Carnation: recensione di Symphony in Flesh

Carnation

Symphony in Flesh

(Autoprodotto)

16 ottobre 2026

genere: death metal, old school death, blackened death

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Recensione a cura di Marco Calvarese

Quanto è bello innamorarsi di una band sotto il palco, iniziare a seguirla, scoprirne le radici e poi non restare delusi da un nuovo album? Non mi capita di frequente ma, quando succede, la goduria è doppia.

Ho scoperto i Carnation in un festival, ne sono stato trascinato sotto il palco, l’ho pagato lasciandoci una costola incrinata e ne ho fatto una medaglia.
Ecco perché li attendevo alla prova del nove con Symphony in Flesh, il loro quarto LP, ed è andato oltre le mie più rosee aspettative: violenza pura, tecnica sopraffina, sound marcio, brani mai banali e una gran voglia di rivederli.

A tre anni dal precedente Cursed Mortality, Simon Duson e soci hanno fatto scelte nuove: nessuna rivoluzione, sia chiaro, ma evoluzione sì, compositiva in primis. Chi mi legge sa che il 2026 mi ha regalato, con Immolation, Vomitory e Azatoth, alcune tra le migliori emozioni dell’anno. Beh, i Carnation sono stati capaci di unirle in un’unica proposta sonora, contribuendo alla mia felicità: scritture dissonanti e di squisita fattura, spirito e struttura vecchia scuola e sound lasciato a macerare sotto un buon metro di tundra finnica.

I Carnation hanno saputo cogliere i migliori frutti del loro repertorio senza modificare la filosofia della propria musica, ma estremizzandone ogni aspetto e ottenendo un risultato lodevole. Certo, bisogna abituare l’orecchio a una produzione sporca e cattiva: quando ci si riesce, si capisce che saturare e distorcere la base ritmica, fin quasi all’estremo sacrificio di basso e cassa, non è solo una conseguenza di una produzione fatta in casa (è il primo album dopo l’uscita da Season Of Mist), ma anche una correzione stilistica.

Significa edificare un muro sonoro talmente pesante da sembrare che voglia crollarti addosso da un momento all’altro. Invece, non solo regge, ma il mastro d’ascia Jonathan Verstrepen ci dipinge sopra un favoloso affresco a sei corde, gelido, cangiante, imprevedibile, talora ricamando contrappunti, talora stupendo con assoli da protagonista.
Ecco che quell’edificio pericolante fa proprio del suo essere sbilenco e sorprendente la sua peculiarità artistica: la torre di Pisa del death metal.

Colpisce come, sin dall’inizio, con Blackmouth, e poi in tutti i brani a seguire, si condensino perfettamente tutte le caratteristiche fin qui descritte e, nel contempo, ogni episodio abbia la propria personalità, evocando sensazioni differenti. Tutto questo grazie al songwriting e alla scelta di portare la lead guitar in grande evidenza: paradossalmente, la melodia è la chiave.

Così i Carnation possono tenere insieme i loro classici canoni “stoccolmiani”, accelerando e macinando groove come in Flesh-Eating Frenzy, oppure attraverso pattern eccentrici e quasi progressivi (Kingdom Of Dreams), così come proporre fredde contaminazioni black metal e ritmiche epiche su solide fondamenta old school death, come nella title track.

C’è un continuo chiaroscuro nella musicalità di Symphony in Flesh, un gioco di luci e ombre, accelerazioni parossistiche e rallentamenti riflessivi, che mette i brividi, ha un che di crudele e disarmante e trova nella stupenda copertina del disco la sua rappresentazione grafica.

Il contrasto fra il calore lavico della base ritmica e il ghiaccio siderale della chitarra solista è tutto racchiuso tra l’intro e l’outro arpeggiati di Labyrinth Of Silence, un episodio dalla bellezza ipnotica nei suoi cambi di tempo, che regnano sovrani anche nella pagina più oscura del disco, Towards Death. Qui la sezione ritmica si prende la scena e finalmente Verstrepen tira il fiato, dissonando solo nel refrain e lasciando esplodere il putrido fermento compositivo dei suoi commilitoni.

Tuttavia, è solo il preludio di un ritorno verso le atmosfere della title track, perché in Twisted Visions il tremolo riffing e le note più alte tornano a spingere i confini dei Carnation ai margini di territori black: una scelta appagante e coerente con la tecnica glaciale della chitarra solista, che toccherà il suo apice negli assoli da brivido di Boundless Pathways.

L’inferno dei Carnation è questo: non sono semplici brani, ma gironi danteschi in cui talora dominano le caldaie demoniache, talora distese di ghiaccio senza vita e, in fondo all’abisso, la suite che non ti aspetti. Quando pensi di aver sentito tutto ciò che dovevi, Legacy Of The Forefathers prima scivola in territori epici, poi mi omaggia della parte più emotiva e gloriosa dell’ascia di Verstrepen, che chiude in tapping un disco quasi perfetto.

Non so cosa ne pensiate voi, ma io non avrei potuto desiderare di più e di meglio da un album della sana e immortale vecchia scuola: per i suoi più fedeli adepti, Symphony in Flesh è un must del 2026. La buona musica val bene una costola.

Tracklist:

1 Blackmouth 2 Flesh-Eating Frenzy 3 Symphony in Flesh 4 Kingdom Of Dreams 5 Labyrinth Of Silence 6 Towards Death 7 Twisted Visions 8 Boundless Pathways 9 Legacy Of The Forefathers

Line-up:

Simon Duson – voce
Jonathan Verstrepen – chitarra solista
Bert Vervoort – chitarra ritmica
Yarne Heylen – basso
Vincent Verstrepen – batteria

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