Megadeth: recensione di Megadeth

Megadeth

Megadeth

(BLKIIBLK Records)

23 gennaio 2026

genere: thrash metal, hardcore punk, heavy metal

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Recensione a cura di Marco Calvarese

Questa non è una recensione, ma una lettera d’amore: me la concederete.
Magari vi aspettereste (e alla fine troverete) la solita analisi, l’enfasi riposta sul titolo omonimo, la produzione, i rimandi agli album precedenti, la descrizione del sound, i riff, gli assoli, la sessione ritmica.

Fanculo tutto: quando mi ricapita di dare il commiato a chi ha creato il mio genere preferito, un sound che è un marchio di fabbrica, uno stile, un modo di essere e, last but not least, gran parte della colonna sonora della mia vita?

Non capivo, Dave. Non sapevo, io, ragazzino solitario, gracile e bullizzato, perché te ne fossi andato dai Metallica, perché tanta rabbia in Killing Is My Business, quel suono che usciva così osceno dal mio walkman, quasi un brusio indistinguibile.

Ho stentato a riconoscerti quando ho infilato nella mia vecchia radio nera Rust In Peace: eri tu, ma semplicemente… su un altro livello, e nell’universo parallelo e confuso dei miei ricordi è come se l’estate del ’90 io l’avessi passata in veranda, con quell’odore di transistor surriscaldati e quella pioggia di assoli e cambi di tempo incastrati in modo esemplare, al punto da comporre il puzzle della leggenda.

E poi le feste “alcoliche” e il groove di Countdown, il servizio militare e le melodie di Youthanasia, la laurea e la demenzialità di Risk, il matrimonio e, opportunamente, The World Needs A Hero, la crisi e poi la speranza di Thirteen, le bestemmie con Super Collider nel lettore, mentre andavo in tribunale per separarmi… La tua storia, la mia storia.

Non sempre ti ho capito, mi hai fatto tanto incazzare, ma quando ho scoperto che stavi male ho pianto come fossi mio padre. Poi la rinascita mia e tua con Dystopia. Oggi ti guardo sul grande schermo e vedo un uomo anziano, entusiasta di ciò che ha fatto e ormai in pace con sé stesso e con il suo passato, il volto segnato da una vita vissuta e da tanta crudele sofferenza, e io non ti lascerei mai andare.

Ti guardo gesticolare, con le mani deformate dall’artrosi inesorabile, ed è come se ti sentissi toccare corde immaginarie, generare riff eterei, scandire assoli immaginari. La tua Gibson suona sempre come nessun altro strumento al mondo, però la tua voce era il graffio di una pantera e ora lo è su una lavagna, lo vedi da te nella cover di Ride The Lightning (cover di te stesso, visto che è opera tua): impeccabile nell’esecuzione e nel valore simbolico, molto meno nelle corde vocali.

E allora è tempo, Dave: lo hai capito prima di me, come sempre. È tempo di lasciarsi invecchiare senza rimpianti, è tempo di salutare sulle proprie gambe e con lo sguardo fiero, quando si è ancora abbastanza eroi da non sembrare patetici.

Quando si conserva ancora un po’ di quella rabbia che ci ardeva dentro 40 anni fa, che ci avrebbe distrutti entrambi se non si fosse incanalata in musica, ma addolcita da una cascata di ricordi che la addobbano e ancora non la appesantiscono. È tempo di commiati: di saluti gioiosi per ciò che è stato, orgogliosi, divertiti, sarcastici, un po’ nostalgici ma ispirati e gravidi di buoni sentimenti.

Ecco, è così che suona Megadeth, quello che qualcuno ha ribattezzato il White Album: bello come un piccolo piacere che ormai si conosce a menadito, come può esserlo un bicchiere di whisky dopo una dura giornata, in una fresca notte d’aprile. Come quando hai il bicchiere in una mano, un buon sigaro nell’altra, provato ma soddisfatto di quanto vissuto, ignaro ma ancora indifferente al domani.

È così che vi invito a godervi l’ultimo atto di questa straordinaria avventura: senza cavillare, senza impietosi confronti, assaporando il dolce crepuscolo e le sue tinte iridescenti. Scartate il compact disc con sollecitudine ma godendovi anche il crepitio della plastica sotto le dita, lo scintillio della cover color luce con Vic in primo piano, vestito di tutto punto, che si sistema la cravatta mentre prende fuoco. Rabbia matura e classe: è quello che troverete anche nella trama sonora del disco.

Troverete melodie che portano il sigillo della band e armonie deluxe, a tratti abbacinanti, una produzione nitida fino al parossismo e un sound particolarmente compresso. Potrete così apprezzare, se di vostro gusto, il gran lavoro di LoMenzo al basso e persino i piatti di Dirk ben in evidenza, per una resa insieme tridimensionale e asciutta che non snatura, anzi esalta il sound inconfondibile della band.

Troverete brani votati persino alle radici punk del genere (I Don’t Care, la traccia più divertente dell’opera), frame strumentali da leccarsi i baffi (come in Obey The Call), arrangiamenti di chiara estrazione nineties (la opener Tipping Point, oppure Let There Be Shred, se vogliamo persino più anni Ottanta). Non mancheranno i soliti riff taglienti e scapoccianti, né i diluvi di assoli che ci hanno fatto innamorare dei Megadeth: Dave e Teemu non vi faranno rimpiangere i fraseggi a sei corde dei tempi migliori.

Abbonderà soprattutto quel gusto melodico, misurato e malinconico di Youthanasia, come nella sentita Hey God?!, nella breve e narrativa (e “mestierante”) Another Bad Day, e soprattutto nella ambiziosa Puppet Parade, che considero la vera, ultima perla dei Megadeth. A ruota, nelle mie preferenze, colloco Made To Kill, che si siede a metà strada tra i Megadeth dei tempi migliori e quelli della risurrezione: una perfetta sintesi “di squadra”, con il lavoro eccellente della sessione ritmica in primissimo piano.

Non so se le tracce mi abbiano conquistato per davvero o se mi sia arreso io senza opporre resistenza, ma a me questo disco suona maledettamente bene, profondamente sentito e di una classe sopraffina: non un canto del cigno, certo, non una chiusura col botto, ma piuttosto un lungo, coerente ed elegante addio. E vorrei che il lettore non smettesse mai di girare, ma la fine si avvicina a grandi falcate.

La radio-friendly I Am War allenta la carica emotiva e sposta i riflettori sull’ultima canzone inedita dei Megadeth, The Last Note, una closer che sa di testamento, interamente improntata alla nostalgia, sottolineata dal ricorso alla chitarra acustica e alle linee vocali narrate: I came, I ruled, now I disappear…

Grazie, Dave, per aver suonato per me, per avermi insegnato come la ribellione possa generare raffinatezza, per aver saputo ancora una volta cogliere l’attimo.
Per le lacrime, ripassate dopo il concerto a Ferrara; per ascoltare i Megadeth, c’è sempre tutta la vita.

Tracklist:

1. Tipping Point 2. I Don’t Care 3. Hey, God?! 4. Let There Be Shred 5. Puppet Parade 6. Another Bad Day 7. Made to Kill 8. Obey the Call 9. I Am War 10. The Last Note 11. Ride the Lightning (Bonus Track)

Line-up:

Dave Mustaine – voce, chitarra; Teemu Mäntysaari – chitarra; James LoMenzo – basso; Dirk Verbeuren – batteria

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