Swappers Eleven: recensione di From A Distance

Swappers Eleven

From A Distance

Oskar Records

27 luglio 2020

genere: rock progressive, symphonic rock, psichedelia, neo-progressive

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Come intersecare, sul piano tridimensionale della nostalgia, l’immaginifica filosofia del prog rock psichedelico degli anni ’70, le strutture sceniche e virtuose del classic rock e le nuove derive sinfoniche del progressive rock, annullando ogni distanza in un colpo solo.

Ecco che in questa porzione onirica di tempo cairologico, a testimonianza della capacità di innovazione del movimento neoprogressive, convergono le linee guida eterogenee degli Swappers Eleven, supergruppo messo in piedi dai tre vincitori (Luiz Alvim, Alessandro Carmassi e Gary Foalle) del concorso Swap The Band di Marillion nel 2011.

Reclutando altri vincitori di Swap The Band per fare apparizioni come ospiti, è stata assemblata una formazione di 17 musicisti provenienti da 9 paesi (9 come i televisori raffigurati nell’artwork).

A dimostrazione del sodalizio creatosi durante la Marillion Experience, gli Swappers Eleven, capitanati da Luiz Alvim (tastiere), Alessandro Carmassi (voce) e Gary Foalle (basso), hanno pubblicato il loro album d’esordio intitolato From A Distance, edito il 27 luglio per l’etichetta underground polacca Oskar Records ed anticipato dall’uscita dei due singoli The Collector e Tomorrow.

Le otto tracce inedite di From A Distance spaziano tra progressività solenne, affreschi di psichedelia pura ed atmosfere struggenti cariche di pathos che oscillano tra intensità ascendenti e discendenti.

Le liriche del disco ci conducono in uno spettro caleidoscopico di colori cangianti, attraverso un perimetro introspettivo nel quale la multinazionale “Swappers” intreccia tematiche attuali e problematiche ancestrali dell’umanità: privazioni, frustrazioni, impossibilità di realizzare i propri desideri ed incapacità di esprimere in senso pieno la propria anima.

Continua, imperterrita, la ricerca di soluzioni alternative al fine di rompere le nostre catene mentali e ritrovare un equilibrio sociale nella dicotomia tra il bene ed il male, tra luce e oscurità, in una comunità mondiale sempre più dipendente e manipolata dalla tecnologia e dai social network, intrappolata nella sua dimensione edonista, meccanica, consumistica e capitalistica, mentre si dirige, nonostante lo sforzo di tenere acceso quel flebile lume di speranza, verso quella che sembra una inevitabile autodistruzione.

Dal punto di vista strumentale, gli Swappers Eleven ci regalano una prospettiva sonora moderna, tra suggestive tessiture armoniche, riff potenti ed efficaci (come il riff al minuto 1:19 del brano The Collector, che ricorda la spinta power dei Tool), tonalità cupe, melodie immediate, muri di chitarre distorte a metà tra heavy metal anni ’80 ed hard rock melodico (Hope Is A Stranger), tempi composti, acrobazie ritmiche, tappeti d’organo pinkfloydiani (Distance), giri di basso ipnotici, una tecnica notevole, anche se mai esasperata, ed una chitarra quasi alla David Gilmour.

L’opera discografica si arricchisce con l’ingresso del sax di Marcin Sosnowski, il quale intarsia il suo spazio eseguendo raffinati ricami, e con il raggiungimento di una teatralità sinfonica ed orchestrale di impatto cinematografico (First Light e New Year’s Resolution), mentre il timbro pulito, possente, ma al tempo stesso rilassante, ipnotico ed evocativo del carismatico vocalist Alessandro Carmassi esplode in tutta la sua estensione, lasciando la scena principale alla eterea voce di Michelle Argon nei due raffinati episodi “romantic prog” New Year’s Day Resolution e First Light.

Lo spartito creativo di questi “globetrotter prog” è ascrivibile alla corrente neo-progressive rock, dall’orientamento pop elettronico e new wave, che attinge alla sorgente del genere progressive, omaggiando e gratificando il trademark di mostri sacri della tradizione: dai primi Genesis ai King Crimson di Starless, dai Rush ai Marillion di Misplaced Childhood, dallo stile blueseggiante di Gary Moore a quello iper-cinetico di Satriani, dagli A Perfect Circle ai Porcupine Tree.

Realtà che hanno ridisegnato le coordinate stilistiche e l’enciclopedia oceanica del progressive classico e moderno, senza dimenticare congiunti meno noti, ma non meno importanti, come i britannici Pendragon ed i Twelfth Night (anche loro hanno pubblicato un brano dal titolo The Collector).

From A Distance, impreziosito da una da una spiccata sensibilità artistica ed una genuinità sonora, con alle spalle una cultura non indifferente ed un bagaglio di conoscenze enorme, dimostra che per segnare un’epoca, un genere, una storia, bastano ancora le idee, le intenzioni, l’orecchio e l’accuratezza.

Ed è proprio questa la naturalezza a cui la musica dovrebbe tornare a far riferimento.

Tracklist:

1. The Collector

2. Tomorrow

3. Distance

4. Spectrum

5. New Year’s Resolution

6. Open Your Eyes

7. First Light

8. Hope Is A Stranger

Line-up:

Luiz Alvim (Brasile) – tastiere, chitarra ritmica, cori

Alessandro Carmassi(Italia) – voce

Gary Foalle (UK) – basso, chitarra solista, ritmica e acustica, cori

Featuring:

Michelle Argon (USA) – voce

Will Addicts (Francia) – tastiere

Enrico Rossetti (Italia) – batteria

Arild Brøther (Norvegia) – batteria

Marcin Sosnowski (Polonia) – saxophone

Rik van Dommelem (Olanda) – basso

Daniel van der Weijde (Olanda) – chitarra

Darren Newitt (UK) – chitarra

Carl Wragg (UK) – chitarra

José Luis Ramos (Cile) – basso

Dave Wruck (USA) – tastiere

Special guest:

Ian Humphrey (UK) – voce

Neil Lough (UK) – basso fretless

Rafael Marcolino (Brasile) – batteria

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