Anni ’90: Stone Temple Pilots e l’indimenticabile frontman e cantante Scott Weiland

Come si fa a parlare degli anni ’90 senza citare i californiani Stone Temple Pilots e soprattutto il loro indimenticabile frontman e cantante Scott Weiland?

Mi è capitato, tempo fa, di sfogliare un numero della rivista Classic Rock, con la copertina di Nevermind dei Nirvana in prima pagina.

Ho pensato, quale miglior modo per attirare l’attenzione dei consumatori se non sbattere in frontline un classico della musica pop rock degli anni ’90? Del resto, non c’è nulla di male a rivivere la nostalgia di quegli anni e ognuno è libero di scegliere la propria linea editoriale, mentre l’utente è il beneficiario ultimo, l’unico in grado di spostare gli equilibri in termini di seguito e feedback. Un po’ come accade oggigiorno per pagine e blog su internet.

L’operazione nostalgia funziona quasi sempre, purché l’oggetto del tema sia abbastanza popolare da poter coinvolgere un vasto bacino di utenti. Un po’ come fecero i Metallica con il Black Album.

All’interno della rivista (nessun tentativo di pubblicizzare la rivista, non ne hanno di certo bisogno) ho trovato una sezione dedicata ai “50 dischi che hanno segnato il decennio del grunge”. Probabilmente, il titolo era fuorviante, visto che la maggior parte di quei dischi non c’entrava nulla con il grunge, oppure devo aver frainteso.

Sicché, ho preferito interpretarlo come “I 50 dischi che (in generale) hanno contribuito al successo di un decennio formidabile e creativo come quello dei Novanta, a prescindere dal ogni tipo di etichettatura musicale.

Sette pagine raffiguranti i “50 migliori album di quel periodo storico”. Però, l’aspetto che mi ha lasciato interdetto è stato quello di non vedere alcun riferimento a dischi importanti degli anni ’90 come Roots dei Sepultura, Vulgar Display of Power dei Pantera, Welcome to the Sky Valley dei Kyuss, Burn my Eyes dei Machine Head, l’omonimo album dei Blind Melon e soprattutto Core o Purple degli Stone Temple Pilots.

Ora mi chiedo, al di là del gusto personale, come si fa a parlare degli anni ’90 senza citare gli Stone Temple Pilots e Scott Weiland? Nemmeno stessimo parlando di Mauro Repetto degli 883.

All’inizio degli anni ’90, il suono di Seattle cominciò ad attirare l’attenzione dei giornalisti e degli amanti della musica alternativa, e prese piede l’uso del termine “grunge”, tanto caro a Mark Arm, per definire quel sound sporco, ruvido, abrasivo, essenziale e diretto, proveniente da una quella specifica area geografica. Niente bella vita, alcool, donne o amore patinato, ma solo la depressione, la rabbia e il nichilismo di una generazione che sembrava perduta. Kurt Cobain nel video di Smell Like Teen Spirit vestiva una maglia a righe verde, sopra una maglia a maniche lunghe e un paio di converse distrutte. Ci stava dicendo che uno di noi, che era come tutti noi.

Quel suono rivoluzionò tutto: le band metal all’improvviso apparirono datate e i loro frontman ridicoli. Le case discografiche li abbandonarono. Tutti bramavano una nuova band grunge su cui investire. L’equivoco del business discografico di quel periodo fu che tutte le band alternative rock vennero etichettate come grunge, persino gruppi come i Blind Melon (band folk blues di ragazzi con abbigliamento anacronistico da figli dei fiori) e i Jane’s Addiction di Farrell e Navarro, antesignani dello sdoganamento del genere alternative rock già alla fine degli anni ’80.

Ero adolescente quando gli Stone Temple Pilots uscirono per la prima volta in radio con Plush. Ricordo commenti del tipo: “Ma cos’è? È il nuovo singolo dei Pearl Jam?”, “Ma chi sono? Un gruppo clone dei Pearl Jam?”.

Personalmente non sono mai riuscito ad accostare la musicalità e l’immagine degli Stone Temple Pilots e di Weiland a ciò che rappresentò l’affare commerciale grunge di inizio anni ’90, men che meno ai Pearl Jam. Gli Stone Temple Pilots erano quasi anacronistici, ai margini del fenomeno grunge, sembravano una band hard rock degli anni ’80.

Scott Weiland è stato un frontman carismatico, camaleontico, un poeta triste e malinconico, oltre che un tossico irrecuperabile. Ma in fondo, gli artisti come Weiland sono così: una volta che ti entrano dentro non escono più ed è per questo che rimangono immortali.

Smells Like Teen Spirit è stata, senza dubbio, la canzone più importante degli anni ’90, se consideriamo il contesto culturale dell’epoca. Però, per quanto mi riguarda, Interstate Love Song è stata la canzone più bella degli anni ’90, e il compianto Scott Weiland, a mio avviso, una delle voci più espressive ed emozionanti nel panorama rock, non solo degli anni ’90.

Interstate Love Song è una di quelle canzoni il cui titolo non viene mai citato nel testo, quest’ultimo scritto proprio da Scott Weiland adottando il punto di vista della sua fidanzata, stanca delle bugie che lui le raccontava e delle promesse disattese. Scott le aveva giurato che si sarebbe liberato dalla dipendenza dall’eroina e che ad Atlanta avrebbe smesso di drogarsi per dedicarsi alla realizzazione di Purple, il disco del 1994 che contiene, giustappunto, Interstate Love Song.

Interstate Love Song si intitola così perché la musica fu composta da Robert De Leo sul tour bus degli Stone Temple Pilots, mentre viaggiavano su una strada interstatale, e, al contempo, perché Weiland si trovava al confine tra due territori: verità e menzogna, eroina o disintossicazione, metaforicamente anche vita o morte.

Weiland dichiarò in un’intervista: “Una volta avevamo budget per il marketing di un paio di milioni di dollari, ora abbiamo 75.000 dollari. Devi passare un sacco di tempo in tour per compensare la perdita di guadagno dalla mancata vendita dei dischi. A me non piace più come quando avevo venti anni. Sono felicemente sposato e mi pesa non vedere i miei figli. Mia moglie mi viene a trovare in tour per una settimana o due alla volta. Questo è un lungo tour di nove settimane, mi manca molto”.

Tre settimane dopo quest’intervista, Scott Weiland venne trovato morto: il 3 dicembre del 2015 sul tour bus della sua band Scott Weiland & The Wildabouts, all’età 48 anni.

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