Alexsucks
Autopilot
(Warner Records)
20 febbraio 2026
genere: post-punk, dark rock, alternative rock, synth rock, garage rock, fuzz, indie-rock
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Recensione a cura di Andrea Musumeci

A tre anni dall’esordio con Gutter, entrambi prodotti da Brendan O’Brien, celebre produttore dei Pearl Jam e dei Rage Against The Machine, i garage-rocker losangelini Alexsucks tornano in carreggiata con il nuovo album Autopilot, pubblicato per Warner Records.
Composto da nove tracce, Autopilot segna una crescita evidente nella scrittura della band, sia nella varietà strumentale – mescolando il loro trademark catchy-garage con l’orecchiabilità electro-pop, l’energia indie-rock e l’angsty teen – sia nelle scelte tematiche e narrative.
Originari di Denver e ora a Los Angeles, gli Alexsucks – Alex Alvarez alla voce, John Luther alla chitarra, Jonny Ransom alla batteria, Garrett Orseno (alias DJ Topgun) al basso – sono quattro amici uniti dalla cultura skate e dal desiderio di far rivivere la stagione alternative rock dei primi anni Zero, quando il rock era ancora una valvola di sfogo, prima di diventare nostalgia.
Sul piano sonoro, gli Alexsucks si impegnano a rivisitare il ricordo sfocato (come raffigurato in copertina) di quel fervore alternativo, di quel retaggio culturale così tormentato, adrenalinico, rabbioso e sfavillante, muovendosi lungo coordinate stilistiche ben definite e riconoscibili.
In Autopilot si intrecciano sintetizzatori e atmosfere gotiche (Flinch), suggestioni sognanti e nostalgiche di matrice new wave, beat incalzanti di stampo glamour dance-punk revival alla The Killers, insieme a un pulsante indie-rock che sfreccia sulla tavola tra distorsioni garage-fuzz e skate-punk, rigorosamente con le Vans ai piedi (Fish Don’t Fly). Il tutto è attraversato da chitarre taglienti e vocalizzi rauchi, dinoccolati e graffianti, a metà tra Kelly Jones e Julian Casablancas.
Linee melodiche a presa rapida e refrain immediati si alternano a riff energici e coinvolgenti, sostenuti da ritmiche serrate e dinamiche che diventano un autentico antidoto al pop-punk preconfezionato dei vari Machine Gun Kelly, Yungblud, La Sad e Naska.
Sferzate disco-rock e coretti rimandano alle vibrazioni radio-friendly di Wombats, Bloc Party, Franz Ferdinand e The Strokes (Autopilot, Worm In The Sun), mentre trovano spazio anche momenti più luminosi, rarefatti e introspettivi (Duct Tape, Backwards). A questi si affiancano l’indie-sleaze melodico di Flowers & Dirt e la fischiettante malinconia brit-dance di The Headache, che richiama vagamente il Damon Albarn dei Blur.
Per quanto riguarda le liriche, il frontman Alex Alvarez costruisce una mappa emotiva che oscilla fra “monologo introspettivo e poesia punk da strada”, in un susseguirsi di fragilità e cinismo, di euforia e delusioni, indugiando su una giovinezza che profuma di cambiamento e disillusione.
Il nucleo centrale è la percezione contemporanea di procedere con il pilota automatico, alla ricerca di una strategia di sopravvivenza passiva: un torpore anestetizzante capace di generare distacco e smarrimento, meccanismo difensivo per non essere travolti da pressioni esterne, burnout sociale e conflitti interiori.
Così, gli Alexsucks scandagliano i malesseri invisibili che affliggono il loro equilibrio psico-fisico, attraverso uno stato mentale dove il cantante immagina di parlare con le proprie stesse idee (“sitting around with just yourself to talk”), fino a diventare un pensiero ossessivo, persistente come un mal di testa.
In The Headache, il ritornello, “and now the headache won’t go”, enfatizza la persistenza di un disagio interno che non si riesce a superare né a spegnere. Già negli anni ’90, Morgan, insieme ai suoi Bluvertigo, raccontava le emicranie esistenziali di quel contesto sociale, eppure ancora di fresca attualità.
A questa forma di anestesia collettiva, di unplugged emotivo, si aggiungono le difficoltà nella gestione di dinamiche tossiche, le incertezze relazionali e i confini ambigui tra verità e menzogna, insieme a una depressione semiacustica (Backwards) e a frammenti di vita nei bassifondi di una realtà tentacolare come Los Angeles, città della fama a ogni costo.
Con Autopilot, gli Alexsucks si lasciano trascinare dal flusso degli eventi, come se fosse l’unico modo per trasformare l’alienazione sociale in un’esplosione energica e liberatoria. È una scelta che racconta la loro giovane età, quell’irrequietezza che li spinge a vivere tutto fino in fondo.
Tracklist:
1. Autopilot 2. Flinch 3. The Headache 4. Worm In The Sun 5. Duct Tape 6. Flowers & Dirt 7. Fish Don’t Fly 8. Hopeless 9. Backwards
Membri della band:
Alex Alvarez alla voce, John Luther alla chitarra, Jonny Ransom alla batteria, Garrett Orseno (alias DJ Topgun) al basso

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