Vomitory: recensione di In Death Throes

Vomitory

In Death Throes

(Metal Blade Records)

10 aprile 2026

genere: death metal, thrash metal, grindcore

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Recensione a cura di Marco Calvarese

Sapeste quanti luoghi comuni mi piacerebbe poter sfatare, in fatto di musica! Uno tra tutti: per dare un’ottima valutazione a un album, sembra che debba obbligatoriamente contenere novità pirotecniche o sofismi tecnici.

Ma quanto è bello, invece, quando una band la riconosci dal primo accordo, ne conosci già la strada, magari l’ha lastricata con le sue stesse mani e sa ripercorrerla continuando a regalare emozioni?

Nel ristretto novero dei gruppi “fedeli alla linea” figurano sicuramente dei veterani del buon vecchio death metal come i Vomitory: ci crediate o no, ho preordinato il loro nuovo disco a scatola chiusa e lo sto ascoltando ininterrottamente da aprile, senza stancarmi mai.

Anacronistico, vero? Riff, accelerazioni, rallentamenti e assoli, ormai, li ricordo a memoria; le melodie mi risuonano in testa sin dal mattino, un po’ come accadeva trent’anni fa, quando la bulimia sonora dell’epoca di Spotify era ancora fantascienza e ogni cassetta o vinile era prima frutto di un’attenta selezione e poi compagna di vita per mesi.

In Death Throes, decima prova sulla lunga distanza dell’intramontabile combo svedese, ha il potere di rendermi felice dopo pochi secondi: main riff tremolante, blast beat, muro di corde e il tempo si ferma esattamente dove vorrei.Che poi, a dirla tutta, la novità c’è, eccome, e mette la sua firma sin dalla opener Rapture in Rupture: si chiama Christian Fredriksson e porta davvero (non solo a chiacchiere, come nelle solite interviste di rito) nuova linfa, dinamiche differenti e una quantità di assoli che non ricordavo nelle precedenti opere dei Vomitory.

Cambi di tempo, precisione chirurgica e via, verso For Gore And Country, che si apre con il classico blast ormai marchio di fabbrica, ma si produce poi in un memorabile e maligno chorus in mid tempo. Da qui in poi sarà un delizioso rincorrersi di repentini shift dal blast al D-beat, fino a una chiusura sepulturiana che non può non mandare ai matti qualunque deathster che si rispetti.

Così come Forever Scorned ha tutta l’aria del perfetto Vomitory-style, con i suoi ritmi furibondi e i suoi riff ossessivi, ma, quando rallenta, lo fa per puntare i riflettori su un assolo che è come la ciliegina sulla torta (avvelenata). Uno penserebbe che, come spesso accade nel metal estremo, siano state sparate le migliori cartucce a inizio disco; invece è proprio da qui in poi che emergono gli skills del cavallo di razza.

Wrath Unbound ha quel riff infernale che ti fa pensare inevitabilmente ai migliori Slayer e che non riesco a togliermi dalla testa, quel basso killer e quella cadenza che non ti aspetti. Sta proprio nella progressione verso mid-tempo sempre più frequenti e sulfurei la cifra dell’evoluzione stilistica di Erik Rundqvist & Co.

L’aroma è quello del più marcio old school death e io vado in brodo di giuggiole, perché l’orgasmo acustico è immediato. Ma non isolato, perché l’attacco della title track sembrerebbe tanto la solita sfuriata; invece fa da apripista a un riff ciclico che non dà scampo. Quando le chitarre divengono dissonanti e il ritmo rallenta, il refrain sembra forgiato direttamente nelle caldaie dell’inferno.

Se vi aspettate filler, cali di tensione o episodi “copia e incolla”, forse non conoscete la storia della band: Cataclysmic Fleshfront è una colata di metallo acido direttamente nello stomaco e, anche se la struttura del brano è mero rispetto della tradizione, il breakdown, condito da ottimi assoli, non permette distrazioni.

In Death Throes non stupisce nelle sonorità o nella tecnica, ma emoziona per fluidità, armonie e coerenza: io trovo, ad esempio, che Two And a Half Men ed Erased in Red siano le tracce più cool dell’opera. La prima è un vero clinic del death metal come piace a me, dove il main riff è talmente putrido da sentirne il miasma attraverso le cuffie; il breakup imprime un ritmo mortifero per sfumare infine in un thrash pesante come la forza di gravità su Venere. La seconda è un poltergeist costruito tutto intorno al riff più figo dell’anno, per poi sterzare verso un finale potente come un tornado e veloce come il suono.

Estasi.”Ho vissuto nella follia, attraversando momenti di insostenibile sanità mentale”: da qualche parte, qualche vita fa, ho letto un aforisma che suonava più o meno così e mi è tornato in mente ascoltando le ultime tracce di In Death Throes.

Non saprei trovare un modo migliore per descrivere ciò che ho provato durante The Zombie War General e Oblivion Protocol: un finale col botto in cui il grind più assassino e furioso si mescola con il più oscuro death metal e, quando i ritmi rallentano, lungi dal concedere quartiere alle mie orecchie, mi regalano i momenti più groovy dell’album, con un Tobias strepitoso dietro i tom.

Tutto molto bello, ma a rovinarmi la gioia sono le notizie postume: poco dopo la pubblicazione, infatti, Urban Gustafsson, chitarrista e fondatore, ha salutato la band, lasciando il posto al veterano session man Kalle Knogjern.

Al di là dello stupore e dei saluti di maniera, la cosa ha inevitabilmente gettato un’ombra su un’opera che forse non riceverà la palma di album dell’anno, ma che per me resterà la più ascoltata e amata. Spero solo che non sia l’ultimo.

Date retta, scrolliamoci di dosso quest’aria da critici disincantati e lasciamo che la musica ci investa come una martellata in pieno volto: se questa è la mission del buon vecchio death metal e ciò che cercate accendendo lo stereo, sappiate che i Vomitory non vi deluderanno mai.

Tracklist:

1.Rapture In Rupture 2.For Gore And Country 3.Forever Scorned 4.Wrath Unbound 5.In Death Throes 6.Cataclysmic Fleshfront 7.Two And A Half Men 8.Erased In Red 9.The Zombie War General 10.Oblivion Protocol

Line-up:

Erik Rundqvist – voce, bassoUrban Gustafsson – chitarraChristian Fredriksson – chitarraTobias Gustafsson – batteria

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