Intervista a Maurizio Solieri

Un altro grandissimo musicista italiano ci ha gentilmente concesso un’intervista. Si tratta di Maurizio Solieri, storico chitarrista di Vasco Rossi e della Steve Rogers Band. Solieri ha inoltre scritto molte delle melodie cantate da Vasco Rossi fino al momento della loro separazione definitiva, avvenuta nel 2014, alla quale è seguita una breve apparizione al Modena Park nel 2017. Nel 2010 ha pubblicato il suo primo disco da solista, Volume One, mentre il suo ultimo lavoro è Dentro e Fuori dal Rock ‘n’ Roll, del 2018.

FOTOGRAFIE ROCK: Ciao Maurizio, come stai? Possiamo darti del tu?

MAURIZIO SOLIERI: Assolutamente, odio i formalismi. Molti mi chiamano ‘maestro’, a me fa un po’ sorridere, non mi sento così. Comunque sto bene, sono in un periodo di tranquillità, comincerò a fare un po’ di serate verso fine Aprile, quindi per adesso cerco di tenermi impegnato in qualche altro modo, non riesco a stare fermo. Vado spesso in studio di registrazione a Bologna, a dare una mano ad un mio amico che sta facendo un disco.

Hai già fissato, quindi, le date del tour?

Oddio, mi piacerebbe chiamarlo tour… ho alcune serate già fissate, quando uscirà il calendario completo lo pubblicherò sui social, tanto ormai funziona così.

I tempi sono cambiati.

Sì, ma in peggio, secondo me. Per un ragazzo giovane, adesso, è molto più semplice farsi pubblicità. Con un po’ di tecnologia puoi farti conoscere, pubblicare dei demo o dei video. Ma io sono di un’altra generazione e ho sempre fatto il musicista, l’autore, il chitarrista, l’arrangiatore. Sì, mi divertivo ogni tanto a fare i manifesti promozionali, ma non ho mai dovuto promuovermi in prima persona facendo dei video. Ogni tanto uso anch’io i social per mantenermi in contatto con i miei fan, ma non quotidianamente. Preferisco pubblicare ogni tanto qualche immagine in cui sono con gli amici, qualche mangiata in trattoria.

Ad esempio ieri ho condiviso un paio di foto del pranzo con Mimmo Camporeale e con un mio vecchio amico di Milano, Fabio Nosotti, che è un grandissimo fotografo; negli anni ha fotografato tutti, dai più grandi italiani, a Tom Petty, ai Rolling Stones, a Bruce Springsteen, oltre ad aver fatto la prima copertina della Steve Rogers Band nell’86. Ci siamo rincontrati l’anno scorso a Locarno, in Svizzera, dove c’era una manifestazione di due giorni intitolata ‘City of Guitars’, per dire che basta valicare il confine per trovare eventi interessanti ed un rispetto per il musicista che forse da noi non c’è. A quell’evento era presente anche Billy Gibbons degli ZZ Top, al quale regalai il mio vinile.

Per gli ZZ Top hai anche aperto un concerto.

Sì, nel 2010 a Piazzola sul Brenta.

Hai suonato anche in apertura di alcuni concerti dei Deep Purple e degli AC/DC, giusto?

Sì, quando feci il mio primo disco solista, Volume One, lavorai con l’agenzia ‘Barley Arts’ di Claudio Trotta, e capitò che durante le operazioni di missaggio del mio disco venne in studio un collaboratore di Trotta, che sentì il mio materiale. Si entusiasmò a tal punto da chiedermi se sarei stato disposto ad aprire una settimana di concerti italiani dei Deep Purple. Ovviamente non ci ho pensato due volte, anche se ritenni opportuno presentarmi con una band di tutto rispetto per scongiurare eventuali critiche da parte di un certo tipo di pubblico rock italiano.

Quelli che ‘snobbano’ Vasco e chiunque abbia lavorato con lui.

Feci i miei quaranta minuti di show accompagnato dal Gallo al basso, dal batterista di Zucchero, Adriano Molinari, da Michele Luppi alle tastiere e alla voce, da Mimmo Camporeale, altra colonna portante della Steve Rogers Band…

Una band di tutto rispetto. Abbiamo accennato al pubblico dei giorni nostri, com’è cambiata la situazione nel panorama rock degli ultimi anni?

