Intervista a Manny Angeletti

Pochi giorni fa abbiamo intervistato Emanuele ‘Manny’ Angeletti, attualmente noto per essere l’interprete ufficiale del personaggio di Paul McCartney nei musical internazionali ‘Let It Be’, e ‘MACCA – The Concert’. Ma Manny ha alle spalle anche una lunga carriera come cantante e musicista polistrumentista, nell’ambito delle tribute band e non solo.

Quando lo abbiamo chiamato stava editando un suo pezzo, perché, come ci ha detto, da un po’ di tempo a questa parte si sta dedicando nuovamente alla scrittura di brani inediti, per sé e per altri.

MANNY: La mia carriera segue ormai da anni due strade parallele, da una parte quella di performer, che è diventata un lavoro, dall’altra quella di cantautore che nel tempo avevo un po’ accantonato e ora sto riscoprendo per passione, soprattutto come autore.

FOTOGRAFIE ROCK: Parliamo subito della tua carriera di performer nelle vesti di ‘Paul McCartney’. Guardando le tue foto si può dire che anche visivamente ricordi molto i Beatles, proprio a livello estetico.

MANNY: Il fenomeno delle cover e tribute band è nato un po’ di tempo fa, proprio perché portare in giro musica propria nei locali era diventato sempre più difficile. Proporre pezzi di gruppi famosi, già conosciuti al pubblico, attira più gente nei pub, per questo le cover band hanno preso piede, trasformandosi poi in tribute quando si è iniziato anche ad assumere fisicamente le sembianze dei membri delle band omaggiate, vestendosi allo stesso modo ed utilizzando gli stessi strumenti, arrivando poi ad un livello estremo, che è quello dei musical, dove ciò che facciamo è anche parlare tra una canzone e l’altra alla stessa maniera degli artisti originali in un vero e proprio ‘recital’.

A noi del musical ‘Let it Be’ è stato fatto fare un training per assumere l’accento di Liverpool ed essere il più fedele possibile agli originali.

FR: Se questo fenomeno ha preso piede è perché evidentemente c’è una risposta forte da parte del pubblico.

MANNY: Quando ho iniziato con gli ‘Apple Pies’ i nostri ingaggi principali erano nelle piazze di paese, alle feste patronali. In un contesto del genere il pubblico apprezza l’ascolto di un qualcosa di già noto, lo preferisce ad un artista di media fama del quale magari conosce solo una canzone, magari quella con la quale è uscito da X Factor o da Amici.

FR: È sicuramente comprensibile per quanto riguarda uno scenario di piazza, ma nel contesto dei pub, di locali al chiuso, non pensi che possa e debba esserci spazio anche per altro?

MANNY: Se il proprietario di un pub mette sulla locandina pubblicitaria il nome della tribute band è già sicuro di riempire il locale. In Italia, purtroppo, è così. Quando sono arrivato a Londra, qualche anno fa, ho notato una differenza. Sicuramente l’aspetto economico interessa anche agli inglesi, è innegabile, ma viene data molta importanza in primis alla qualità della proposta musicale. Se il prodotto artistico è buono e funziona, è da lì che poi si cerca di trarne un guadagno, e non viceversa.

FR: Potrebbe essere questo il motivo per cui nessuno dei due musical che interpreti è mai approdato in Italia?

MANNY: In parte sì. La nostra produzione è costosa, in quanto molto elaborata. Anni fa furono contattati i maggiori teatri italiani, senza successo, ad eccezione di Trieste, dove ci esibimmo per una settimana. Per il resto, abbiamo suonato in Norvegia, Finlandia, addirittura in Russia…

FR: Quindi negli altri paesi c’è forse ancora un po’ più fame di cultura, di curiosità?

