettermi in una situazione irritante, volontariamente. Non escludo, magari in futuro, di cambiare idea. Mi rendo conto che al giorno d’oggi per fare comunicazione e far girare la propria musica, quello è il canale.

Diventa quasi una scelta obbligata. Nel tuo caso, puoi lasciare il lavoro sporco ai tuoi compagni di band.

Fabrizio è molto bravo, lui è riuscito a capire lo spirito del mezzo. A capire come sfruttarne le potenzialità, senza lasciarsi prendere dalla febbre. Delego a lui molto volentieri.

La vera Rivoluzione è questa? Non prendere parte al mondo dei social? Qual è la vera Rivoluzione del Giorno Prima?

Quella della Rivoluzione voleva essere un’immagine ironica, non malinconica, né una questione di rimpianti. Noi abbiamo vissuto questi anni ‘90 veramente pazzeschi, per un attimo sembrava veramente che si potessero cambiare un sacco di cose, non solo nella musica. Penso ad esempio a Tangentopoli. Noi stessi, ad un certo punto, ci siamo un po’ attardati, siamo quelli che la rivoluzione dovevano farla, ma la rimandavano sempre al domani. Alla fine gli eventi ci hanno travolti, come abbiamo scritto nelle note del disco: “Ci siamo specchiati, ma ci siamo accorti che l’immagine iniziava a distorcersi e quando ci siamo risvegliati era cambiato tutto.”È un po’ un’autocritica.Si, però senza rimpianti. Anche perché in particolare noi Tribali il culo sul fornello ce l’abbiamo sempre messo, anche a livello personale, io con la mia esperienza giornalistica, Briegel facendo l’avvocato, ognuno col suo lavoro.

Autunno, invece, come nasce?

Autunno nasce come pezzo mio, fatto nella mia cameretta, con le cuffie e la chitarra acustica, e anche quello è l’espressione del fatto che io non mi senta mai comodo, non so come spiegarmi.

Un’insoddisfazione di fondo.

Sì, ce l’ho sempre, ho proprio la carogna dentro. La frase finale “tanto sai che di me non ti puoi fidare” riassume un po’ il tutto, nel senso che io non so cosa farò domani. Può sembrare un vezzo, ma è una maledizione non essere mai in pace. Autunno, insieme a La Rivoluzione Del Giorno Prima, ha uno dei testi che più racchiude questo senso di insoddisfazione, anche se Jim Jarmusch è il brano che lo esplicita di più. Cioè, io che sono pelato, vorrei i capelli di Jim Jarmusch.

L’insoddisfazione è il filo conduttore di tutto il disco.

Sì, che poi è anche un motore, che ti spinge alla ricerca di qualcosa. Però di contro è una maledizione, perché non sei mai fermo.

Visto che non stai mai fermo, a cosa stai lavorando adesso?

Ho un sacco di pezzi chitarra e voce che mi piacerebbe far uscire, per esempio sto lavorando su un pezzo di De André che si chiama Ballata degli Impiccati, mi piacerebbe registrarla magari in casa, in maniera amatoriale, come si faceva una volta.

Che effetto vi fa e ti fa, dopo tutti questi anni, constatare l’affetto dei fan a cui accennavamo prima, che non sono solo quelli degli anni ‘90?

È fantastico, perché ci sono dei momenti in cui ti rendi conto di come tu possa avere avuto in qualche modo un ruolo nella vita di persone che non conosci. È emozionante in una maniera difficile da descrivere. Quando qualcuno ci dice di essere cresciuto con la nostra musica, è pazzesco, è un qualcosa che ti riempie di emozione e di gioia. Sentiamo di avere un rapporto con le persone che ci ascoltano, che non mi piace chiamare fan, quasi fisico. La gente sente che facciamo parte della stessa tribù. Era già così negli anni ‘90, ma ritrovare questo rapporto così viscerale anche oggi dà proprio senso a tutto quello che abbiamo fatto.

Andrea, ti ringraziamo tantissimo per il tuo tempo e la tua disponibilità, speriamo di poterci vedere presto, quando torneremo alla normalità.

Grazie a voi ragazzi, un abbraccio.

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