Guns N’ Roses: recensione di Chinese Democracy

Recensione a cura di Andrea Musumeci

23 Novembre 2008. I Guns N’ Roses pubblicano, per Geffen Records, dopo una gestazione di ben quindici anni, il loro sesto album in studio intitolato Chinese Democracy, L’album più costoso e rimandato della storia della musica, con una modica spesa di produzione di circa 13 milioni di dollari.

Dal 1991, cioè da quando Rose ottenne tutti i diritti sul nome Guns N’ Roses, da un punto di vista pratico e non, il marchio GNR significava soltanto Axl Rose. Perfino il logo era cambiato.

C’è addirittura chi sostiene che la miglior cosa che sarebbe potuta accadere ai Guns N’ Roses sarebbe stato morire attorno al 1991. Ma forse è una visione troppo romantica per chi vorrebbe idealizzare e rendere immortali i propri idoli rock. Chiaramente, non ha senso dilungarsi sulle vicende e vicissitudini legate ai Guns N’ Roses di quel periodo storico.

La band esisteva grazie ad Axl Rose e Dizzy Reed, insieme all’ex bassista dei Replacements Tommy Stinson, Buckethead, un chitarrista che indossava sempre un secchio di Kentucky Fried Chicken in testa, Robin Finck dei NIN, Bryan Mantia ex batterista dei Primus, fino all’ultimo arrivato Dj. Ashba, giovane chitarrista parecchio ispirato dallo stile di Slash, più dal lato emulativo estetico che esecutivo.

Nel frattempo, gli ex membri storici dei Guns avevano proseguito a produrre musica con i loro progetti solisti: Izzy Stradlin con i suoi Ju Ju Hounds, Slash col suo Snakepit e insieme a Duff McKagan e Matt Sorum nel supergruppo Velvet Revolver del compianto Scott Weiland), mentre Axl e i nuovi Guns N’ Roses erano ormai dati per dispersi dal lontano 1999.

Chinese Democracy non era affatto un classico album in stile Guns; immaginate la delusione dei fan di vecchia data della band di Los Angeles. Qualcuno aveva ribattezzato quella nuova line-up con il nomeAxl Rose Band”, oppure “Axl Rose Democracy”. Eppure, questo disco racchiude tutta l’essenza del nuovo Axl Rose, del suo nuovo percorso artistico dal sound più maturo, orchestrale, elettronico e al passo coi tempi, anche semplicemente nel modo di interpretare i brani a livello prettamente vocale: una sorta di industrial rock in stile Trent Reznor e Ministry, mescolato allo spirito dei Led Zeppelin e filtrato attraverso la sensibilità di Elton John.

La canzone d’apertura, nonché titletrack, porta ancora con sé gli strascichi e i riff dei bei tempi, ma già dalla seconda traccia in poi ascolteremo l’identità compositiva del nuovo corso dei Guns N’ Roses. Brani come Streets of Dream, Sorry, Madagascar, If The World, This I Love e Better rappresentano i momenti più alti di quest’opera tanto attesa, al punto da entrare in pianta stabile nella set list dei loro concerti.

Chinese Democracy si chiude con Prostitute, decisamente la traccia più hard rock vecchio stampo dell’intera release, che regala un degno finale a chi aveva storto la bocca ad un primo e poco attento ascolto a quella che rappresenta, a tutti gli effetti, la seconda vita artistica di Axl Rose.

Certo, Axl Rose non era più l’icona sexy di fine anni ’80 e di inizio anni ’90; nel 2008 il suo fisico era evidentemente appesantito (oggi ancora di più), il suo viso sembrava più gonfio rispetto al passato e quel pizzetto da camionista polacco non migliorava di certo le apparenze. Ma il suo range vocale ed il suo carisma sul palco rimasero intatti. Insomma, Chinese Democracy, che piaccia o meno, non sarà mai fantastico come Appetite For Destruction, ma questo credo lo sappia Axl per primo.

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