Iosonouncane: recensione di IRA

Iosonouncane

IRA

Trovarobato

14 maggio 2021

genere: world music, fusion, avantgarde, trip-hop, trance groove, ambient, post-rock, tribal, post-industriale

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Recensione a cura di Andrea Musumeci

A distanza di sei anni dalla pubblicazione di Die, il cantautore, producer e arrangiatore sardo Jacopo Incani, in arte Iosonouncane, torna sulle scene mandando alle stampe IRA, il suo nuovo e tanto atteso album, edito il 14 maggio per l’etichetta Trovarobato.

Un lavoro mastodontico, scenografico, poliedrico e polifonico, una vera e propria opera sinfonica sostenuta da ben 17 tracce per la durata di quasi due ore: “Aò dai, c’hai mezz’ora! Non stamo a fa’ Kubrick”, come direbbe il sommo René Ferretti a Jacopo Incani.

IRA, nel suo pretenzioso intellettualismo ideologico e anacronistico, rifugge prepotentemente dagli stereotipi della musica commerciale dell’attualità e da quell’archetipo primordiale pseudo indie delle sue precedenti pubblicazioni, materializzandosi come un kolossal audiovisivo dall’anima cosmopolita, la cui fruizione non è affatto di facile e immediata digeribilità. Per questa ragione, IRA necessita di ripetuti ascolti e, soprattutto, di condizioni e contesti umorali ben precisi.

Va anche detto che l’uscita di IRA, prevista già per l’anno scorso ma slittata causa pandemia e lockdown, è stata accompagnata da un’azzeccata campagna di marketing e da quello che è ormai l’imprescindibile hype mediatico. Di conseguenza, il doppio disco di Iosonouncane (senza alcun singolo ad anticiparne l’uscita) è stato accolto, da critica e fanbase, con trepidazione, attenzione spasmodica, bulimia di consensi, ansie da prestazione redazionale e qualche divergenza nell’opinione pubblica.

C’è chi ha gridato al capolavoro e chi addirittura al miracolo, dopo aver ascoltato il primo arpeggio di Hiver, e chi, un po’ per quel sano snobismo che contraddistingue la filosofia del bastian contrario, lo ha completamente rigettato. Che poi, nell’era della comunicazione social, trovare un centro di gravità permanente nei giudizi è davvero merce rara: ci vuole davvero poco per riesumare la memoria dello storico fazionismo tra Guelfi e Ghibellini, e ancora meno per passare dall’iperbolica esaltazione di un artista, alla gara a chi conosce più artisti e gruppetti underground semi-sconosciuti e sfigati.

Viene da chiedersi: siamo veramente al cospetto di un prodotto artistico spartiacque in grado di ridisegnare le coordinate stilistiche future della musica pop nazionale? Ai posteri l’ardua sentenza, come si suol dire in queste occasioni.

La terza fatica discografica di Iosonouncane, forte di una curiosità che non si limita a prospettive e confini nazionali (elevandosi dal suo eremo maestoso, autoreferenziale e orchestrale), (tra nichilismo attivo e passivo di matrice nietzschiana, tra ira e spavento, tra sacro e diabolico) e di sonorità ricercate provenienti da ogni angolo terreste, alternando un saliscendi emozionale di silenzi galattici, minimalisti, aritmie sincopate e torrenziali e depressioni radioheadiane.

Un moloch sonico con il quale Jacopo Incani, insieme al suo dream team composto da sette musicisti (Serena Locci, Simone Cavina, Mariagiulia Degli Amori, Francesco Bolognini, Simona Norato, Amedeo Perri e Bruno Germano), coniuga elettronica occidentale e contaminazioni etniche, mettendo in rilievo uno spartito extra-large artigianale e post-industriale dai toni teatrali, mutevoli, solenni e drammaturgici, al cui interno universi infinitesimali si muovono all’unisono cronometricamente, inglobando registri eterogenei, dilatazioni foniche arabeggianti, trance robotica di rimando Massive Attack, colorazioni lounge ambient, minacciose danze tribali, diavolerie dark jungle, certo percussionismo metallico ed esoterico di civiltà del passato, quel folk ascrivibile alla musica nera africana, distorsioni chitarristiche, psichedelia di culture indigene ed atmosfere mediorientali e subsahariane.

