Muse: recensione di The Wow! Signal

Muse

The Wow! Signal

Warner, Helium-3

26 giugno 2026

Genere: space rock, alternative rock, symphonic rock, electronic rock

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Recensione a cura di Stefania Milani

C’erano 34 gradi in quella stanza quando è scattata la mezzanotte del 26 giugno e The Wow! Signal dei Muse è finalmente arrivato sulle piattaforme digitali. Ma i brividi hanno iniziato ad attraversarmi come non mi succedeva dai tempi di Hysteria e Absolution.

The Wow! Signal è il decimo album in studio dei Muse e 10 è il voto che si merita, così come 10 è il numero che rappresenta la chiusura di un cerchio, la ripartenza e la completezza di un’opera dal potenziale infinito.

E dall’universo sembra davvero provenire questo capolavoro, anticipato da una campagna promozionale semplicemente perfetta, che prendeva spunto proprio dai segnali dello spazio: il celebre segnale radio intercettato in Ohio nel 1977, la cui intensità spinse l’astronomo a scrivere “Wow!” a margine del tabulato, da cui deriva il titolo dell’opera. A questo si sono aggiunti coordinate geografiche, aree esagonali disseminate in giro per il pianeta e una serie di iniziative brillanti e innovative che hanno coinvolto i fan in vere e proprie cacce al tesoro, riservate a scienziati della musica capaci di decifrare indizi e collaborare da ogni angolo del mondo per ricomporre un affascinante puzzle sonoro.

I singoli pubblicati nei mesi precedenti lasciavano già presagire grandi cose. Personalmente ci trovavo, uno dopo l’altro, quella potenza e quegli stacchi di batteria che cercavo, da Unravelling a Hexagons.

Be With You mi è sembrata intrigante fin dal primo ascolto, grazie al passaggio dall’organo all’elettronica, prima di virare verso un assolo di chitarra che rimette il rock esattamente al posto che gli compete.

Nightshift Superstar, proprio come era accaduto con Compliance, ha diviso i fan per le sue contaminazioni dance. Eppure il significato del brano gli conferisce una rilevanza tutta nuova. Come ha spiegato Matt Bellamy, in un periodo storico in cui l’arte è minacciata dalle macchine e dall’intelligenza artificiale, i Muse tornano a sperimentare con la dance, genere generalmente costruito attraverso software ed effetti digitali, scegliendo invece di mettersi direttamente in competizione con il computer: questo pezzo è interamente suonato con strumenti reali, laddove altri avrebbero preferito affidarsi alla tastiera di un software. Ancora una volta emerge la scrittura di Bellamy, che studia Orwell a menadito solo per demolirne le sovrastrutture e ribellarsi a ogni condizione passiva e sottomessa.

L’album si apre con The Dark Forest, un brano che riflette sulla direzione dell’umanità, sospesa tra abissi, oscurità e la concreta possibilità dell’estinzione. Il mistero si scioglie in latino, con versi che si fondono alla chitarra elettrica in modo intenso, epico e cinematografico, restituendoci la figura di un eroe privo di paura. Musicalmente il pezzo rapisce grazie allo straordinario lavoro orchestrale ed è senza dubbio un’apertura profonda e importante, capace di alzare immediatamente l’asticella delle aspettative.

Di Nightshift Superstar ho già parlato. Dal punto di vista del testo si apre come un gioco di seduzione e attrazione, raccontando una figura femminile impegnata in occupazioni notturne. La mia impressione, però, è che esista un contesto più ampio, che non lascia spazio al giudizio. A suggerirmelo è soprattutto il coro della bambina, che sembra sostenere questa ragazza e, con la propria innocenza, liberarla da qualsiasi compromesso, inevitabile o volontario.

Shimmering Scars possiede un’introduzione talmente intensa ed emotiva che è impossibile non lasciarsi coinvolgere. Siamo soltanto alla terza traccia e le emozioni continuano a scorrere. Credo sia una delle migliori canzoni dei Muse, impreziosita da un pianoforte iconico, dosato con estrema delicatezza in una composizione grave e struggente. Quando i Muse fondono pianoforte e musica classica con il loro rock progressivo, dimostrano sempre di sapere perfettamente quello che stanno facendo.

L’intensità torna a crescere con Cryogen, di cui sottolineo le interessanti metafore del testo, terreno sul quale Bellamy riesce quasi sempre a dare il meglio di sé. Musicalmente, Hexagons è un altro brano destinato a far tremare le pareti delle arene durante il tour di novembre. Io sto già contando i giorni.

In The Sickness In You and I è particolarmente interessante l’uso del falsetto per esprimere contemporaneamente il piacere e l’allarme di una relazione segnata dalla dipendenza emotiva. Meritano una menzione anche le perfette transizioni tra una traccia e l’altra, che trasformano il disco in un’unica opera senza soluzione di continuità. Quando vorrete riascoltare il vostro brano preferito, vi troverete combattuti: interrompere il flusso dell’album sembrerà quasi un sacrilegio.

Unravelling rimane ancorato al tema drammatico e personale, sostenuto da una base solida e potente. Hush vede l’interessante collaborazione con Ellie Goulding, accolta molto positivamente da buona parte della fanbase. Space Debris, rallentando il ritmo con grande eleganza, mi sembra la conclusione perfetta di un album strepitoso, destinato a conquistare un posto tra i migliori lavori dei Muse e, probabilmente, anche i riconoscimenti che merita.

Quindi, qual è l’effetto Wow? Ognuno lo vivrà a modo suo. Io, mentre aspetto la mia copia autografata del CD, ho già aggiunto una seconda data del tour autunnale, arrivando a due concerti e restando sul prezzo base, al di là delle polemiche sui pacchetti più costosi.

Questo album è più di quello che lascia intendere: è un allineamento cosmico. Non si spiega, si ascolta. E io, di certo, non ho alcuna intenzione di ignorarlo.

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