Wraith: recensione di Undo The Chains

Wraith

Undo The Chains

Redefining Darkness Records

24 settembre 2021

genere: hardcore metal, trash metal, speed metal

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Recensione a cura di Marco Calvarese

Uno spettro (Wraith significa proprio questo) si aggira per il sottobosco del rock estremo! È lo spirito di una band hardcore fino al midollo, di quelle che tirano a campare nei più infimi locali dell’America profonda, abituate a esibirsi su un palco montato dietro una rete per proteggersi dal lancio di bottiglie, di quelle che suonano a tutto volume, che sudano rabbia sociale con fucilate asciutte di non più di due minuti.

Ora immaginate di narcotizzare i suoi membri per sottoporli a 24 ore serrate di mesmerizzazione, in cui chiedete loro di dedicarsi alle cover dei Venom. Poi provate a condizionarli facendogli ascoltare in loop Metal Militia dei Metallica e il seminale Aces of Spades dei Motorhead, per poi spedirli a rapire uno screamer black metal.

Ecco, la leggenda è frutto della mia florida fantasia, perché i Wraith, in realtà, nascono da un progetto originario proprio del vocalist Matt Sokol, ma non trovavo di meglio per darvi un’idea del sound nato dalle sregolatezze di questi energumeni dell’Indiana, che si sono conquistati la mia attenzione a suon di lusinghiere recensioni.

I Wraith, dopo qualche cambio di formazione e produzione, hanno trovato fissa dimora preso gli studi della Redefining Darkness Records e con Undo The Chains sono giunti al loro terzo full length, il più lungo della loro discografia, con i suoi ben… 32 minuti di revival thrash metal, hardcore e speed metal.

Per chi avesse ascoltato le precedenti release del collettivo statunitense, la novità risiede nell’aggiunta di Jason Schultz come lead guitarist. Per questo ci si aspetterebbe un’impronta tecnica e compositiva quantomeno innovativa all’interno di Undo The Chains. Invece, dopo la prima traccia (la titletrack, praticamente solo un breve intro che pare dirci “bentornati nel thrash!”), con Dominator sembra di assistere al sequel di Whiplash, sebbene, subito dopo, Gate Master alzi l’asticella delle aspettative, tagliando il cordone ombelicale coi Metallica e liberando il primo vero vagito con un riff portante che rimanda al fondamentale Undisputed Attitude degli Slayer.

Si tratta, non a caso, di una delle tre canzoni di maggior durata, addirittura, intorno ai 4 minuti: un record del tutto inusuale per una band che non rinnega mai il proprio spirito hardcore, sublimato nel fugace episodio di Mistress Of The Void.

Cloaked In Black è in assoluto il mio brano preferito, perché si discosta dal tradizionale marchio di fabbrica della band, mostrando un arricchimento notevole, tanto nella sessione ritmica, con ambiziosi e ottimamente arrangiati cambi di tempo, quanto nelle asce, che si sbilanciano perfino in due brevi assoli (una rarità nei precedenti lavori in studio dei Wraith). Il tutto al servizio della forte ispirazione vintage della NWOBHM (variazione tematica indispensabile per evitare l’appiattimento) e sotto l’influenza di quella cifra stilistica ascrivibile al Jeff Hanneman di Season In The Abyss.

I Wraith ci offrono un bel boccale di birra ghiacciata e ci mostrano tecnica e capacità di stupire in Born To Die, traccia che avrebbe figurato in modo organico nella precedente release (Absolute Power), con quello stile “thrash & roll” in cui fa di nuovo capolino il buon vecchio Lemmy (ma quanto pesava il vecchio biker anche nel Pantheon dei primi Metallica?) e nel sulfureo mid-tempo di Time Wins, che pare strizzare timidamente l’occhio al melodic death.

È chiaro che Schultz ha messo lo zampino proprio dove serviva, per donare un po’ di varietà sonora allo spartito del gruppo, senza stravolgerne l’anima nera, ma conferendogli corpo e maturità. A testimonianza di quanto detto, troviamo i due ascolti successivi: Gift Of Death avrebbe fatto la sua sporca figura come filler in qualche produzione dei vecchi Slayer, mentre Disgusting ci ricorda che questi ragazzi non vogliono recedere dall’hardcore duro e puro.

Nessun compromesso nella cavalcata tutta d’un fiato di Bite Black: nulla di sconvolgente, ma tanto di emblematico, per quella che è una ritmica thrash-core senza fronzoli né frenate, dove si innestano distorsioni chitarristiche che sembrano gridare che la Bay Area non è affatto morta. Tutt’altro.

Scivola senza soluzione di continuità, e senza lasciare troppi rimpianti, Victims For The Sword, mentre Terminate (in nomen omen) chiude le fatiche dei Wraith, rinnovando, con cambi di tempo ben fatti e, finalmente, qualche variazione anche nelle melodie vocali, le emozioni e il groove che solo a tratti riescono ad emergere in Undo The Chains.

I Wraith hanno ben chiara la loro lodevole mission: l’aggiunta di un vero primo chitarrista ha reso più vive le composizioni, già a buon punto in termini di riconoscibilità strumentale, che, tuttavia, tra alti e bassi, rimangono sospese in un limbo immaginario, tra l’inferno underground in cui il thrash old style è precipitato nel terzo millennio (sia pure, grazie al cielo, con virtuose eccezioni) e il paradiso del successo.

Pur essendo lodevole il cambio di influenze sonore, manca ancora un pizzico di originalità; quel senso di deja vù difficilmente abbandona l’ascoltatore durante questi infuocati 32 minuti di musica. Non resta, pertanto,che ingranare la quinta, altrimenti lo “spettro” continuerà ad aggirarsi per il sottobosco del suggeritore di YouTube, suscitando sì la eiaculatio precox nei nostalgici del puro headbanging, ma senza la possibilità di evadere dal claustrofobico perimetro di quei famigerati e infimi locali notturni.

https://www.facebook.com/wraiththrash

Tracklist:

1 Undo The Chains
2 Dominator
3 Gate Master
4 Mistress Of The Void
5 Cloaked In Black
6 Born To Die
7 Time Wins
8 Gift Of Death
9 Disgusting
10 Bite Back
11 Victims For The Sword
12 Terminate

Lineup:

Matt Sokol – voce, chitarra
Mike Szymendera – batteria
Chris Petkus- basso
Jason Schultz – lead guitar

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