Con IRA, Iosonouncane rivendica la volontà di codificare un nuovo linguaggio comunicativo, non convenzionale, che, seppur espresso con modalità ostiche, criptiche, complesse, introspettive e ridondanti, coinvolga e mescoli diverse forme idiomatiche (dall’inglese al francese, dallo spagnolo all’italiano e all’arabo), facendosi soundtrack di un viaggio liturgico, primitivo, denso, violento, cinematografico, ipnotico, desertico, dronico e litanico che si muove, al contempo, linearmente e circolarmente, dalla nascita alla morte, dalla notte al giorno, dall’illuminazione artificiale del crepuscolo alle prime luci naturali dell’alba, fino al successivo imbrunire.

Come Seneca e i Måneskin, anche Jacopo Incani focalizza la sua sceneggiatura sul tema (quanto mai attuale) dell’ira, intesa come passione incontrollata, al limite della follia cosmica: quell’ira, oggi così idolatrata e divinizzata, che offusca la mente e la ragione, come un cuore pulsante al centro della tempesta, le cui onde burrascose si scagliano con la veemenza dei vènti isolani contro gli scogli della comunicazione moderna, per poi tornare in apnea a inabissarsi in un oceano ovattato formato da interminabili note magiche.

IRA è un lungometraggio concettuale, impegnativo e dal forte potere evocativo e sciamanico, che si fa riflesso dell’urgenza sperimentale (da non confondersi con il termine “originale”) del suo autore: Iosonouncane mette in circolo un coacervo di ritmi inorganici, flussi di coscienza, solitudine e alienazione in perenne stato di agitazione notturna e carichi di pathos lirico new wave, in cui ogni canzone si stratifica, ribolle e si trasforma di volta in volta attraverso le 17 tappe taumaturgiche di una via crucis mistica e di redenzione.

Al netto di interpretazioni e ipotesi soggettive più o meno veritiere e fantasiose, è difficile spiegare cosa significhi realmente quell’immagine, alquanto inquietante, raffigurata in copertina. Potrebbe essere la figura sfocata di un Cristo nudo e senza crocifisso, immobile, fuori dal suo sepolcro, sospeso a mo’ di sacra Sindone nella cornice oscura del silenzio. Oppure, seguendo una linea di pensiero più agnostica, la riproduzione di un essere umano morto fotografato dall’alto, su uno sfondo completamente nero e circondato dal buio culturale della contemporaneità.

Tralasciando quella che può essere la sfera della percezione individuale, sta di fatto che l’unico aspetto inopinabile è che Jacopo Incani non rappresenti il nuovo messia della musica tricolore, ma semplicemente un uomo nostalgico, un laborioso missionario che si immola, nel comune dolore del presente, in nome della verità dell’arte e contro chi vorrebbe vederla sempre più scarnificata, svuotata, semplificata e umiliata. Però, la moltiplicazione dei pani e dei pesci l’ha fatta qualcun altro, lui non la potrà fare. Ed è giusto ricordarlo.

Tracklist:

1. Hiver

2. Ashes

3. Foule

4. Jabal

5. Ojos

6. Nuit

7. Prison

8. Horizon

9. Piel

10. Priere

11. Niran

12. Soldiers

13. Fleuve

14. Sangre

15. Petrole

16. Hajar

17. Cri

Credits:

Jacopo Incani

Bruno Germano

Mariagiulia Degli Amori

Serena Locci

Simona Norato

Simone Cavina

Francesco Bolognini

Amedeo Pirri

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