MANNY: L’aspetto più triste di questa faccenda è, come dicevamo all’inizio, quello che concerne proprio la musica originale. Di questi tempi è davvero difficile proporsi sul mercato delle esibizioni dal vivo, figuriamoci su quello discografico. L’ultima esperienza che ho avuto di questo tipo riguarda gli ‘Apple Pies’. Scrivemmo pezzi nostri, in italiano, ricalcando lo stile dei Beatles, e provammo a produrre un disco. Era il 2010. Ci dissero che era un genere che non andava più di moda, tentarono di farci inserire in un brano addirittura un intermezzo rap. Ad un certo punto, però, la fortuna ci venne in aiuto. Incontrammo il regista Fausto Brizzi, che aveva apprezzato quello che facevamo. Aveva in mente un film che raccontasse la vita di una cover band, a livello comico, con Ficarra e Picone come interpreti, e scelse due dei nostri pezzi originali per la pellicola (Femmine Contro Maschi ndr).

FR: Una bella soddisfazione…

MANNY: Sì, è stato bello e ci ha aperto anche altre strade. Si fece avanti un produttore, interessato al nostro disco, proponendosi di produrlo, a patto che partecipassimo ad X Factor. Rimanemmo tutti un po’ di stucco, ma ci venne spiegato che funzionava così, che era indispensabile, così andammo a X Factor. Il nostro giudice era Enrico Ruggeri, ma l’esperienza durò poco. Fummo eliminati principalmente perché la nostra immagine non era adeguata al contesto, eravamo un po’ troppo vintage. Gli altri giudici di quell’edizione erano Elio, Mara Maionchi e Anna Tatangelo. Comunque, alla fine, il disco fu prodotto.

FR: E poi cos’è successo?

MANNY: Un’amica mi informò che a Londra stavano facendo i provini per questo nuovo spettacolo, ‘Let It Be’, una produzione anglocanadese, si trattava del primo musical ufficiale sui Beatles.

Così partimmo con tutto il gruppo, anche per tentare un’esperienza all’estero. Avevamo già fatto qualche data fuori dall’Italia, ma questa era una cosa diversa. Mi presero subito e ciò portò a qualche incomprensione all’interno della band poiché ero stato scelto solo io. Scoprimmo più tardi che gli altri tre ‘Beatles’ erano già stati trovati, mancava solo il ‘Paul McCartney’.

FR: Ti avranno fatto molte volte questa domanda: si può immaginare che tu ti senta più affine a Paul McCartney, che a John Lennon. È davvero così?

MANNY: Naturalmente amo la musica di McCartney, ma credo che nei Beatles le due figure si equivalessero. Non riesco ad avere un preferito, per quanto riguarda il periodo Beatles, mentre come carriera solista preferisco di gran lunga quella di Sir Paul.

FR: Una carriera solista, quella di McCartney, che ancora continua ad alti livelli. Cosa ne pensi dell’ultimo disco?

MANNY: ‘Egypt Station’ è un bell’album, lo preferisco agli ultimi due che aveva fatto. Credo si sia ripreso alla grande. McCartney l’ho sempre apprezzato di più come solista perché è sempre stato più rock.

FR: A tal proposito, è stata spesso attribuita l’anima rock dei Beatles a John Lennon, ma secondo noi non è così.

MANNY: Assolutamente, è proprio il contrario, come dite voi. Se ascoltate la musica degli anni ‘70 degli Wings, non c’è niente di più rock.

Lennon era più un personaggio a tutto tondo, un artista. Era capace di fare una canzone che non parlava di niente, ma di renderla affascinante. McCartney era invece prima di tutto un musicista.

FR: Accantoniamo per un attimo i Beatles, chi altro ti piace ascoltare nel tuo tempo libero?

MANNY: Beh, i Beatles, proprio perché sono diventati un lavoro, non li ascolto più. Il periodo che amo maggiormente sono gli anni ‘70 e tutta la musica che preferisco arriva da lì: Pink Floyd, Queen, Genesis, Led Zeppelin. Questi gruppi non li ho potuti ascoltare in quel periodo, perché sono più giovane, sono cresciuto negli anni ‘80 e ‘90, ed è allora che ho iniziato a seguirli. Ma ricordo perfettamente il giorno in cui morì Freddie Mercury, per me fu uno shock. Vivevo già immerso nella musica, provenendo da una famiglia di musicisti, e quell’evento fu un fulmine a ciel sereno.

FR: Immaginiamo, quindi, che tu sia stato supportato dalla famiglia nella tua carriera.

