Machine Head: recensione di Arrows In Words From The Sky

Machine Head

Arrows In Words From The Sky (EP)

Nuclear Blast

11 giugno 2021

genere: death metal, thrash metal, doom, groove metal

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Recensione a cura di Marco Calvarese

I Machine Head stanno tornando. La band preferita dagli “head cases” di tutto il globo terracqueo ha scelto di farlo, da un paio di anni, sotto forma distillata, per mezzo di una serie di singoli assaggi che hanno solo aumentato la fame di noi ascoltatori.

La morte della madre in primis, la pandemia, l’omicidio di George Floyd e la rabbia etnica e sociale, e non ultima la scomposizione della lineup originaria, appena riunificata, hanno delineato in Robb Flynn un percorso artistico tormentato, una miscela esplosiva che, in uno spirito indomito e originale come il suo, potevano solo generare furia devastante, negatività e depressione.

Da queste secche ci si può rigenerare solo affrontando i propri labirinti con lucida introspezione, lasciando libero sfogo ad inconscio e istinti brutali, per tornare a rivedere le stelle più forti di prima. Ed è questo il cammino che il nostro (mio soprattutto) eroe ha intrapreso con il nuovo EP Arrows In Words From The Sky, che, di una stagione infernale come l’estate appena terminata, è stata l’infernale colonna sonora.

Questo passaggio obbligato attraverso l’oscura selva della psiche si riflette senza soluzione di continuità nei tre brani contenuti nell’EP, apparentemente tanto diversi fra loro quanto sapientemente legati da una logica trama: la morte, l’elaborazione e la rinascita.

In Become The Firestorm, la furia iniziale, impressa da un doppio pedale infuocato e da un riff ai limiti del death, scivola nelle profondità laviche del doom, si stempera in un assolo di chitarra da maestro, prima in tapping poi putridamente thrash, per veder infine risorgere il ritornello, purificato da una sessione ritmica stavolta groovy, preludio ideale per il secondo brano.

Rotten è un concentrato di malignità ruffiana, dove voce e riff sono figli legittimi delle origini del gruppo, di quel Davidian che mi ha stravolto l’esistenza musicale tanti anni fa. La traccia ruota intorno a un cantato semplicemente perfetto, in cui Robb crea la suspense adatta a tracimare nella più classica delle sue sentenze in semi-growl (“tutto è marcio fino al midollo!”), funzionale ad aprire la strada ad un riff che ti scuote nel profondo e a quell’headbanging che resusciterebbe anche i morti.

La titletrack, invece, sembra spezzare senza preavviso il ritmo indemoniato e il groove primigenio con un’immersione nel dolore puro, nelle ferite più recondite, narrate in autotune con una melodia pizzicata sulle corde dell’anima, ancor prima che della chitarra. Poi arriva questa mitragliata sulla grancassa, sparata con il doppio pedale, quasi a tempo di bolero, su cui le due voci si intrecciano come in un dialogo interiore.

Ci si lascia cullare dalla malinconia della semi-ballad finché le strazianti distorsioni dei bassi non ci riportano alla cruda e tediosa realtà. Da qui Flynn stesso, metaforicamente, riemerge con un assolo di stampo hard rock, in un crecendo che ha il vigore di un ritorno alla vita, lasciata successivamente colare nuovamente, goccia dopo goccia, come sudore sulla fronte dell’ascoltatore, solleticando di nuovo le corde della propria ascia, fino a sfumare dolcemente.

Non riesco a capacitarmi di quanto abbia amato questo concentrato di classe pura, impreziosito da una produzione degna di una cristalleria. Presto, dove ho messo la mia copia di Burn My Eyes? Da qualche parte dovrà pur essere, non può finire qui la serata.

Tracklist:

1. Before The Firestorm

2. Rotten

3. Arrows In Words From The Sky

Formazione:

Robb Flynn – voce e chitarra

Waclaw “Vogg” Kiełtyka – chitarra

Jared MacEachern – basso e cori

Matt Alston – batteria

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