Pearl Jam: recensione di Lightning Bolt

Pearl Jam

Lightning Bolt

Monkeywrench Records/Republic Records

15 ottobre 2013

genere: hard rock, blues, country rock, folk noir, country ballad, garage punk, AOR

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Recensione a cura di Andrea Musumeci

A distanza di quattro anni dall’uscita del precedente Backspacer e anticipato dalle due hit da classifica Mind Your Manners e Sirens, i Pearl Jam mandano alle stampe il loro decimo album in studio (il penultimo della loro discografia) intitolato Lightning Bolt, edito il 15 ottobre 2013 per Monkeywrench Records/Republic Records e prodotto da Brendan O’Brien.

Le stagioni passano, si consumano velocemente come le saette lanciate da Giove, oppure lentamente, al pari di una candela che brucia da ambo i lati, come l’energia della gioventù, di quel periodo della vita in cui credevamo di essere invincibili e infallibili. Ve lo ricordate anche voi quando eravamo forti, spavaldi, e aspettavamo senza paura che fosse il mondo a venirci addosso? Bè, quei tempi si sono trasformati in patetica nostalgia, in agrodolci ricordi scanditi avanti e indietro dai colpi inesorabili di un pendolo.

Secondo quello che è l’immaginario collettivo, il rock è sempre stato considerato un genere musicale strettamente legato alla gioventù, all’innata urgenza di sprigionare e trasmettere una serie di emozioni e vibrazioni attraverso sensualità, adrenalina, energia, ribellione, fasci di nervi e soprattutto grazie alle doti fisiche dei suoi interpreti. Ve lo immaginate Eddie Vedder che si arrampica e si dondola sulle impalcature, durante un concerto, a cinquantasei anni suonati? Oggi, il frontman dei Pearl Jam suona l’ukulele, se la prende coi potenti della Terra sorseggiando del buon Barolo, è sensibile ai cambiamenti climatici e si preoccupa del surriscaldamento globale: praticamente, la versione post-grunge di Antonello Venditti mescolata a Bob Dylan, Francesco Guccini e Greta Thunberg.

Insomma, il rock è un genere che, per sua natura, non può prescindere dalla ciclicità delle stagioni, che, prima o poi, esaurisce il suo slancio impulsivo e si sgonfia, mostrandosi senza più difese né maschere, in tutta la sua caducità e la sua fallibilità. D’altronde, la fallibilità è una caratteristica congenita e radicata nella struttura dell’essere umano, da intendersi quale difetto di fabbrica oppure come una “limitazione prospettica della percezione”, impossibile da eliminare e che alcuni, giustificando la posizione di finitezza degli individui e auspicandone un potenziale, vedono addirittura come un’opportunità.

Eh già, un’opportunità, come lo è stato l’avvento delle scorribande grunge all’inizio degli anni ’90; di quel remake filosofico-punk che, in quel decennio suffragato dal declino della spiritualità e del sopravvento della cultura agnostica, mescolava attitudine rabbiosa e nichilista a quel sound trasversale, ruvido ed essenziale che trovava radici nel rock enciclopedico degli anni ’60 e ’70, ascrivibile a mostri sacri come Jimi Hendrix, The Who, Neil Young e Led Zeppelin.

Scivolano proprio su quel retaggio storico, come saponette fatte di alghe, le dodici tracce di Lightning Bolt, mediante le quali i Pearl Jam, ripulendo quasi definitivamente i suoni alternativi e meno commestibili d’una volta, cedono fisiologicamente alla maturità intellettuale, al pragmatismo dell’età adulta, continuando a marcare in maniera diretta quel territorio compositivo che, già ai tempi di Yield e No Code, aveva posto le basi per quello che, successivamente, sarebbe diventato il loro nuovo perimetro cantautorale e autoreferenziale.

Al netto delle elevate aspettative (ingiustificate o meno), cresciute inevitabilmente in seguito al successo dei primi album (Ten, Vs, Vitalogy, ecc.), Lightning Bolt porta con sé una chiave di lettura polarizzante: se da una parte ha incocciato contro il parere discordante e la delusione dei puristi del grunge, dall’altra ha incontrato quel consenso popolare più incline alle sirene del mero intrattenimento (tanto caro alla cultura di massa) e che li ha portati a condividere il punto più alto dell’ingranaggio pop del music business.

Insomma, al di là di ogni considerazione critica, per quanto obiettiva ci possa sembrare, e sebbene Lightning Bolt non rappresenti uno dei momenti più memorabili della discografia dei Pearl Jam, è comunque ragionevole affermare che tutti i dischi andrebbero riascoltati a distanza di anni, semplicemente per constatare il modo in cui può cambiare la nostra percezione nei confronti di un qualcosa che, invece, è rimasto esattamente com’era in origine.

All’interno di Lightning Bolt non mancano, dunque, i riferimenti alle colonne antologiche del rock: si va dal turbolento e arrembante hard rock e garage punk del trittico d’apertura (Getaway, Mind Your Manners, My Father’s Son) al calligrafismo younghiano delle chitarre e al trascinante fragore del blues (Lightning Bolt, Swallowed Whole, Let The Records Play), dalle riverberazioni ariose e lisergiche della West Coast alle romantiche, commoventi e struggenti power ballad da radiofonia mainstream (Sirens, Sleeping By Myself), passando per il pop caramellato di Infallible e il magico tocco country rock dall’aura gospel e pastorale di Future Days, fino a immergersi nel misterioso intimismo acustico dei suoni springsteeniani e nella delicatezza onirica di ambientazioni folk e bucoliche (Yellow Moon), quasi a voler ripercorrere il senso di libertà e la malinconica desolazione di quei selvaggi e poetici sentieri nordamericani già descritti in Into The Wild, nonostante i dilemmi esistenziali irrisolti e quella costante sensazione di smarrimento.

Pendulum, a differenza delle altre tracce, può essere considerato l’episodio più riuscito di Lightning Bolt e, al tempo stesso, il meno coerente con la densa coltre di fatalismo che ne avvolge i contenuti: un brano che si tinge di quell’inquietitudine interiore da murder ballad alla The Handsome Family, filtrata attraverso la solitudine di quei paesaggi da pellicole noir e contraddistinta dalla cadenza ipnotica e vellutata dei bonghi, insieme alla cupa, ammaliante e tremolante fisionomia vocale dello stesso Vedder a fungere da collante emotivo, smorzando, così, l’illusione di quell’entusiasmo iniziale per tornare ad accarezzare variabilità umorali, atmosfere introspettive, lo spettro dei propri demoni e quel senso epidermico di fragilità e di indelebile precarietà.

Lightning Bolt è un’opera che, passando per il gigante setaccio dell’esperienza e facendo leva su un concetto idealista di amore universale, vuole ritagliarsi un lembo di luce, di speranza e di fiducia verso un ipotetico orizzonte di futuro, per chi ha ancora quella presuntuosa necessità di credere nel prossimo, andando oltre il peso della morte che portiamo sulle spalle e cercando una via di fuga da questa società crudele e brutale sempre più a corto di buoni esempi e sempre più lontana dai sogni di qualche generazione fa.

Tracklist:

1. Getaway

2. Mind Your Manners

3. My Father’s Son

4. Sirens

5. Lightning Bolt

6. Infallible

7. Pendulum

8. Swallowed Whole

9. Let The Records Play

10. Sleeping By Myself

11. Yellow Moon

12. Future Days

Formazione:

Eddie Vedder: voce, chitarra, ukulele

Stone Gossard: chitarra, bonghi

Mike McCready: chitarra

Jeff Ament: basso

Matt Cameron: batteria, percussioni

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