Intervista a Lu” dei Neodea

I Neodea sono un gruppo rock nato nella periferia milanese, agli inizi degli anni Duemila. Il loro stile è fortemente influenzato da un sound statunitense, con liriche in italiano, al punto da essere stati definiti come “una band di Seattle, ma nata in Italia”.

Abbiamo intervistato il cantante, Lu”, pseudonimo di Luca Colombo, che porta avanti il progetto Neodea insieme al bassista Igor Mihalji, al chitarrista Federico Valisi e al batterista Francesco Romeo.

FR: Ciao Luca, vuoi iniziare a raccontarci com’è nato il progetto Neodea e com’è iniziata questa tua carriera musicale?

LC: Sono sempre stato un ascoltatore di musica, fin da bambino. Questa passione mi è stata trasmessa da mio padre, che mi caricava sulla sua Alfa Giulia e mi portava in giro facendomi ascoltare Pink Floyd, Deep Purple… un po’ di tutto. Intorno ai miei 18 anni mi ha domandato da dove mi fosse arrivata questa voglia di fare il musicista… chissà di chi è stata la colpa! [ride]

FR: In alcuni casi, quando i genitori insistono troppo su una cosa, può esserci anche un rigetto.

LC: Il rigetto l’ho avuto per lo sport, mio padre è anche un grande sportivo, ma io ho preferito la strada della musica.

FR: Quindi possiamo dire che la tua vena artistica sia nata negli anni Novanta?

LC: Sì, assolutamente. Sono stati il periodo più bello per me. Ho iniziato, un po’ come tutti, con un progetto di cover band, al quale sono seguite varie esperienze. I Neodea sono nati nel 2005, dopo una telefonata con il bassista Igor, con il quale avevo già suonato proprio in uno di questi progetti precedenti. All’epoca a Milano c’erano tanti locali dove poter suonare, il momento era propizio. Decidemmo di provare a fare qualcosa di nostro, per affrancarci dal solito discorso delle cover, così iniziammo a buttare giù dei pezzi, riuscendo, nel 2009, a pubblicare il nostro primo disco, Teorema del Delirio. Avemmo la fortuna di incontrare Cristiano Santini, il cantante dei Disciplinatha, che si innamorò di noi e ci invitò a Bologna per incidere il disco. Fu una bellissima esperienza, Cristiano è un guru della musica, un grande ascoltatore e conoscitore. Successivamente arrivarono i primi concerti, le prime interviste, i primi passaggi in radio, perché all’epoca le emittenti trasmettevano ancora rock, ed era bellissimo sintonizzarsi su una stazione radio e sentire la propria voce. A quel punto, visto che le cose stavano andando bene, decidemmo di andare avanti e rieditammo un brano che era contenuto in Teorema del Delirio, intitolato Scorre Lento, rivolto alla protesta contro la violenza sulle donne e dedicato a Mia Zapata [cantante grunge assassinata nel 1993 ndr].

Neodea

FR: Siete riusciti a far sentire le vostre voci, con questo brano così significativo?

LC: In Italia purtroppo no, mi sono reso conto che ci sono grandi associazioni che strumentalizzano questa piaga sociale per fini pubblicitari e la cosa mi ha dato parecchio fastidio. Dal’altra parte dell’oceano, invece, qualcuno si accorse di noi. Jamie Richards (una delle assistenti di palco ai tempi del grunge, degli Alice in Chains ecc…), in seguito ad una serata tributo a Layne Staley, nella quale avevamo ospitato una band di Seattle, ci notò e decise di portarci con lei proprio a Seattle a farci conoscere la scena musicale grunge, quella vera, degli anni ‘90.

FR: È com’è stata questa esperienza americana?

LC: A Seattle abbiamo scoperto il bello dell’essere un musicista. In pochi giorni abbiamo vissuto delle esperienze incredibili, ad esempio quella di suonare insieme a Michael Shrieve, il batterista di Santana, noto per la sua incredibile performance a Woodstock. Proseguimmo la nostra avventura con un piccolo tour nel nord est degli Stati Uniti, dopo il quale fummo invitati in radio, alla KISW-FM, l’emittente che ha creato il grunge, con i DJ che erano presenti anche negli anni ‘90, i quali ci raccontarono tutti gli aneddoti dei vari release party di Ten o di Bleach. Inoltre conoscemmo Jonathan Plum, l’ex fonico di Blind Melon, Pearl Jam, Alice in Chains, produttore e proprietario dei London Bridge Studios. Si avvicinò a noi una sera questo tale, dall’aria insospettabile, che, con mia grossa sorpresa, ci chiese di andare a provare nei sui studi l’indomani. Lì incontrammo Jeff Heinemann e Jeff Ross, della Grammy Awards Academy, che avevano rilevato gli Studios con un progetto in mente: fare una raccolta di 52 singoli, in 52 settimane. Ci chiesero di pubblicare un singolo con loro.

