Together Pangea: recensione di Eat Myself

Together Pangea

Eat Myself

(Nettwerk Music Group)

16 gennaio 2026

genere: grunge, alternative rock, shoegaze, dream-rock, indie-rock, indie-pop, garage rock, power rock

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Recensione a cura di Andrea Musumeci

A distanza di oltre quattro anni dal precedente DYE, i Together Pangea tornano sulle scene underground con il loro settimo album, Eat Myself, edito per Nettwerk Music Group.

Attivi da oltre un decennio, i Together Pangea – gli amici di lunga data William Keegan alla chitarra e voce, Danny Bengston al basso ed Erik Jimenez alla batteria – provengono dalla scena garage-punk e lo-fi californiana, fortemente influenzata dal primo grunge e dall’alternative rock rumoroso degli anni ’90, un’epoca in cui l’impulso pionieristico superava la comfort zone del revival.

Con Eat Myself, il trio statunitense si affranca dal garage-surf grezzo dei primi lavori per esplorare composizioni più strutturate ed eterogenee. I dodici brani di questo nuovo step discografico scorrono fra rimandi grunge e aperture melodiche che guardano all’indie-rock dei primi anni Duemila (Like Your Father, Halloween, Deep End), seguendo un orientamento radiofonico che Keegan definisce “bubble grunge”.

Le prime due tracce, la titletrack e Home, risultano volutamente ruvide e decisamente Nirvana-oriented. In particolare, Home rimanda immediatamente a Sliver: se Kurt Cobain, cantando allo sfinimento “Grandma take me home”, dava voce al bisogno di protezione del sé bambino e al desiderio di sottrarsi al mondo esterno, nel verso “Momma Left Me At Home” William Keegan descrive il senso di abbandono e solitudine di un figlio lasciato solo.

Altri richiami all’immaginario dei Nirvana emergono in Molly Said, che sembra fondere le atmosfere di Polly e Molly’s Lips. Non mancano echi di Smashing Pumpkins, Pixies (Sunkin, Shattered) e di quel punk melodico targato Offspring, così come suggestioni shoegaze e dream-pop in Burn The Hillsides.

Anche i testi mostrano maggiore consapevolezza, più riflessiva, che nasce dall’esperienza e dai cambiamenti della vita, fra l’accettazione dei momenti dolorosi e la presa di coscienza dei non ritorni. Così, il moniker Together Pangea, evocativo di coesione e del supercontinente, diventa altresì simbolo di un percorso creativo condiviso.

Sul piano lirico, Eat Myself affronta temi delicati come identità, isolamento, dipendenza, autodistruzione (Eat Myself), conflitti interiori e questioni irrisolte (“ho cercato di fregarmene, qualcuno mi salvi da questa droga, non posso farne a meno”.

C’è un continuo oscillare fra lotta contro i propri demoni e desiderio di lasciarsi alle spalle gli errori del passato (“ho fatto addormentare questo mostro nel mio letto, vorrei che questa tristezza fosse rabbia”), fra disagio esistenziale individuale e precarietà del mondo contemporaneo (“volevo sapere prima che si rompessero le acque e mi costringessero allo spettacolo).

Nel video di Like Your Father, un uomo anziano scambiato per Robert De Niro passa dai provini per spot a un’improvvisazione sul palco che richiama Re per una notte, trasformando una gag apparentemente leggera in riflessione sulla paura di invecchiare, sulla ricerca di sé (“mi sono nascosto da me stesso per tutta la vita”) e sul modo in cui proviamo a raccontarci.

Guardando dunque al passato come in uno specchietto retrovisore, i Together Pangea attraversano il presente come un momento di transizione, rifugiandosi nel potere lenitivo e connettivo della musica, dove intensa nostalgia e spirito underground si fondono in un’unica corrente emotiva.

Tracklist:

1. Eat Myself 2. Home 3. Like Your Father 4. Halloween 5. Deep End 6. Hollywood Trash 7. Purple 8. Sunkin 9. Empty Church 10. Shattered 11. Molly Said 12. Burn The Hillsides

Membri della band:

William Keegan alla chitarra e voce, Danny Bengston al basso ed Erik Jimenez alla batteria

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