Deep Purple: recensione di Splat!

Deep Purple

Splat!

(earMusic)

3 luglio 2026

genere: hard rock, fusion, blues rock, southern rock, funk rock

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Recensione a cura di Marco Calvarese

Poche storie: se esistesse un Monte Rushmore dell’hard rock e dell’heavy metal, vi sarebbero scolpiti Led Zeppelin, Black Sabbath, Motörhead e Deep Purple. Il fatto che questi ultimi siano gli unici tuttora in attività rende l’ascolto di Splat!, la loro ventiquattresima opera discografica, quasi un dovere morale.

Una volta esaurite, però, quelle strane vibes che mi prendono sottopelle quando sono di fronte a un logo leggendario, rimetto i piedi per terra e mi ricordo che l’anagrafe dei Deep Purple oggi recita così: i veterani sono sulla soglia degli 80 e i “nuovi” devono fare le veci di gente come Lord e Blackmore. Impietoso, ma realistico.

Poi mi decido a premere il tasto play e… niente, voglio correre a dirvelo subito: Splat! è un disco meraviglioso. Per gustarlo appieno, però, occorre calarsi nel giusto mood: immaginarsi non sotto il palco di Tokyo, ma al tavolo di un fumoso locale blues, con un bourbon in una mano e una sigaretta alla Jigen nell’altra. Se riuscite, chiudendo gli occhi e inforcando le cuffie, a creare quest’atmosfera, vi assicuro che Splat! non prenderà la polvere nella vostra collezione.

Ha tutte le doti necessarie per essere un grande album: nostalgia, modernità, classe, ispirazione, varietà, armonie stupefacenti e doti straordinarie dei singoli. Gillan ha sostituito all’estensione vocale la versatilità e la modulazione; Paice ha un orecchio invidiabile e una raffinatezza da jazzista; i “nuovi”, Don Airey alle tastiere e Simon McBride alla chitarra, hanno portato freschezza e novità, senza contraffare, anzi esaltando, l’accento musicale dei Purple.

Ecco che note funk, fusion, folk e rock’n’roll si mescolano con le reminiscenze del Mark II e non si skippa semplicemente mai. Ciò che più mi piace in Splat! è l’attitudine jam: ho notizia che l’abbiano registrato tutti insieme in sala prove, ogni volta in studi di registrazione diversi, sparsi per il mondo. Poi Gillan ci ha messo la voce.

Dunque zero artifici, tracce separate o sovraincisioni, e ogni traccia mostra un’aria diversa: vi assicuro che si sente. Il prodotto finale è classe cristallina, quella di sempre, con il sound e le strutture di sempre, solo rivisitati e opportunamente ricalibrati.

La cavalcata che apre Arrogant Boy già mi fa capire che qui non si scherza: sti ragazzoni hanno ancora voglia di graffiare. Qui il valore aggiunto è l’assolo di McBride e già inizio a sentire quel brivido, quel caratteristico fondersi, contrappuntarsi e inseguirsi di tastiera e chitarra.

Diablo regala un impatto più immediato e lineare, ma la classe sincopata di Paice, in apertura, e il contributo del chitarrista country Keith Urban durante l’assolo conferiscono alla traccia un aroma southern che aleggerà con discrezione lungo l’intero disco.

Aroma che reclama un posto in prima fila, invece, The Rider: qui la vocazione blues dei Deep Purple viene riletta e interpretata attraverso un sound vagamente Allman Brothers. Ne scaturisce la mia prima vertigine da sindrome di Stendhal.

The Lunatic ci offre il primo assaggio di tecnica assoluta e atmosfere più cupe: il rimando a Perfect Strangers è immediato, ma poi Paice si erge a vero convitato di pietra e spariglia le carte, spezzando, sincopando, aggiungendo fill sorprendenti e regalando emozioni. In fondo, il segreto dei Purple è sempre stato quell’anima blues-jazz in cui si fondono diverse vene artistiche, dove tutti lavorano di squadra ma hanno facoltà di ritagliarsi il loro momento.

Se la melodica The Only Horse in Town e, più avanti, la narrativa My New Movie rappresentano l’anima più radiofonica e, forse, più esile del platter, da qui in avanti sarà un crescendo di emozioni che ogni appassionato di musica dovrebbe assicurarsi.

Sacred Land riprende il filo interrotto con The Lunatic, calcando l’impronta hard di Splat!: ritmo marziale, chitarra distorta, fusione di suoni e una tastiera orientaleggiante che corteggia la chitarra, più che accompagnarla.

Tenetevi forte, perché ora inizia una sequenza da urlo: ve la offro tutta d’un fiato. In The Beating Of Wings incontriamo il primo, vero blues, su cui Paice swinga, la tastiera si mette sullo sfondo e la chitarra aggiunge di nuovo quell’accento southern, senza mai venir meno alla melodia britannica.

Guilt Trippin’ è il brano più scanzonato del repertorio: prendete un main riff old style, piantateci Ian Gillan che canta come se si fosse preso una sbronza insieme ad Axl Rose, aggiungete un dialogo frenetico tra un piano alla Jerry Lee Lewis e un chitarrista fusion e tutti sembrano divertirsi un mondo. Solo i Deep Purple possono fondere sfrontatezza ed eleganza in questo modo.

Scriblin’ Gib’rish suona ancora più jam-oriented, ruota intorno al leggero controtempo condotto da McBride e Paice, che conferisce tanto groove all’ascolto, mentre la parte strumentale ci regala un succoso prog da palati raffinati. Chiude la parentesi “allegra” Jessica’s Bra: come rendere l’idea? Provate a immaginare ancora Jerry Lee Lewis al piano, superospite insieme a Flavio Premoli alle tastiere, intento a riarrangiare insieme ai Deep Purple Strange Kind Of Woman in chiave funky. Se non ci riuscite, ascoltatela e mi saprete dire: stupenda!

Adesso abbassate le luci, perché va in scena una clinic blues. Third Call, tecnicamente, è spaventosa: il pattern imposto da Paice è molto eccentrico, così come la chitarra in modalità “falsa tastiera” a supporto dell’assolo Hammond. L’effetto è ipnotico: pura estasi per gli amanti del genere.

Detto della “leggerina” My New Movie, che si lascia notare solo grazie a una citazione di Bach ad opera di Airey, ci attende il gran finale con la title track che non ti aspetti.

Splat! è l’anima funky dei DP 2026, in cui McBride, dopo aver giocato con i suoi compagni, si prende la scena e mostra la sua vera attitudine. Forse un po’ debole come closer, ma il messaggio sembra quasi un’apertura al futuro, una promessa di altri esperimenti.

Gli ultimi superstiti del Monte Rushmore non ne vogliono sapere di entrare nei libri di storia perché, come i più grandi bluesmen e jazzisti, a 80 anni sanno ancora spiegare musica, e io non ho alcuna voglia di perdermi la lezione. E voi?

Tracklist:

1.Arrogant Boy. 2.Diablo. 3.The Rider. 4.The Lunatic. 5.The Only Horse in Town. 6.Sacred Land. 7.The Beating of Wings. 8.Guilt Trippin’. 9.Scriblin’ Gib’rish. 10.Jessica’s Bra. 11.Third Call. 12.My New Movie. 13.Splat!

Line-up:

Ian Gillan – Voce, Simon McBride – Chitarra, Roger Glover – Basso, Ian Paice – Batteria, Don Airey – Tastiere

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