FR: Immaginiamo avrete accettato controvoglia.

LC: Eh, sì… Che noia registrare nello stesso luogo in cui l’hanno fatto Eddie Vedder e Chris Cornell [ride]. Scherzi a parte, siamo entrati in contatto con delle persone che fanno e vivono di musica davvero. È stato gratificante. In Italia, se dici in giro che sei un musicista, non ti prendono sul serio. Negli Stati Uniti, per il solo fatto di creare musica, ti rispettano in quanto artista e ti danno un’opportunità. Le gratificazioni ci sono arrivate anche dal pubblico, che ci ascoltava con interesse, che dopo i concerti veniva a chiederci cosa significassero i nostri testi scritti in italiano, che si meravigliava del fatto che in Italia ci fosse qualcuno in grado di fare musica del genere.

FR: Sicuramente i preconcetti esistono un po’ ovunque; comunque gli Stati Uniti, con tutte le loro contraddizioni, hanno sempre avuto un’apertura mentale diversa nei confronti della musica, probabilmente aiutati anche dalla lingua inglese, che si presta a vari generi. Anche per quanto riguarda i nomi delle band, la lingua li aiuta, ma allo stesso tempo i gruppi non si sono mai curati più di tanto del proprio moniker. Invece in Italia devi trovare un nome figo a tutti i costi.

LC: Qualche giorno fa stavo ascoltando, per puro caso, radio Deejay. C’era Linus, che aveva appena passato No Rain dei Blind Melon. Al termine del brano, il noto DJ, si interrogava sulla traduzione del nome della band, auspicando in un qualche significato nascosto. Quello che voglio dire è: non c’era nulla di più interessante da dire sul brano che era appena passato? Cosa e a chi importa il significato letterale del nome?

FR: Sui Blind Melon e su Shannon Hoon ci sarebbe stato parecchio da dire.

LC: Non è colpa degli altri che hanno pregiudizi su noi italiani, ma siamo noi che purtroppo viviamo con questo tipo di cultura musicale.

FR: Se le radio trasmettessero canzoni diverse, puntando ad un altro target, riuscirebbero forse ad ammaestrare il pubblico. Il sistema di oggi, invece, funziona all’inverso. Le radio propongono solo ciò che l’ascoltatore già conosce e cerca e alla fine è un cane che si morde la coda. Sappiamo bene che per motivi di ascolti e di ritorno in termini economici, difficilmente potranno cambiare le cose.

LC: Se una cosa non viene pubblicizzata, le persone non sapranno mai che esiste. È come non esporre una determinata marca in un supermercato. La gente non la cercherà mai, se non sa che esiste. Lo stesso discorso vale per la musica. Quando ci vengono a trovare i nostri amici di Seattle, facendo zapping tra le stazioni radio, si stupiscono nel sentire sempre le stesse canzoni.

FR: Anche quelle poche emittenti che si spacciano come radio rock, mandano in onda sempre gli stessi brani.

LC: La mia teoria è che le radio siano rimaste in mano agli yuppie degli anni ‘80, i quali non avevano una cultura musicale, erano tutti figli di papà. Hanno solo una visione economica delle radio, ovvero, acquisire i diritti degli artisti e spingerli in radio in modo da rientrare dei soldi grazie ai diritti d’autore. Purtroppo è così e per emergere puoi solo affidarti a quei pochi appassionati che vanno ancora a cercare le band provenienti da realtà sconosciute. È veramente illogico che la maggior parte degli ascolti che abbiamo su Spotify arrivino dagli Stati Uniti. Non è normale sentirsi stranieri in patria.

FR: Anche i GarageVentiNove ci hanno raccontato di aver raccolto un grandissimo successo a Cuba, mentre hanno fatto più fatica ad emergere in Italia.

LC: Beh, ci fu il famosissimo caso di Sixto Rodriguez, cantante americano, sconosciuto negli Stati Uniti, ma popolarissimo in Sud Africa.

FR: Della cui storia si parla nel bellissimo documentario Searching for Sugar Man.

LC: Esatto. Storia poetica e romantica, ma vogliamo davvero fare tutti quanti la fine di Rodriguez? Eppure è così. In Italia ci ritroviamo con questi ragazzini sul palco, che non hanno nemmeno una gavetta alle spalle, oppure con artisti che erano usciti dalla porta e sono rientrati dalla finestra, vedi Takagi del duo Takagi e Ketra, che faceva parte dei Gemelli Diversi, i quali facevano cagare allora e fanno cagare anche adesso.

FR: Lo disse anche Dave Grohl ad Mtv, in tempi non sospetti.