C’è un pubblico di qualità, che è diventato di nicchia, ma viviamo in tempi assurdi, ormai tutti si sentono protagonisti e la cultura, purtroppo, viene messa da parte. C’è un menefreghismo totale. La cosa di cui si preoccupa maggiormente la gente è apparire e qui torniamo al discorso dei social network. Io sono presente sui social, però non ho l’ansia di pubblicare qualcosa ogni giorno, come dicevo prima. Ho un amico che mi curerà la parte social, per farla rendere al massimo delle potenzialità, perché il pubblico, specialmente quello più giovane, è molto attento a queste cose e quindi si è costretti a rimanere al passo coi tempi. Ma non fa parte del mio essere.

È diventato un mestiere a parte e naturalmente, per chi fa il musicista e ama suonare, questo aspetto può diventare noioso.

Io non ho un ego così grande, preferisco non prendermi sul serio e fare tutto con una certa dose d’ironia. Invece, molti personaggi giovani, soprattutto del panorama musicale odierno, quello che artisticamente vale poco o niente, tendono a prendersi troppo sul serio.

Ti riferisci alla scena indie italiana?

Sì, che poi la parola ‘indie’ una volta rappresentava una serie di locali e di musicisti, che facevano un genere ben preciso al di fuori del mainstream e delle radio.

Sì, perché ‘indie’ vuol dire ‘indipendente’, quindi estraneo alle maggiori etichette discografiche.

Esatto, adesso, invece, i cosiddetti ‘indie’ sono diventati i ‘fighetti’ e alla fine, quando vai a sentire i dischi, c’è ben poco. Non per parlare sempre male dell’Italia, ma in America, in Inghilterra, in nord Europa, chi fa un genere musicale ben preciso, qualunque esso sia, lo fa bene. Ci sono musicisti giovanissimi, bluesman di vent’anni che imitano Johnny Winter, anche nel modo di vestire, ma lo fanno bene, perché hanno una cultura musicale con delle radici ben precise, che rielaborano mettendoci del loro. Lady Gaga, ad esempio, è una cantante in grado di fare più generi, dallo swing degli anni ‘40, al country, al pop, perché ha una cultura musicale a 360 gradi. Ricordo un suo duetto con Sting, al Madison Square Garden, davvero impressionante. Anche il film A Star is Born mi è piaciuto tantissimo, mi ha davvero commosso, e la canzone Shallow è meravigliosa. Lei è stata spesso presa in giro, ma averne di cantanti come Lady Gaga qui in Italia! La chiave del successo sta nel continuare a scrivere le grandi belle canzoni tradizionali, con il proprio stile credibile, mischiandolo anche con l’elettronica, perché no, ma facendolo con qualità. E in Italia, purtroppo, questa cosa si è persa.

L’importanza della tradizione come bagaglio culturale, amalgamata ad un proprio stile personale, per evitare di cadere nell’imitazione.

In Italia siamo pieni di cantanti bravissime tecnicamente, ma tutte uguali, senza uno stile personale, non si sente mai qualcosa di diverso, una voce riconoscibile. Però ecco, la mancanza di cultura è la cosa che m’intristisce di più.

Per quanto riguarda gli ascoltatori, invece, c’è una mancanza di cuoriosità, manca la voglia di andare a cercare un qualcosa di diverso da ciò che già si conosce.

Infatti, al punto che se ho del bel materiale me lo devo produrre da solo, a spese mie, promuovendolo soprattutto con i live e vendendo alla fine non chissà quanti dischi, perché ormai si trova tutto sulle piattaforme di streaming. Non per parlare sempre del passato, ma fino ad una decina di anni fa si riusciva ancora a raggiungere un pubblico di nicchia, che alla fine dava anche più soddisfazioni. C’erano anche molti più locali in cui suonare. Fino al 2009/2010, con la Notte delle Chitarre, che raggruppava alcuni dei più grandi chitarristi italiani, fra cui Cesareo, Ricky Portera, Poggipollini, Max Cottafavi e con le Custodie Cautelari, suonavamo dappertutto ed era bellissimo. Ci divertivamo molto. Quando capita ancora oggi, ogni volta è una grande festa, ma sta diventando sempre più raro.

Un vero peccato, perché poi ci si lamenta del fatto che in Italia non ci siano eventi interessanti o musicisti bravi, ma in realtà non è così. Manca la curiosità nell’andarseli a cercare, ma siamo pieni di gente talentuosa. Ne hai già menzionati alcuni, ci dici altri nomi di tuoi colleghi che stimi particolarmente?

