Stone Temple Pilots: Purple

7 giugno 1994.
Gli Stone Temple Pilots pubblicano il loro secondo album, Purple, dopo il successo, due anni prima, del debut album Core.

Il 1994 è stata una grande annata per il rock, in ogni sua forma, e per quello che ovviamente riguarda la pubblicazione di dischi rock, in termini di quantità e qualità.

È sufficiente ricordarne alcuni, in ordine sparso: Grace di Jeff Buckley, Monster dei R.E.M., L’MTV Unplugged dei Nirvana, Vitalogy dei Pearl Jam, Superuknown dei Soundgarden, Welcome to Sky Valley dei Kyuss, Dookie dei Green Day, Jar of Flies degli Alice in Chains, Voodoo Lounge dei Rolling Stones, Burn my Eyes dei Machine Head, Stranger than Fiction dei Bad Religion, e proprio Purple degli Stone Temple Pilots.

Eppure, secondo me, gli Stone Temple Pilots sono stati l’unica band legittimamente fuori posto in quel contesto culturale della prima metà degli anni ’90.

Avrebbero potuto, tranquillamente, appartenere al decennio degli Ottanta, ed invece i quattro Pilots si ritrovarono catapultati nei Novanta, continuamente attaccati dalla critica, nonostante il successo in termini di vendite dei primo due album, e definiti addirittura la peggiore band di quella generazione.

Una delle più grosse stronzate mai sentite, insieme a quella dei Timoria che facevano musica heavy metal.
Però, c’è un perché, non del tutto infondato: mi ricordo che le critiche iniziarono quando i Piloti del Tempio di Pietra pubblicarono il brano Plush, che ad un primo ascolto poteva sembrare un pezzo dei Pearl Jam.

Me lo ricordo bene; effettivamente poteva sembrare un qualcosa che facesse parte dell’album Ten dei Pearl Jam, e soprattutto, quello che giocò maggiormente a sfavore fu il video in rotazione su MTV di Plush, in cui Scott Weiland imitava un pò troppo la mimica facciale e gli atteggiamenti del già famoso cantante dei Pearl Jam.

Eppure, nonostante quest’episodio di pseudo-plagio, Core e Purple rimangono due dischi fantastici, due album imprescindibili, tra i migliori di tutto il decennio, a mio avviso ovviamente.

Meriterebbero di essere menzionati anche gli album successivi, Tiny Music… Songs from the Vatican Gift Shop e N°4, probabilmente un gradino sotto ai precedenti, però secondo me troppo sottovalutati.

Gli Stone Temple Pilots avevano tutte le caratteristiche per sembrare una band metal degli anni ’80: un leader carismatico e drogato e i riff melodici con richiami allo stile hard rock di inizio anni ’70.
Un mix perfetto, un pò come la coca-cola zero con il rum al cocco.

Certo, se da una parte suona un pò strano accostare gli Stone Temple Pilots al metal degli anni ’80, dall’altra è pressoché fuorviante considerarli unicamente come gruppo grunge, soprattutto se pensiamo alla varietà sperimentale del loro materiale musicale.

Basti pensare a Vasoline, Still Remains, Lounge, Silvergun Superman, Big Empty, Army Ants, Pretty Penny: tracce indelebili di sonorità eterogenee, che spaziano dal jazz al folk, dal garage alla psichedelia, dal funky all’hard rock, dal blues al grunge.

Potrebbero essere considerati, in maniera più semplice ed onesta, una band di hard rock moderno, che trae ispirazione dal sound seventies ma con una loro identità ben definita, per quanto poi possano contare queste etichette da supermercato.

Il pezzo più rappresentativo, e popolare, di Purple è senza dubbio Interstate Love Song, una di quelle poche canzoni il cui titolo non è mai citato nel testo della canzone.
L’avrò ascoltata un migliaio di volte, eppure è ancora una delle poche canzoni che se la danno in radio non mi viene voglia di cambiare stazione.

A mio parere, condivisibile o meno, se Smells Like Teen Spirit è stata la canzone più importante di quella generazione e di quel decennio, Interstate Love Song è stata la migliore.

Il testo di Interstate Love Song fu scritto dal frontman e cantante Scott Weiland adottando il punto di vista della sua fidanzata, stanca delle bugie che lui le raccontava e delle promesse disattese.

Weiland le aveva infatti giurato che si sarebbe liberato dalla dipendenza dall’eroina e che, una volta ad Atlanta, non si sarebbe mai drogato durante la lavorazione di Purple.

La canzone si intitola così perché la musica fu composta da Robert De Leo sul tour bus degli Stone Temple Pilots, mentre viaggiavano su una strada interstatale, e perché Weiland si trovava al confine tra due territori: verità e menzogna, eroina o disintossicazione, che metaforicamente poteva essere il confine tra la vita e la morte.

Diversi anni dopo, purtroppo, quel confine divenne un viaggio senza ritorno.

Ancora oggi, per quanto mi riguarda, quella di Scott Weiland rimane una delle voci rock più espressive ed emozionanti che abbia mai ascoltato.

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