Exodus: recensione di Persona Non Grata

Exodus

Persona Non Grata

Nuclear Blast Records

19 novembre 2021

genere: thrash metal

_______________

Recensione a cura di Marco Calvarese

Si è fatta desiderare la nuova fatica degli Exodus, prima per gli impegni paralleli di Gary Holt, poi a causa della pandemia e la malattia di Tom Hounting, ma l’attesa di un seguito dell’ottimo Blood In Blood Out non è stata vana: la promessa di furia cieca contro ogni Persona Non Grata è stata largamente soddisfatta.

Le aspettative erano altissime, inutile girarci intorno; vuoi per i continui rinvii (il primo annuncio di un nuovo ingresso in studio di registrazione risale al 2017), vuoi per il ritorno di Steve Souza al microfono e vuoi soprattutto per il bisogno di una scossa di assestamento dopo l’esplosione tellurica dell’album precedente.

Beh, vi assicuro che già dopo l’ascolto dei primi dieci minuti ogni dubbio è stato fugato; era chiaro che avevo fra le mani un altro disco da maneggiare con cura e custodire con il dovuto riguardo. Il solco è ormai tracciato, profondo abbastanza da non ammettere deviazioni, ma non tanto da non lasciare libero sfogo alla verve compositiva che rende appetibile ogni prodotto targato Exodus.

Bando alle ciance: si parte col turbo sin dalla titletrack, che ruota intorno a un riff acido e ossessivo, giocandosi tutto sulla stessa scala e soprattutto sui cambi di tempo e di appoggio della batteria: ritmiche ossessive, picchiate sui rullanti, cadenzate e poggiate sui tom nel ritornello, con il doppio pedale e il growl della seconda voce a dare profondità, fino allo stoppato su cui si adagia l’assolo.

Il risultato è travolgente e fa presagire come sarà l’andamento nei successivi momenti della release. Se le ritmiche sostenute fanno da filo conduttore tra i diversi momenti dell’opera, R. E. M. F. ci strangola con un sulfureo dominio di bassi malignamente distorti, trascinandosi in un sound più vicino a quello dei primi Metallica.

Il lavoro alle pelli è impressionante e fraseggia in modo stupefacente con le asce, le stesse che aprono con un dialogo sempre più intimo, fino a fondersi nell’ennesimo riff indovinato e molto Hardwired, come nel brano Slipping Into Madness, dove gli Exodus danno lezione di tecnica sviluppando un bridge che rimanda la memoria ai Pantera e un assolo dal sapore nemmeno troppo vagamente maideniano. Tutto bellissimo.

L’entusiasmo cresce pezzo dopo pezzo e tocca vette inaudite in Elitist, dove il trionfo dei bassi si materializza in una composizione hardcore che, non fosse per i classici cori e assoli tipicamente Exodus, potrebbe comodamente collocarsi nel seminale Undisputed Attitude degli Slayer. In Prescribing Horror, le prolungate frequentazioni di Araya e King hanno travisato l’ispirazione di Holt al punto da generare un mostro di demoniaco thrash che fa tanto Season In The Abyss: si tratta di un anatema contro gli eccessi della scienza, un po’ come fu quello di Max Cavalera in Dead Embryonic Cells, al punto che il cantato assume talora le medesime sfumature dell’ex leader dei Sepultura. Il pianto del neonato a fine brano è la ciliegina sulla torta di un vero distillato di cattiveria.

Il tris di singoli che hanno anticipato la pubblicazione di Persona Non Grata viene poi servito tutto d’un fiato e, dopo aver smaltito la violenza thrash-hardcore di The Beatings Will Continue (un flusso di rabbia senza pari, che fa il paio con il terrificante video che ne ha accompagnato l’uscita), la “banalità del male” di The Years Of Death And Dying come una pietra grezza vi colpirà in pieno viso. Lo schema è ormai rodato e piuttosto semplice: stoppato che si apre in un riff talmente azzeccato da liquefare all’istante il vostro ultimo neurone, ritornello in tapping, coppia di putridi assoli di chitarra e si ricomincia da capo, quando ormai l’headbanging è già partito irrefrenabile.

Clickbait chiude il trittico dei brani già noti con il colpo di grazia: una tirata ritmica senza compromessi, così come il testo di Souza, un rabbioso attacco alle fake del mainstream. Forse l’unico episodio che si concede meno alla melodia, eccezion fatta per il ritornello vagamente Creeping Death.

In fondo, il segreto dell’immediato groove degli Exodus risiede in alcuni capisaldi strutturali del genere: le cavalcate impetuose, il sound definito, i cori vintage e una organizzazione compositiva vincente, amalgamando ogni elemento alla fantasia malata di Gary Holt e alla tecnica dei suoi sanguinosi complici. Che la loro travagliata storia abbia finalmente trovato pace in questa line-up?

La seconda canzone dal titolo italiano, Cosa del Pantano, fa da intro acustico, bucolico e bluesy al thrash & roll dal profumo southern di Lunatic-Liar-Lord, una trascinante alternanza di ritmiche serrate e di mid-tempo groovy, con una sezione solistica a metà tra Molly Hatchet e Metallica che sfuma in percussioni etniche da paludi della Louisiana (come sembra alludere il pantano di cui sopra).

The Fires Of Division è un thrash senza compromessi e senza sbavature, che non si fa mancare nulla, dal palm mute ad un assolo dal sapore Metallica, ma con distorsioni di marca Exodus, mentre Antiseed è una closer emblematica: il cuore di tutto il metallo fuso del thrash metal racchiuso in un brano, come se i Metallica del Black Album avessero preso ripetizioni dagli Slayer di Jeff Henneman e dai Megadeth di Rest in Peace. Semplicemente sconvolgente.

Ecco, non aspettatevi chissà quali alchimie o esperimenti da questi marpioni della Bay Area, ma se come me siete cresciuti a pane e thrash, sappiate che non troverete mai in giro, nel 2021, una band tanto organica, completa, tecnica, travolgente, che vi faccia sudare sangue e vi infonda flebo di violenza pura quanto gli Exodus.

Persona Non Grata affonda le sue radici nell’essenza stessa del suo spartito musicale, sviluppa un fusto solido come sequoia da cui si dipanano ramificazioni verso ogni angolo del thrash metal, producendo frutti prelibatissimi. Ad ogni ascolto vi strapperà via dalla sanità mentale come la pianta del giardino di Poltergeist, in una tempesta neuronica in cui ogni nota ha una sua ragione e si incastra perfettamente con le altre, dove ogni traccia sa saziare gli appetiti più affamati di headbanging senza mai deludere né appiattirsi, forti dei geniali riff di Holt, dei dialoghi fra voci e chitarre e di un eccellente lavoro percussivo e armonico.

Vista la fine dell’era Slayer, gli Exodus hanno le carte in regola per sostituirli nel gotha dei Big Four e nell’immaginario Olimpo dei fan. Provare per credere.

Tracklist:

1. Persona Non Grata
2. R.E.M.F.
3. Slipping Into Madness
4. Elitist
5. Prescribing Horror
6. The Beatings Will Continue (Until Morale Improves)
7. The Years of Death and Dying
8. Clickbait
9. Cosa del Pantano
10. Lunatic-Liar-Lord
11. The Fires of Division
12. Antiseed

Membri della band:

Steve “Zetro” Souza – voce
Gary Holt – chitarre – seconda voce
Lee Altus – chitarre
Jack Gibson – basso
Tom Hunting – batteria – seconda voce

© 2021, Fotografie ROCK. All rights reserved.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.