LC: Peccato che nessuno l’abbia ascoltato e che questa gente faccia ancora musica.

FR: Meglio tornare alla vostra musica. Il vostro ultimo disco, Libero Arbitrio, arriva a quasi dieci anni da Teorema del Delirio, al quale era seguito, nel 2015, l’EP Paralleli. Abbiamo riscontrato sonorità vicine non solo al grunge, in particolare a quello dei Bush di Machinehead, ma anche ai Metallica degli anni ‘90, quelli della fase Load e ReLoad, e addirittura ai Pantera, trovando una similitudine fra la batteria del brano Polvere e quella di Domination.

Neodea

LC: È la prima volta che qualcuno mette a fuoco i riferimenti giusti per come sono nati i pezzi. I Pantera sono stati assolutamente fonte d’ispirazione, in quanto sono uno dei miei gruppi preferiti e anche i Metallica, con i quali sono cresciuto, e che ho conosciuto, per motivi anagrafici, proprio nel periodo di Load e Reload, due album che oltretutto ho adorato, nonostante il modo in cui se ne parli. Ho iniziato a suonare il basso proprio con Load dei Metallica, strumento che poi ho abbandonato per abbracciare il microfono.

FR: Comunque nei Neodea c’è sì quel suono distorto, rabbioso, tipico del grunge, degli Alice in Chains, ad esempio, ma non c’è soltanto quello e ciò vi attribuisce un’identità ben precisa.

LC: È normale che si venga influenzati da ciò che si ascolta.

FR: Abbiamo parlato del sound, raccontaci qualcosa dei tuoi testi. Sono tutti scritti da te?

LC: Sì, raramente intervengono gli altri, ma per il semplice fatto che credo che una canzone vada interpretata. Se so di cosa parla il testo e lo sento mio riesco ad eseguirlo in una certa maniera, se mi trovo a cantare un qualcosa che non è scritto da me, mi diventa più difficile interpretarlo. I miei testi sono quasi tutti orientati sul sociale.

FR: Sulla crisi del soggetto, che è un tema abbastanza attuale.

LC: È attuale se qualcuno ci va a pensare, solitamente l’ascoltatore medio dalla musica vuole relax, vuole divertimento. In fin dei conti è spettacolo. Io ho sempre pensato che la canzone, oltre che intrattenimento, può essere anche un buon veicolo di comunicazione. Perciò, se riesco a portare le persone a riflettere su un problema, così com’è stato per Scorre Lento, e far loro immaginare un’ipotetica soluzione, mi sento gratificato. Per me significa riuscire ad avere un dialogo con qualcuno, ad esporre un problema che esiste, facendolo con il veicolo più bello che ci sia, che è quello della musica. Questo è uno dei miei capisaldi nella scrittura. Naturalmente non penso di essere un profeta o uno che ha delle verità assolute, io racconto delle storie, senza esporre le mie opinioni, perché non mi sento nessuno per poterlo fare.

FR: Accompagni l’ascoltatore verso le proprie riflessioni, verso le Solitudini Urbane di oggi.

LC: Solitudini Urbane è una sorta di racconto della mia agorafobia, intesa come il mio trovarmi a Milano, in mezzo alla gente, e sentirmi solo. Milano è una città che ti annienta, che ti fa sentire un nessuno, solo una pedina che va a 2000 all’ora, mentre tutti gli altri guadagnano dal tuo correre. Menate, un altro brano contenuto in Libero Arbitrio, parla dei limiti che ci auto imponiamo e che ci impediscono di provare ad andare oltre, come una mosca che gira in tondo, credendo di avere delle barriere intorno a sé, quando invece potrebbe volare libera nello spazio.

FR: La musica dovrebbe essere quel veicolo che permette di superare questi muri.

LC: Credo che la nostra immaginazione e la nostra fantasia dovrebbero essere ciò che ci aiuta a superare quegli ostacoli generati da ciò che ci hanno insegnato, ma che in realtà non esistono. La fantasia, unita alle nostre conoscenze, ci permette di andare oltre queste barriere.

FR: Viviamo in una realtà precostruita, nella quale tutti sono omologati.

LC: Questo è il principio fondamentale del titolo del disco, Libero Arbitrio. Siamo liberi di scegliere, ma lo siamo davvero? E se sì, rispetto a che cosa? Probabilmente nemmeno rispetto a noi stessi, dal momento che ci imponiamo dei limiti stabiliti da qualcun altro. Non esiste un vero libero arbitrio.

FR: È difficile avere una libertà di scelta che sia assoluta e che non risenta di effetti esterni.