Ce ne sono tanti e non sono uno che riesce a fare discorsi assolutisti, ci sono sonorità diverse e stili diversi. Anche per quanto riguarda le strumentazioni, non riesco a dire che una chitarra è in assoluto migliore di un’altra, perché dipende dalla funzionalità che ha in quel momento, a cosa la si applica. Io apprezzo chiunque faccia della bella musica, anche dei generi più diversi, comunque fra i miei colleghi posso citare sicuramente Ricky Portera, col quale sono cresciuto insieme, ci conosciamo da quando avevamo quindici anni, Davide ‘Cesareo’, con il quale c’è un’amicizia trentennale, Luca Colombo, grandissimo session man, Chicco Gussoni, Federico Poggipollini, Max Cottafavi, Mario Schilirò, chitarrista di Zucchero e non solo, ma anche alcuni giovani come il chitarrista del Modà, Enrico Zapparoli, che ho sentito suonare l’anno scorso ad Asti proprio nella ‘Notte delle Chitarre’, ce ne sono tantissimi.

Anche gente meno famosa, che ama la musica, che suona bene e che si è creata una carriera. E comunque bisogna restare sempre sul pezzo, perché non ti regala niente nessuno.

È più difficile vivere di musica oggi, o lo era di più trent’anni fa?

Secondo me era più facile in passato. La chitarra elettrica, in quanto riconoscibile per gli assoli e i riff, non è che non esista più in Italia, ma i dischi, da diversi anni ormai, non prevedono più assoli di chitarra. Perciò non riesci più a distinguere me, Ricky, Cesareo. Eravamo artisti riconoscibili nei dischi perché, per gran parte delle nostre carriere, abbiamo suonato con delle sonorità e dei fraseggi ben precisi. Ai miei tempi, chitarristi come me, come il già citato Portera, come Franco Mussida, come Alberto Radius, hanno dato alla chitarra rock italiana uno stile ben preciso, avendo avuto la libertà di esprimere se stessi all’interno delle canzoni. Adesso non è più così.

Si è perso il virtuosismo dell’assolo?

Di virtuosi ne abbiamo fin troppi, perché con le scuole di musica, che al giorno d’oggi proliferano, i ragazzini vengono subito istradati verso un uso corretto dello strumento. Sono tutti preparatissimi, ma non li distingui l’uno dall’altro, sono molto scolastici. Io ho cominciato a suonare a 10 anni, ascoltando i dischi che mi portava mio fratello dall’America, con una chitarra da 8000 Lire, cercando di riprodurre gli arpeggi di Elvis o quelli di ‘The House of The Rising Sun’ degli Animals, o dei Beatles e dei Rolling Stones. Ho imparato a orecchio.

Sei un autodidatta.

Assolutamente, anche perché quando ho iniziato a suonare non c’erano scuole di musica importanti, c’era solo il conservatorio, dove si studiava la chitarra classica. Poi, alla fine degli anni ‘70, è iniziato il mio percorso con Vasco. Ascoltavamo gli Stones, Springsteen, i Queen, i Kiss , Eric Clapton, i Genesis. Lui è sempre stato un cantautore, poi ad un certo punto abbiamo iniziato anche io e Massimo Riva a collaborare, con l’aiuto anche di Guido Elmi, di Tullio Ferri e tanti altri, scrivendo delle musiche sulle quali Vasco innestava i testi. Spesso capitava che mi dicesse “Allora Solieri, il solo di chitarra dovrebbe partire così” e mi cantava le prime tre note, dandomi un’indicazione, perché il nostro concetto era sempre stato quello che l’assolo di chitarra dovesse essere una prosecuzione della melodia della canzone. Non in tutti i brani, ovviamente, però pezzi come Albachiara oppure Ogni Volta, avevano dei soli di chitarra che partivano un po’ come la melodia e anche nei miei dischi da solista mi piace sviluppare questo concetto.

Ciò ti ha sicuramente reso riconoscibile, come dicevamo prima.

Sì, il complimento che ricevo più volentieri è sentirmi dire di avere uno stile riconoscibile.

È una cosa molto importante, per un musicista.

Soprattutto se ciò avviene spontaneamente, senza andare a ricercare uno stile costruito. Credo di essere una persona che non vive di se stessa, non ho un ego smisurato e chi mi conosce lo sa bene. Però, logicamente, non appartenendo alla scena indie, non mi presento con la maglietta sgualcita e strappata ad arte, ma essendo cresciuto con band come gli Aerosmith, mi presento sul palco con un certo tipo di look, conforme a quella che è la parte che interpreto nel momento in cui mi esibisco. Lo noto anche negli altri artisti, quando vado a vedere i concerti rock. Non puoi presentarti con la maglietta scolorita o i pantaloni militari, se fai un certo tipo di rock. Naturalmente i Pearl Jam lo possono fare, perché rientrano in un’altra categoria e mi piacciono anche molto. Non è che io ascolti solo il rock tradizionale o quello mainstream. Io ascolto le canzoni. Ad esempio i Foo Fighters sono un’altra band che mi piace tantissimo, sono eccezionali, gente brava, anche dal punto di vista umano. Nel loro ultimo disco si sentono le influenze dei Beatles, ci ho sentito proprio il White Album e i giri armonici dei Beatles.

