Amon Amarth: recensione di The Allfathers Awakens

Amon Amarth

The Allfather Awakens

(Metal Blade Records)

2 ottobre 2026

genere: melodic death metal, dark metal, NWOBHM

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Recensione a cura di Marco Calvarese

Dai, ancora gli Amon Amarth? Non ne abbiamo avuto abbastanza di cori anthemici, crisi ispirative e tamarraggine scenografica? Questa è la sintesi “letteraria” dei commenti che ho ricevuto quando ho annunciato in giro che The Allfather Awakens, tredicesimo LP dei vichinghi svedesi, era in rampa di lancio.

Eppure avevo la sensazione che qualcosa di grosso stesse bollendo nel pentolone, non la solita minestra riscaldata, e ho voluto dare una chance al disco: dovreste farlo anche voi. Fin dal primo ascolto sono emerse novità interessanti: il sound è tornato caldo e corposo, Jacob Hansen ha fatto un gran lavoro alla produzione e la scelta di registrare piece by piece ha pagato. C’è un filo logico e ogni singolo tassello ha un senso: narrativa e scelte sonore si sposano a dovere, Johan finalmente aggiunge profondità alle indubbie doti tecniche ed espressive e l’ispirazione di tutti gli artisti, a confronto con i precedenti poco felici, risulta a tratti sorprendente.

Insomma, gli Amon Amarth sembrano aver ritrovato la bussola, dopo anni di apparente smarrimento. Un gioiello o un disco rivoluzionario? Neppure da lontano, meglio chiarirlo subito. Ma sicuramente un disco di cui ci si stancherà difficilmente. Eppure l’apertura lasciava presagire la solita solfa e, invece, era il primo capitolo di un libro mitologico che va letto senza skippare mai.

Metti che gli Iron Maiden nascano in Svezia un paio di decadi più tardi, sostituisci la passione del vocalist per la letteratura inglese con quella per la mitologia norrena, aggiungi un po’ di velocità e di tremolo e hai Gjallarhorn. Subito dopo, Eight Legs Of Thunder estremizza il concetto: la galoppata maideniana è un filo conduttore su cui si innestano l’accordatura delle chitarre e una voce su toni ancora più bassi. Il risultato è epico-narrativo, ma pur sempre in diretta continuità con la opening track e con gli ultimi album degli Amon Amarth.

E, tuttavia, c’è una progressione positiva tra un brano e l’altro. La si sente soprattutto nel graduale incupirsi dell’anima e del sound in Kvasir’s Blood, al punto da sfociare in un paludoso e ruffiano beat dark wave nell’intro, cui fa degno seguito un riff che richiama i Moonspell. Una bella sorpresa che sposta di molto la tavolozza della band fuori dal canovaccio, tenendo desta l’attenzione.

Il primo atto del disco si chiude con la catchy We Rule The Waves, tenendo insieme tutto: esperienza, suoni saturi, riff e refrain super anthemici. La trovata che rende l’episodio interessante, e non solo godibile, è il primato del basso, che poi detta legge sulla strofa. Nel ritornello, un Johan Hegg sontuoso si sdraia sulle note della chitarra ed è impossibile non lasciarsi trascinare nel coro “we are vikings”. Immaginatela live: è un invito a cantare sotto il palco con le birre in alto, praticamente l’intro perfetto prima di farci mettere il culo per terra a remare.

Tutto qua? I soliti Amon Amarth, magari un po’ più in forma e ispirati? Manco per cazzo: ora inizia il disco vero. Perché il cerchio lo spezza Upphaf, ovvero il mito norreno del vuoto primordiale e la chiamata alla (ri)nascita. Il primo pezzo acustico della lunga storia della band è marziale, cantato in semi-growl e accompagnato da una melodia a metà tra i Bathory di Blood On Ice e una pomposa colonna sonora: la band che non ti aspetti.

Viene da domandarsi dove approderà la nave vichinga dopo un pezzo così profondo e non convenzionale… approda a Stoccolma: Die With A War Cry mi fa affondare i piedi nel fango di bassi e distorsioni, con una cadenza gravida di rabbia. È tornato il death metal, signori, e l’odore di marciume esce dalle casse insieme alle note.

L’epicità, spinta ai massimi livelli in Raven God, non spezza questa svolta death; anzi, la valorizza, avvolgendo il percorso in un manto pesante, gravido di suoni bollenti e neri. The Allfather Awakens è un distillato di mitologia, oscurità e ritmo, ottenuto frullando insieme un sound voluminoso e oscuro con melodie vocali e chitarristiche finalmente ispirate. Il tutto si riversa in modo originale nella dirompente title track, in cui gli stilemi del melodeath si fondono sagacemente con una ritmica ancora dark wave. Il mid-tempo della batteria e un giro di basso profondo disegnano una trama dark che rappresenta la vena di novità del disco. Il brano risulta, insieme, divertente e tetro, degno vessillifero dell’opera.

Dopo il risveglio divino, c’è la caccia: Oden’s Hunt è un olio su tela dipinto dal galoppo della batteria, da un tremolo riffing di chiara derivazione NWOBHM e dal refrain dalla melodia più nordica che si possa immaginare, tanto da ricordarmi quasi i primi Amorphis. Quando rallenta, lo fa per mostrare il ruggito, il volto più feroce del dio padre, in quello che, a mio avviso, è l’episodio che chiude il cerchio aperto da Gjallarhorn.

Ascending Like An Eagle è un sigillo, una splendida postilla, in cui davvero il main riff si apre quasi a librarsi in volo, riuscendo a evocare scenari epici come una marcia vichinga e drammatici come la soundtrack de L’ultimo dei Mohicani. Io non so se gli Amon Amarth torneranno mai a stupirmi ed emozionarmi come vent’anni fa, ma so per certo che The Allfather Awakens è stata una splendida sorpresa e mi ha rimesso l’elmo in testa e il remo in mano. Pronti a tornare a solcare i mari?

Tracklist:

Gjallarhorn 2. Eight Legs Of Thunder 3. Kvasir’s Blood 4. We Rule The Waves 5. Upphaf 6. Die With A War Cry 7. Raven God 8. The Allfather Awakens 9. Oden’s Hunt 10. Ascending Like An Eagle

Line-up:

Johan Hegg – Voce
Olavi Mikkonen – Chitarra
Johan Söderberg – Chitarra
Ted Lundström – Basso
Jocke Wallgren – Batteria

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