LC: Esatto, questo è stato l’input che ci ha portati alla realizzazione di questi dieci brani, ad eccezione dell’ultimo, che parla di un tragico evento che ci ha colpiti il giorno in cui abbiamo iniziato a lavorare sul disco. Parla della scomparsa di una nostra cara amica e quindi Tramonto è un saluto a questa ragazza, che era come una sorella per noi, e che è venuta a mancare in un momento così importante per la band, destabilizzandoci. Però è ne venuto fuori questo brano che è un omaggio all’amicizia, che credo sia la cosa più grande che possa esistere.

FR: Se dovessi scegliere un altro brano al quale sei particolarmente legato?

LC: Amo Polvere, perché sono rimasto molto colpito dal caso di Stefano Cucchi, che mi ha riportato alla memoria le manifestazioni a cui partecipavo quando avevo 14 anni. Ho riflettuto sul delirio d’onnipotenza che scatta in un comune individuo nel momento in cui indossa una divisa. Non mi riferisco solamente alle forze dell’ordine.

FR: Una divisa in senso lato, in riferimento a chiunque, occupando una posizione di potere, tenda ad abusare di quel ruolo.

LC: Mi torna sempre in mente il passo dei ‘Promessi Sposi’ in cui Don Abbondio, per zittire Renzo, inizia a parlare in latino, mettendosi al di sopra di Renzo, che non capiva, trattandolo da ignorante e sfruttando il ruolo che ricopriva. Torna il discorso del libero arbitrio: possiamo scegliere finché qualcuno non si impone al di sopra di noi, comandandoci. Oggi abbiamo tutti la possibilità di studiare, di conoscere e di sapere: perché devono esserci ancora questi preconcetti legati allo status? Può sembrare un discorso anarchico, ma è invece uno sprone a scegliere liberamente, senza qualcuno che ci piloti. Solo un gregge di pecore va dietro ad un fischio.

FR: Purtroppo al giorno d’oggi non c’è tutta questa voglia di crescita personale, i social network rendono tutto immediato, ma allo stesso tempo superficiale.

LC: I ragazzini di adesso sono bombardati di stupidate, che sono quelle che assorbono. Tra dieci anni, cosa sarà rimasto loro? Saranno solo delle pedine. Internet è il nuovo Dio, i giovani agiscono in funzione di quello che dice loro il web.

FR: Sono tempi bui.

LC: Sì, ma quello che più mi preoccupa è che nei momenti bui del passato c’era sempre un qualcosa che cercava di trascinare le persone fuori dal baratro. Il rock ed il punk sono nati così. Adesso non c’è nulla di tutto questo, e se c’è, è talmente underground che non potrà mai esplodere.

FR: Adesso la protesta viene dalla trap.

LC: La vogliamo chiamare protesta? Possiamo, al massimo, considerare i vari rapper delle scene underground, quelli a cui non interessa mischiarsi a discorsi di marketing, ma che rimangono comunque nascosti alla stessa stregua di quelli che fanno rock. Sono talmente sommersi dal mainstream che non riescono ad emergere.

FR: Che progetti hanno i Neodea per il futuro? Prossime date?

LC: Suoneremo a Roma il 25 Aprile, poi andremo a Genova e Carpi. Seguiranno altre date in estate, fra Verona, Brescia, Milano… gireremo un bel po’. Per quanto riguarda nuove uscite, per il momento non è ancora previsto nulla, ma ogni tanto buttiamo giù qualche pezzo nuovo.

FR: Un’ultima curiosità: che musica stai ascoltando in questo periodo?

LC: Nell’ultimo anno mi sono innamorato del cantautorato, in particolare di Mannarino. Mi piace molto il suo modo di scrivere, il suo giocare con le parole, il suo essere vicino al popolo e del popolo. Sto ascoltando anche tanto jazz, tanto blues, anche i Pantera…

FR: Il famoso blues dei Pantera!

LC: [ride] Anche se mi ha fatto notare la mia insegnante di canto, Valeria Rossi, che i Pantera nascono fondamentalmente dal blues.

FR: Valeria Rossi, quella di Tre Parole?

LC: Proprio lei. La cosa strana è che è stata lei ad insegnarmi a controllare il mio growl. Ancora più strane sono le prime versioni del brano ‘Tre Parole’, che lei mi ha fatto ascoltare, e che erano totalmente diverse dalla canzone che conosciamo. Molto più introspettive, molto più cupe, quasi più cupe dei miei pezzi! Parlare con lei di questo mi ha fatto capire che tipo di artista voglio essere. Mi sono chiesto se sarei disposto a rivoluzionare un mio brano, solo per renderlo mainstream. La risposta è no. Ormai, a quasi quarant’anni, ho capito che non farò mai il musicista professionista, perciò continuo a fare musica perché mi piace e perché sono contento se anche solo tre persone si interessano a ciò che sto facendo.

FR: E siamo sicuri che siano ben più di tre. Grazie mille Luca.

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