MANNY: Sì, aver avuto l’appoggio dei miei è stato davvero importante. Per fortuna mi hanno sempre capito e incoraggiato.

FR: Quindi sei probabilmente cresciuto in mezzo a buoni stimoli musicali. Qual è stato quel disco che ti ha fatto ‘vedere la luce’, se ce n’è stato uno?

MANNY: Sicuramente un album di Sting, del 1993, che si chiama ‘Ten Summoner’s Tales’. È stato il primo disco che ho acquistato per il mio lettore cd. Mi ha invogliato a continuare a suonare il basso. Mentre parlando di artisti un po’ più contemporanei, uno che amo molto è Robbie Williams. Il suo secondo album, ‘I’ve Been Expecting You’, credo sia uno dei più bei dischi di musica pop di sempre.

FR: Ma cos’è la musica pop? Perché il pop non è un genere, ma una conseguenza di quello che fai.

MANNY: Assolutamente, pop significa ‘musica adatta a tutti’. Per essere sicuro di fare musica pop dovresti prendere una ventina di persone, suonare davanti a loro e se approvano allora stai facendo pop. La cosa migliore, per un artista, sarebbe riuscire a mantenere il proprio stampo, adattandosi alla moda del momento.

FR: Ci hai detto che stai scrivendo pezzi tuoi. Come ti stai adattando, se lo stai facendo, alle mode del momento?

MANNY: Cerco di scrivere le melodie che mi piacciono da sempre, con un gusto nella scrittura un po’ retró, ma di arrangiarle con i suoni che vanno di moda oggi. Un vintage che incontra il moderno.

FR: Qualcosa di simile ai Baustelle?

MANNY: Sì, possiamo fare un discorso del genere. I Baustelle erano un progetto valido, ma erano un po’ calanti dal punto di vista delle melodie. Un bel sound, ma con canzoni forse poco affascinanti. Però il paragone è abbastanza calzante.

FR: Parlando proprio di musica italiana, negli anni ‘90 avevamo bellissima musica rock, forse è passata un po’ in sordina perché eravamo distratti dai miti grunge. Ma c’erano i Negrita, i Ritmo Tribale, i Bluvertigo, gli Afterhours e i più famosi Litfiba.

MANNY: Sì, negli anni ‘90 avevamo bella musica. Però vedete, anche un gruppo come gli Afterhours è stato segnato da questa logica dei talent.

FR: Ti riferisci ovviamente alla partecipazione di Manuel Agnelli a X Factor.

MANNY: Certo, purtroppo ormai in Italia funziona così.

FR: Eppure un tempo tutti questi gruppi avevano una bella vetrina, che era il concerto del Primo Maggio.

MANNY: Ma sì, anni fa anche nei locali si trovavano artisti emergenti. Io vidi Alex Britti agli inizi della sua carriera, in un piccolo locale di Civita Castellana, il mio paese d’origine. Un grandissimo chitarrista blues. Poi anche lui si è dovuto piegare alle leggi del mercato. E anche il concerto del Primo Maggio è diventato quello che è oggi…

Comunque negli anni ‘90 in Italia, oltre alla musica, c’era proprio un altro tipo di fermento culturale. Oggi c’è calma piatta.

FR: E il motivo, secondo te, qual è?

MANNY: Quello che abbiamo detto, ormai passa tutto attraverso la televisione, perciò deve essere tutto nazional popolare e omologato. Prima si osava di più, anche in altri campi, come quello cinematografico. Adesso, trovi una cosa che funziona, come il reggaeton ad esempio, e tutti si adattano a fare quello.

FR: Dai Beatles al reggaeton, direi che qui possiamo amaramente concludere l’intervista. Anzi no, lasciaci con un aneddoto, un ricordo particolare della tua carriera a cui tieni molto.

MANNY: Ricordo quella bellissima serata al ‘Piper’, lo storico locale di Roma, quando suonai con gli ‘Apple Pies’ insieme ad un batterista d’eccezione. È successo una decina d’anni fa, suonammo ‘Back In The USSR’ e quel batterista era Carlo Verdone.

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