Lo stesso Paul McCartney ha suonato la batteria in uno dei brani di Concrete and Gold.

Esatto. I Foo Fighters fanno davvero musica di qualità.

A quali concerti hai partecipato recentemente?

Amo molto il Lucca Summer Festival, anche se il calendario di quest’anno non mi entusiasma, dato che hanno inserito anche il ragazzo che ha vinto X Factor. L’anno scorso ho visto gli Hollywood Vampires: eccezionali. Ci sono andato con mio figlio Eric, come Eric Clapton, che ha 14 anni e suona la batteria; ascolta i Led Zeppelin, gli Aerosmith, i Metallica, i Van Halen. Non glieli ho imposti io, ha questa passione per la batteria e vuole diventare un batterista. Comunque devo dire che Johnny Depp è un bel personaggio, anche se cerca di imitare un po’ Keith Richards nello stile, ha anche cantato un paio di pezzi, è molto affascinante. Joe Perry, anche lui bravissimo, molto più motivato con gli Hollywood Vampires che con gli Aerosmith; è uno dei miei punti di riferimento, sia per le strumentazioni che per il look. Sempre a Lucca ho visto Lenny Kravitz, gli Steely Dan, gli Eagles nel 2001. La piazza di Lucca ha un’acustica eccellente, conterrà circa 7000 persone, non c’è il caos dei concerti negli stadi, che non amo come location, non ci vado più. Frequento al massimo i palasport, dove ho visto ad esempio i The Who due anni fa, ma comunque mi tengo a debita distanza, non mi piace stare in mezzo al casino e mi muovo all’interno della venue per trovare il punto in cui ci sia l’acustica migliore.

Anche perché i palasport, così come gli stadi, non sono progettati per la musica.

Infatti, tant’è che nel tour indoor che facemmo con Vasco nel 2009/2010, per ovviare a questo problema, ci dotammo di in-ear monitor e posizionammo gli amplificatori lontano dal palco, all’interno di casse isolate per evitare la dispersione del suono.

Parlando di strumenti, hai qualche chitarra alla quale sei particolarmente legato?

Amo molto le chitarre vintage, mi piace il loro odore di legno, come di mobile antico, mi comunica sempre una grande emozione ed un grande amore per questo strumento. Soprattutto le semi acustiche, ho una Gibson 330 del 1968 Sunburst, ce l’ho da vent’anni, quando apro la custodia, ancora adesso, sento il profumo del legno d’epoca. Poi ho un’altra bellissima Gibson, una SG Junior del ‘65 e molte altre. Lo strumento va vissuto anche come oggetto, deve calzarti quando lo imbracci. Deve essere un po’ come una donna, ne ricorda proprio le forme, non sono certo il primo a dirlo.

Un assolo è un po’ come un amplesso.

Sì, certo. Comunque la prima chitarra elettrica che ho avuto era una Eko da 35000 Lire e si chiamava X27, non ce l’ho più perché a mano a mano che crescevo, rivendevo quella che possedevo per comprarne una che valeva un po’ di più e così via. Non potevo permettermi di avere più di una chitarra, pagavo a suon di cambiali!

Prima hai menzionato Massimo Riva, che ricordo hai di lui?

Di Massimo, così come di Vasco, ho dei bellissimi ricordi. Con Vasco ci conoscemmo in radio nel ‘77, quindi per anni abbiamo fatto la vera gavetta insieme. Ci trasferimmo a Bologna: io, Vasco e Riva e vivevamo nello stesso appartamento, facevamo la cassa comune per fare la spesa, viaggiavamo insieme. Siamo stati insieme per decenni, Vasco si divertiva molto a vedere noi della band, me, Massimo soprattutto e Mimmo Camporeale, che facevamo le imitazioni, facevamo i cretini a tavola dopo i concerti. Ci siamo sempre divertiti, abbiamo fatto tante collaborazioni in studio, tante canzoni, tante soddisfazioni, mille cose positive. Con Massimo c’era ancora più confidenza perché lavoravamo insieme nella Steve Rogers Band, che era nata come band di Vasco e che poi ebbe vita propria. Ricordo che nell’anno di maggior successo della band, nell’88, il periodo di Alzati la Gonna, giravamo con un pulmino senza aria condizionata, soprannominato ‘Il Fuocano’, dove viaggiavamo in sei, sette persone, con il motore centrale, quindi morivamo di caldo! Quelle erano tournée vere, si partiva da Bologna, poi si andava a Rimini, Ancona, si faceva tutta l’Adriatica fino in Abruzzo, Puglia e attraversando la Calabria si arrivava in Sicilia, posto che amavamo molto; è stato un periodo bellissimo. Di tutto questo parlo anche nel libro che ho pubblicato con la Rizzoli, nove anni fa, e che si chiama Questa Sera Rock N’ Roll. Comunque di Massimo posso raccontarvi di grandi canzoni scritte insieme, ma anche di grandi risate, di grandi mangiate. Non siamo mai stati depressi, ormai essere depressi è sinonimo di essere fighi.

