Brant Bjork: recensione di Jalamanta

Brant Bjork

Jalamanta

11 ottobre 1999

Man’s Ruin Records/Duna Records

genere: psych, stoner, heavy blues, tribal, jazz, krautrock

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Sono passati trent’anni da quando Amado è stato bandito nel deserto da un governo che ha considerato sovversive le sue idee sulla religione e sullo stato. Ora ritorna per trovare la sua gente che vive nello squallore fuori dalla gloriosa Settima Città del Sole. Chiamandosi Jalamanta, che significa “colui che toglie i veli che accecano l’anima”, è tornato a casa, dai vecchi amici, dai giovani sconosciuti e dalla donna che lo ha aspettato. Un uomo trasformato che ha imparato il Sentiero verso il Sole. Attraverso la sofferenza e l’introspezione, ha raggiunto la saggezza ed acquisito la grazia. La sua missione è condividere ciò che ha imparato.

Probabilmente, la stessa grazia e saggezza raggiunta, alla fine del vecchio millennio, da Brant Bjork, totem istituzionale del genere stoner rock statunitense ed ex batterista di Kyuss, Fu Manchu e Mondo Generator, nel momento in cui ha deciso di intraprendere una nuova missione nel deserto, stavolta nelle vesti inedite di solista, con il suo debut album Jalamanta, registrato a Rancho de La Luna in California, per la ormai defunta Man’s Ruin Records.

Jalamanta, pubblicato l’11 ottobre 1999, è stato interamente scritto e cantato da Brant Bjork, eccezion fatta per il testo di Toot, ad opera di Mario Lalli dei Fatso Jetsam e qualche sporadico intervento di chitarra di Gary Arce degli Yawning Man.

L’alchimista Brant Bjork, in questo nuovo capitolo della sua carriera artistica, ha suonato, uno ad uno, tutti gli strumenti, ed ha registrato tutte le parti vocali. Poche, a dire il vero.

Una nuova sfida che consiste in una produzione mistica fai-da-te, composta da 12 tracce per un concept affascinante e tossico come un delicato infuso con foglie di oleandro ed accattivante come un burrito caldo e sensuale. Un punk del deserto in cui è facile perdersi e sognare; immaginate di volare sui tappeti magici di Jalamanta, sotto il fratello sole che provoca allucinazioni sonore heavy blues, e di ritrovarvi a guidare sulle immense autostrade desertiche e sterminate del kraut-stoner. E non importa se ci troviamo in California o in Renania.

Ascoltando questo disco, è impossibile non lasciarsi trasportare dalle jam session strumentali tribal-jazz e dalle sonorità sciamaniche provenienti dalle lande aride dell’acid-punk, e non farsi scaldare dall’asfalto rovente e umido del lontano hard rock groovy seventies, edulcorante come Eric Clapton e speziato come Jimi Hendrix.

Jalamanta è un progetto one man band, prettamente strumentale, dalle forme e linee melodiche ripetitive, essenziali e visionarie, che evaporano da quella terra psichedelica che hanno forgiato carattere e stile del poliedrico batterista californiano. Il deserto come metafora riflessiva, psichedelica e letteraria di abbandono e solitudine, tra immagini suggestive e suoni dilatati. Verosimilmente, quello di Brant Bjork è un modo per isolarsi dal mondo circostante per sperimentare e raccontare il proprio percorso cantautorale attraverso il labirinto del proprio inconscio.

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Credits:

Brant Bjork: voce, batteria, basso, percussioni, chitarra

Tracklist:

1. Lazy Bones

2. Automatic Fantastic

3. Cobra Jab

4. Too Many Chiefs… Not Enough Indians

5. Sun Brother

6. Let’s Get Chinese Eyes

7. Toot

8. Defender of the Oleander

9. Low Desert Punk

10. Waiting for the Coconut to Drop

11. Her Brown Blood

12. Indio

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