Nine Inch Nails: recensione di Pretty Hate Machine

Nine Inch Nails

Pretty Hate Machine

TVT Records

20 ottobre 1989

genere: rock elettronico

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Parliamo di Trent Reznor, parliamo dei Nine Inch Nails.

20 ottobre 1989: esce Pretty Hate Machine, il primo album dei NIN, noto anche come Halo 2.

Ascoltare la musica dei Nine Inch Nails è una di quelle esperienze da fare almeno una volta nella vita. Innanzitutto perché Trent Reznor è da considerarsi uno dei musicisti più influenti e importanti degli ultimi trent’anni e il motivo è facilmente comprensibile ascoltando un album come questo.

Pretty Hate Machine è un disco rock, pop, elettronico, sperimentale, radiofonico e avveniristico. Quest’opera ci presenta una serie di caratteristiche molto apprezzabili, facciamo subito alcuni esempi che ci aiutino a tracciare la complessità (che mai sfocia in pesantezza) di questo album: Reznor ha suonato (quasi) tutti gli strumenti e ha cantato tutti i testi delle canzoni, venendo poi coadiuvato da un ampio numero di abilissimi musicisti per il tour
promozionale di questo disco.

Saltano subito all’occhio, o meglio all’orecchio, le ritmiche sincopate, stile new wave, che accompagnano tutto l’ascolto di “ Halo 2”, dall’inizio alla fine.
Queste vengono arricchite dall’uso delle tastiere, le quali tracciano melodie a tratti più limpide ed orchestrali nell’atmosfera, a tratti più “creepy”, sfociando alle volte in vera e propria musica elettronica.

Un altro strumento da ascoltare con la dovuta attenzione è il basso, presente in maniera marcata nell’intero progetto ma che trova i suoi climax in brani come Sanctified e The Only Time . Caratteristica è anche la presenza di molti suoni, e anche alcuni “rumori”, che una volta campionati vengono inseriti con maestria all’interno delle produzioni, andando così a creare ulteriori suggestioni.

Le chitarre sono spesso distorte e, per certi versi, “parallele” alle atmosfere create soprattutto dalle tastiere e dalle linee di basso, in un album caratterizzato da delle vere e proprie “lame di suono”
intermittenti che vanno a spezzare la linearità delle composizioni. Il lavoro risulta sommariamente orecchiabile, nonostante la sua complessità, soprattutto in composizioni come Terrible Lie e Something I Can Never Have, caratterizzata da un particolare
crescendo musicale e vocale.

Le linee canore del disco non sono mai casuali ma, anzi, rendono totalmente giustizia ai testi, aiutandoci nell’interpretazione di questi. Molto spesso Reznor sussurra le parole, con un filo di voce, senza trascurare le leggere melodie fino a farle esplodere in linee più corpose e “violente” che somigliano molto a degli sfoghi. Dal punto di vista lirico si tratta di un album molto mentale, caratterizzato da un senso di
avversione e di inadeguatezza verso il mondo, oltre che di grande introspezione.

Vengono accarezzati, e a tratti aggrediti, temi come il nichilismo, la depressione, la solitudine (seppur piuttosto apatica), l’incapacità di amare e il senso di vuoto interiore. Uno dei testi migliori e maggiormente d’impatto di Pretty Hate Machine è quello di Sanctified, distorta canzone d’amore che racconta un atto sessuale, più o meno metaforico, come un atto esoterico, verso un’ardua, se non impossibile, purificazione.

Tutte queste metafore (l’amore malato, i sentimenti tossici e i riferimenti alle figure religiose di Dio e lucifero) vengono perfettamente combinate tra loro nell’intento di esprimere un sentimento di “nulla”, di pochezza spirituale.

Ascoltare un’opera come questa è importante perché Trent Reznor , oltre che questo grande artista appena raccontato, è un grande promotore di rock alternativo statunitense. Le sue canzoni sono state cantate da artisti come, ad esempio, Johnny Cash, con la cover del brano Hurt, i Limp Bizkit con la “reference” a Closer nel brano Hot Dog, Eddie Vedder, i Joy Division e
molti altri ancora.

Il progetto Nine Inch Nails ha, inoltre, influenzato molti musicisti che, dagli anni ‘90 in poi, hanno proposto nuove sperimentazioni ed iniziative, soprattutto nel mondo del rock.

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