Unendo l’alternative alla depressione si è creato un genere.

Noi non eravamo così, eravamo una vera band di rock n’ roll che andava in tournée. Ci permettevamo hotel di super lusso anche se non avevamo i soldi, spendevamo tutto quello che avevamo, grandi ristoranti, grandi locali, molte ragazze. Però la musica era sempre la prima cosa, non a caso passavamo mesi in studio di registrazione, buttando giù i pezzi, Massimo faceva i testi e anche alcune musiche, io magari cambiavo qualche accordo, inserivo un bridge. Anche adesso amo ancora molto scrivere canzoni, io mi occupo della musica e per i testi mi piace lavorare con Michele Luppi (attuale tastierista e corista degli Whitesnake ndr), che scrive dei bellissimi testi in inglese e fa anche degli splendidi arrangiamenti, oppure con Lorenzo Campani, che è il cantante della SolieriGang, anche lui scrive dei gran bei testi. È sempre bella la collaborazione musicale.

In quel pulmino il motore era la passione per la musica.

Sì, ne ridiamo ancora adesso del Fuocano. Mi ricordo che andavamo a Taormina in quei locali meravigliosi, all’aperto, sotto le palme e stavamo lì fino alle otto del mattino.

Una vita spericolata, insomma.

Ma neanche tanto, alla fine ridevamo, bevevamo qualcosa, avevamo il nostro gruppetto di ragazze, conosciute sul posto, con le quali poi si andava in hotel… Più che spericolata era una vita divertente. Non eravamo depressi, abbiamo sempre fatto tutto ridendo e scherzando. Viaggiavamo, mangiavamo, avevamo chi guidava per noi, non era una vita spericolata, perché non abbiamo mai corso dei rischi.

Non erano comunque spostamenti confortevoli e comunque lavoravate sodo e con fatica. Però immaginiamo che a fine serata o a fine tour il sacrificio fosse ampiamente ripagato dalle soddisfazioni e dal divertimento.

Certamente, poi continuavamo a frequentarci anche a tour concluso, perché siamo nati come amici che poi sono diventati collaboratori e colleghi. Ancora adesso è sempre una festa quando faccio le prove con la mia band per qualche serata e poi si va fuori a mangiare insieme. Ma non il panino triste, proprio belle mangiate e poi ci si rimette al lavoro.

Quello che muoveva il tutto era quindi l’amicizia che c’era in primis, coadiuvata dalla passione per la musica, che era diventata un lavoro.

Sì, alla fine siamo diventati professionisti, ma il tutto è nato con l’amicizia.

Maurizio, un’ultima domanda: c’è un assolo di chitarra, tuo o dei grandi classici del rock, che ami particolarmente e che ancora oggi non ti sei stancato di suonare?

Per quanto riguarda i classici, mi piace suonare i pezzi dei Led Zeppelin, dei Queen, però gli assoli non li riproduco mai uguali agli originali, non replico nota per nota, seguo lo stile, ma lo faccio mio. Amo molto anche i chitarristi ritmici, come Keith Richards, Pete Townshend, un pezzo che faccio sempre dei The Who è Won’t Get Fooled Again, poi naturalmente adoro Jimi Hendrix, Eric Clapton, Jeff Beck, però come dicevo, i loro soli li faccio alla mia maniera. Invece, per quanto riguarda gli assoli nei brani di Vasco, uno di quelli che amo di più è Lo Show, quello va suonato uguale all’originale, nota per nota, perché ha una sequenza armonica ed una costruzione che fa parte della canzone, non si può improvvisare.

Grazie mille Maurizio, ci vedremo sicuramente in una delle date del tuo tour.

Grazie a voi e a presto.

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