Queens Of The Stone Age: recensione di Perfecth

Queens Of The Stone Age

Perfecth

(Matador Records)

30 ottobre 2026

genere: soul rock, funk, disco rock, alternative rock, goth glam

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Recensione a cura di Andrea Musumeci

A distanza di tre anni da In Times New Roman…, i Queens Of The Stone Age tornano in scena con Perfecth, il nuovo e atteso album. La band statunitense, nella stessa formazione a cinque che la accompagna ormai dal 2013, presenta un lavoro composto da nove brani che sembra aver messo d’accordo molti nel definirlo maturo e coraggioso.

Passi il termine “maturo”, vista l’età della band e del suo leader Josh Homme, ci mancherebbe altro, ma coraggioso, esattamente, per quale motivo? Forse perché in questo disco Josh Homme si espone molto di più sul piano personale nella stesura dei testi? Oppure perché il sound si fa più introspettivo rispetto a quello a cui ci aveva abituati fino al recente passato? O, ancora, perché le vicissitudini familiari, la lotta contro il cancro, la morte di alcuni amici e collaboratori, le difficoltà legate all’interruzione del tour del 2024 e all’impegnativa realizzazione del progetto Alive in the Catacombs a Parigi hanno profondamente modificato il suo rapporto con la musica e con la vita?

Siccome, verosimilmente, la risposta risiede nell’insieme di queste circostanze, Josh Homme e gli altri componenti del gruppo sembrano aver scelto di affrontare questa nuova fase con una maggiore consapevolezza, aprendosi in maniera più libera e riflessiva al cambiamento in quanto step di crescita, tanto collettivo quanto individuale, senza il peso di dover rimanere circoscritti a una scena musicale riconoscibile o ancoràti a un’identità consolidata.

Ne deriva, pertanto, una scrittura più intima, attraverso la quale Homme racconta se stesso senza filtri, mettendo a nudo i sentimenti, condividendo le proprie fragilità, le proprie mancanze, esplorando diverse sfumature dell’amore, sospese tra perdita e ricostruzione. Emergono così quei punti di rottura che mostrano l’essere umano nella sua condizione di caducità e fallibilità.

In una società come quella attuale, che rincorre morbosamente il concetto di perfezione, illudendosi di poter esercitare un controllo totale su se stessi e su tutto ciò che ci circonda, i Queens Of The Stone Age scelgono di concentrarsi sulla natura umana delle imperfezioni. Già dal titolo, con quell’acca finale volutamente fuori posto, si intuisce la direzione del disco: accettare i propri limiti significa dare un senso alla realtà delle cose, comprendere meglio se stessi e gli altri e, soprattutto, imparare ad andare avanti. La strada non è quella di tornare indietro, ma di cercare un proprio equilibrio, consapevoli che questo non può prescindere dal modo in cui accettiamo e assecondiamo le nostre imperfezioni.

“Nulla in questo mondo è perfetto, ma tutto sembra essere perfecth. Questo titolo fa ridere quando si è in gruppo, ma non è così divertente quando si è soli”, come ha spiegato lo stesso Josh Homme.

Tra le ispirazioni dichiarate figura il kintsugi, l’antica arte giapponese di riparare le ceramiche utilizzando l’oro. Il nucleo tematico di Perfecth ruota proprio intorno alla bellezza delle cose rotte, attraverso un parallelismo tra il restauro della ceramica secondo la tradizione artigianale nipponica e la possibilità di ricomporre le ferite dell’anima, restituendo qualcosa di risanato e, in qualche modo, di maggior pregio.

Si crea così una sorta di crossover tra musica e immagini, una connessione tra sfera emotiva e dimensione corporea, dove il tempo assume il ruolo di elemento riparatore delle cicatrici e la musica diventa sollievo e rifugio per chi cova un malessere interiore.

Coerentemente con questa visione, per valorizzare l’estetica intimista dei contenuti testuali, i QOTSA mettono da parte le classiche sfuriate heavy desert, oscure, complesse e brutali, allontanandosi da quella comfort zone fatta di muscolarità sonica per far posto a un’idea di ricomposizione emotiva, quasi spirituale, nella quale gli strumenti si mettono al servizio di una scrittura più accessibile e atmosferica.

Per l’impagabile gioia di gran parte della loro fanbase, trovano spazio ballad oniriche e chiaroscurali, con un tocco arpeggiato che richiama le atmosfere di Paranoid Android dei Radiohead, come accade in It’s Only Love e From The Cliff, insieme a influenze vibing, chilling e soul. In alcuni passaggi, inoltre, sembra quasi di ascoltare i Kings Of Leon.

L’iniziale It’s Only Love si apre con un riff acustico, il rumore di un treno in partenza e una litania ritmica che si ripete in un loop ipnotico. Easy Street, cantata in duetto con la cantante country Nikki Lane, si muove invece su coordinate folk-acustiche, con una delicatezza che ricorda in parte l’orientamento stilistico dell’ultimo Alan Sparhawk.

La strada evocata dal titolo potrebbe essere interpretata come un percorso di riconciliazione con se stessi: imparare a lasciar andare, accettare maggiormente le cose e smettere di voler controllare tutto. Non esiste una soluzione che debba necessariamente arrivare dall’esterno, perché ciò che cerchiamo potrebbe essere già dentro di noi, senza che siamo ancora riusciti a riconoscerlo.

Where The Goth Girls At? mescola influenze glam rock e nostalgia adolescenziale, alternando accordi marziali a un refrain noisy, accompagnato dal falsetto di Homme. Di tutt’altra pasta è la solarità di Sunday, sostenuta da un groove disco-rock a metà strada tra Bowie e The Strokes, brano apparso già dieci anni fa nell’album Post Pop Depression di Iggy Pop.

Mono sprigiona un’epicità evocativa e teatrale, impreziosita da un impianto orchestrale dal tratto scottwalkeriano, mentre in Insignificant Other la sensazione è quella di ascoltare una versione stonesiana dei Queens: una soul ballad flemmatica e flessuosa, dalla quale affiorano vocalismi struggenti che richiamano Chris Cornell e Bowie, accompagnati da sonorità notturne che rimandano a un arrangiamento più dinamico di Pendulum dei Pearl Jam.

Phantom Limb e Run Away From The Mob chiudono la tracklist mantenendo viva quella tensione tra luce e oscurità che attraversa l’intero lavoro. Due brani che portano a compimento un itinerario di condivisione e sommessa redenzione, restituendo un’esperienza musicale intensa e toccante.

Con Perfecth, i Queens Of The Stone Age dimostrano che cambiare non significa rinnegare il proprio trascorso, ma trovare nuove modalità per raccontarsi, facendo della fragilità non un limite, bensì una risorsa espressiva.

Tracklist:

1 It’s Only Love 2 Insignificant Other 3 Where The Goth Girls At? 4 Mono 5 From The Cliff 6 Sunday 7 Easy Street 8 Phantom Limb 9 Run Away From The Mob

Membri della band:

Josh Homme alla voce e chitarra, Troy Van Leeuwen alla chitarra e cori, Michael Shuman (Mikey Shoes) al basso e cori, Dean Fertita alle tastiere, chitarra e cori, Jon Theodore alla batteria

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