The Darkness – Permission to Land

The Darkness

Permission to Land

7 Luglio 2003

Atlantic Records

genere: hard rock, glam rock, hair metal

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I primi anni 2000 sono stati, con tutta probabilità, gli anni più bui per il rock, da quando è stato forgiato questo nome. Più bui del decennio attuale? Forse, chissà. Che ci si trovi in un periodo di magra è comunque incontestabile, ma tutto sommato la presenza di gruppi di spessore come i Rival Sons o i Black Keys (che sono in attività da 18 anni, ma che hanno prodotto il loro album migliore nel 2011), solo per citarne un paio, può far ben sperare. Negli ultimi anni le band stanno sperimentando un ritorno a sonorità più vicine al classic rock degli anni ‘70, condite da sprazzi di modernità in qua e in là; ne sono un esempio lampante i Greta Van Fleet, che piacciano o no, o i The Struts.

Nei primi anni 2000, invece, il nu metal si era diffuso come la peste nera, infettando, forse per la prima volta in maniera così consistente, anche il pubblico femminile, che fra Linkin Park ed Evanescence, passava interi pomeriggi davanti ad MTV.

Qualche sprazzo di luce stellare arrivava dai Muse, dai Creed, oppure dalle vecchie glorie ancora in attività, come Foo Fighters o Red Hot Chili Peppers, sebbene anch’essi si fossero adattati ai canoni della cara vecchia Music Television.

Naturalmente sto semplificando, so bene che c’era anche altro nei ‘glorious 2000’, come qualche scampolo di punk annacquato e dell’apprezzabile rock melodico alla Kings of Leon, per esempio. Senza dimenticare il capolavoro omonimo degli Audioslave. Comunque il punto non è questo.

Siamo nel 2003. Sugli schermi dei primi televisioni al plasma, sintonizzati sul sopracitato canale, atterra uno strano soggetto. Indossa delle tutine aderenti e scollate fino all’ombelico e sembra provenire dallo spazio. Ha una voce acuta e potente, si fregia di uno spregiudicato falsetto e di movenze alla Freddie Mercury. Ma non è un imitatore del leader dei Queen, è qualcosa di nuovo.

Nella sua astronave Justin Hawkins, così si chiama il nostro uomo, mette in atto tutte le sue manovre di seduzione, con una strana coroncina dorata in testa e dei capelli fucsia: il risultato è goffamente sexy. Il video di I Believe in a Thing Called Love è un successo travolgente.

Il brano possiede tutto ciò che dovrebbe esserci in un gran pezzo rock: un riff pazzesco, un incendiario assolo di chitarra, appiccato dal fratello di Justin, il chitarrista Daniel Hawkins, e un ritornello che non può non rimanerti in testa.

Il tutto avrebbe potuto esaurirsi qui, in un singolo di successo. E invece no, i The Darkness hanno pubblicato un intero disco, Permission to Land, che è un vero gioiellino degli anni 2000. Un disco, oserei dire, imprescindibile.

Con Love is Only a Feeling, altra hit mondiale, i britannici Darkness hanno dimostrato di non essere solo dei simpatici ‘cazzoni’, ma di saper anche emozionare con quella che è una delle più belle ballate rock degli ultimi vent’anni.

Get Your Hands off My Woman è un caloroso invito a non toccare ciò che appartiene a Justin, poco importa se si tratti della sua donna o della sua chitarra.

Nei brani dei Darkness ci sono i Queen e i Led Zeppelin, l’hair metal e il glam rock, il tutto condito da una buona dose d’ironia che può reggere solo se supportata dalla qualità, che anche durante i live non manca, è garantito.

Friday Night fa il verso ai The Cure, diventando il nuovo inno del venerdì, mentre Christmas Time (Don’t Let the Bells End) è una delle migliori canzoni natalizie mai scritte, non me ne voglia Mariah Carey.

Una volta un bambino mi ha chiesto come mai si chiamassero ‘The Darkness’, nonostante la voce del cantante fosse tutto meno che dark. Non aveva tutti i torti. In effetti è curioso come la band che ha portato un accecante raggio di luce negli anni Duemila, porti il nome di quell’oscurità che, forse inconsapevolmente, ha contribuito a diradare.

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