AC/DC: la recensione di Highway To Hell

Recensione a cura di Chiara Profili

27 Luglio 1979.
Gli AC/DC pubblicano il loro sesto album in studio, ‘Highway to Hell’, l’ultimo con Bon Scott alla voce.

Sicuramente uno dei dischi di maggior successo della band australiana, con circa 15 milioni di copie vendute.
Era il 1979, l’anno di London Calling, e mentre i Clash si imponevano anche negli States con il loro punk, i Pink Floyd uscivano con The Wall e i Joy Division anticipavano quella che sarebbe stata l’ondata new wave degli anni ‘80 con il loro album di debutto Unknown Pleasures, gli AC/DC avevano già cinque dischi alle spalle e una discreta fama in terra natia ed in Europa, ma erano ancora pressoché sconosciuti negli Stati Uniti.

Con Highway to Hell otterranno finalmente la consacrazione nell’Olimpo del rock ‘n’ roll anche negli States.

Il disco è più ricercato nelle melodie e meno ruvido rispetto ai precedenti, la qualità dei brani risiede nella perfetta alchimia fra le chitarre dei fratelli Young e la voce graffiante di Bon Scott.
A partire dalla traccia che da il nome all’album, il cui giro iniziale di chitarra è tra i più famosi e riconoscibili della storia del rock, il disco si sviluppa in maniera fluida senza mai calare d’intensità; Touch Too Much è uno dei brani più belli di tutta la discografia degli AC/DC.

La copertina del disco è a dir poco emblematica, le corna che spuntano dal cappello di Angus Young diventeranno un simbolo della band al punto da vederle ovunque tra la folla ai loro concerti.

Singolare anche il fatto che sia proprio Angus il protagonista di molte delle copertine degli album degli AC/DC, il chitarrista e non il cantante come invece avviene di consueto, a riprova del fatto che sia sempre stato lui la colonna portante della band.

Una menzione agli spiacevoli fatti di cronaca collegati al brano Night Prowler è doverosa.

Nel giugno del 1985, il serial killer Richard Ramirez, responsabile di oltre 15 omicidi nell’area di Los Angeles, riversò cattiva pubblicità sulla band in quanto era un grande fan degli AC/DC (la polizia disse che lasciò un cappellino della band sulla scena di uno dei suoi crimini).

In particolare egli veniva definito “Night Stalker” e anche per questo motivo fu associato alla canzone suddetta, sebbene, come disse lo stesso Young, il testo del brano si riferisse ad un ragazzo che entra di notte nella camera della sua fidanzata. Un archetipo dello stalker moderno.

D’altronde, non siamo davanti al primo caso di mal interpretazione di un brano: i Beatles e Charles Manson ne sanno qualcosa.

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