Stone Temple Pilots: recensione di Purple

Recensione a cura di Andrea Musumeci

7 giugno 1994. Gli Stone Temple Pilots pubblicano il loro secondo album, Purple, dopo il successo, due anni prima, del debut album Core.

Il 1994 è stata una grande annata per il rock, in ogni sua forma, e per quello che ovviamente riguarda la pubblicazione di dischi rock, in termini di quantità e qualità. È sufficiente ricordarne alcuni, in ordine sparso: Grace di Jeff Buckley, Monster dei R.E.M., L’MTV Unplugged dei Nirvana, Vitalogy dei Pearl Jam, Superuknown dei Soundgarden, Welcome to Sky Valley dei Kyuss, Dookie dei Green Day, Jar of Flies degli Alice in Chains, Voodoo Lounge dei Rolling Stones, Burn my Eyes dei Machine Head, Stranger than Fiction dei Bad Religion, e proprio Purple degli Stone Temple Pilots.

Eppure, a mio modesto vedere, gli Stone Temple Pilots sono stati l’unica band legittimamente fuori posto in quel contesto culturale della prima metà degli anni ’90.

Avrebbero potuto, tranquillamente, appartenere al decennio degli Ottanta, ed invece i quattro Pilots si ritrovarono catapultati nei Novanta: continuamente attaccati dalla critica, nonostante il successo in termini di vendite dei primo due album, e definiti addirittura la peggiore band di quella generazione.

Una delle più grosse stronzate mai sentite, insieme a quella dei Timoria che facevano musica heavy metal.
Però, c’è un perché, non del tutto infondato: mi ricordo che le critiche iniziarono quando gli Stone Temple Pilots pubblicarono il brano Plush, che, ad un primo ascolto, venne scambiato per un nuovo singolo dei Pearl Jam. Ma quello che giocò maggiormente a loro sfavore fu il video di Plush, in rotazione su MTV, in cui Scott Weiland imitava un po’ troppo la mimica facciale e gli atteggiamenti del già famoso Eddie Vedder, cantante dei Pearl Jam.

Eppure, nonostante quest’episodio di pseudo-plagio, Core e Purple rimangono, a mio avviso, due dischi fantastici, due album imprescindibili, tra i migliori pubblicati negli anni ’90.

Meriterebbero di essere menzionati anche gli album successivi, Tiny Music… Songs from the Vatican Gift Shop e N°4, probabilmente un gradino sotto ai precedenti, però, probabilmente, troppo sottovalutati.

Gli Stone Temple Pilots avevano tutte le caratteristiche per sembrare una band metal degli anni ’80: un leader carismatico e drogato e i riff melodici con richiami allo stile hard rock di inizio anni ’70. Un mix perfetto, un po’ come la coca-cola zero con il rum al cocco.

Certo, se da una parte suona un po’ strano accostare gli Stone Temple Pilots al metal degli anni ’80, dall’altra è pressoché fuorviante considerarli unicamente come gruppo grunge, soprattutto se pensiamo alla varietà sperimentale del loro materiale musicale.

Basti pensare a Vasoline, Still Remains, Lounge, Silvergun Superman, Big Empty, Army Ants, Pretty Penny: tracce indelebili composte da sonorità eterogenee, che spaziano dal jazz al folk, dal garage alla psichedelia, dal funky all’hard rock, dal blues al grunge.

Potrebbero essere considerati, in maniera più semplice ed onesta, una band di hard rock moderno, che trae ispirazione dal sound seventies ma con un’identità ben definita, per quanto poi possano contare queste etichette da supermercato.

Il pezzo più rappresentativo, e popolare, di Purple è senza dubbio Interstate Love Song, una di quelle poche canzoni il cui titolo non viene mai citato nel testo della canzone. A mio parere, condivisibile o meno, se Smells Like Teen Spirit è stata la canzone più importante di quella generazione e di quel decennio, Interstate Love Song è stata la migliore.

Il testo di Interstate Love Song fu scritto dal frontman e cantante Scott Weiland adottando il punto di vista della sua fidanzata, stanca delle bugie che lui le raccontava e delle promesse disattese. Infatti, Weiland le aveva giurato che si sarebbe liberato dalla dipendenza dall’eroina e che, una volta ad Atlanta, non si sarebbe mai drogato durante la lavorazione di Purple.

La canzone, invece, si intitola così perché la musica fu composta da Robert De Leo sul tour bus degli Stone Temple Pilots, mentre viaggiavano su una “strada interstatale”, e perché Weiland si trovava al confine tra due territori: verità e menzogna, eroina o disintossicazione, che metaforicamente poteva essere il confine tra la vita e la morte. Diversi anni dopo, purtroppo, quel confine divenne un viaggio senza ritorno.

https://youtu.be/3SN4dfhdF2o

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