Zahn: recensione di Zahn

Zahn

Zahn

Crazysane Records

20 agosto 2021

genere: post-punk, noise, avant-garde, sludge, krautrock, post-rock

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Recensione a cura di Andrea Musumeci

È uscito l’album d’esordio omonimo del progetto noise rock Zahn, edito per Crazysane Records e anticipato dalla pubblicazione dei singoli Pavian, Aykroyd e Tseudo.

Il supergruppo tedesco con base a Berlino, formato da Nic Stockmann (Heads), Chris Breuer (Heads, ex The Ocean) e Felix Gebhard (Einstürzende Neubauten), forte della collaborazione con ospiti eccellenti sparsi per le otto tracce della release, versa il suo sound sperimentale e spirituale direttamente da una piccola lattiera in ceramica a forma di mucca (come raffigurato nell’artwork), dalla quale fuoriescono una quantità instabile di distorsioni, feedback ed interferenze corrosive dello spettro dronico, dando vita ad una performance artigianale totalmente avulsa dalla contemporaneità commerciale.

Un “latte cosmico” che si distribuisce all’interno di un territorio eterogeneo, multiforme e rigorosamente strumentale, passando attraverso i crampi sonori del post-punk, le sferragliate lancinanti del post-rock, le infiammazioni caustiche e ruvide alla Melvins, l’acida imprevedibilità della no-wave e le abrasive dinamiche post-apocalittiche del noise-hardcore newyorkese dei primissimi Swans, per quello che si potrebbe definire come un impasto “post-noise-rock” dissonante e in costante tensione, in cui l’aggiunta del sax è senza dubbio un prezioso e quanto mai indispensabile complemento di arredo.

Gli Zahn erigono fondamenta soniche Bauhaus dalle strutture pachidermiche e lisergiche, spaziando in mezzo ad arpeggi enigmatici e ossessivi, scosse telluriche, serrate, metalliche, quadrate, desertiche e magmatiche, muri sludge di costruzione teutonica, elettronica avant-garde e rumorismo industriale, avvolgendo il tutto con atmosfere darkwave inquietanti e ansiogene, come quelle che accompagnano il rumore del trapano odontoiatrico prima che venga a contatto con il dente.

Abbracciando la fredda e ipnotica ripetitività del krautrock e facendo incursione in punti indefiniti dello spazio e del tempo, quello del collettivo Zahn è un tormentato viaggio joyceiano che, se da un lato rimarca incertezze e sofferenze dell’essere umano in questo presente distopico, dall’altro recupera un lume di speranza e catarsi nei titoli di coda di Staub, rifugiandosi in atmosfere sinistre, liqueformi, melliflue e psichedeliche, dilatando ogni forma di velleità bellica fino alla sua condensazione in minutissime, intime, eteree, amniotiche, circolari e sintetiche goccioline ambient di burzumiana memoria.

Zahn tratteggia confini minimalisti quanto mai labili ed esplicitamente malinconici, pulviscolari, extrasensoriali e space ambient, nei quali perdersi completamente, al punto di trasformarsi in polvere, nella sua consistenza inafferrabile, microscopica, infinita, arida e simbolica, andando a modificare i nostri equilibri e costringendoci a dissimulare corazze sonore sotto le quali nascondere il nostro malessere quotidiano.

https://www.facebook.com/zahn.band/

Tracklist:

1. Zerrung

2. Pavian

3. Tseudo

4. Gyhum

5. Schranck

6. Lochsonne Schwarz

7. Aykroyd

8. Staub

Membri della band:

Felix Gebhard: chitarra

Chris Breuer: basso

Nic Stockmann: batteria

Credits:

Elettronica su Gyhum e pianoforte su Staub di Felix Gebhard. Lapsteel guitar su Tseudo e Aykroyd di Chris Breuer. Batteria aggiuntiva e tamburello su Pavian di Peter Voigtmann. Chitarre e sintetizzatori aggiuntivi su Pavian e Staub di Fabian Bremer. Chitarre aggiuntive su Zerrung di Wolfgang Möstl. Sintetizzatori su Lochsonne Schwarz e Tseudo di Alexander Hacke. Sassofono su Gyhum e Aykroyd di Sofia Salvo.

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