Immolation: recensione di Descent

Immolation

Descent

(Nuclear Blast Records)

10 aprile 2026

genere: death metal

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Recensione a cura di Marco Calvarese

Ci sono band che semplicemente devi ascoltare e amare, di cui non ti puoi perdere una nuova uscita, a cui devi dedicare il tempo che meritano, lasciarle decantare, poi ascoltarle su supporto fisico e infine amarle ancora di più; tenere il disco nello scaffale più a portata di mano, annusare l’odore del booklet, infilarlo nel lettore (o, se preferite, sul piatto) ogni tanto, perché hai bisogno delle sensazioni che sanno trasmettere.

Sensazioni: non c’è band che mi parli di claustrofobia così bene come gli Immolation, e Descent, la loro mazzata più recente, ne conferma tutta l’attitudine. È un death iper-tecnico, ma non ha il riffing del tech death. Ha strutture delle canzoni assolutamente non lineari, ma non è prog death. È il death formato Immolation e, quando hai il dono di una formula così funzionale, non hai nessun bisogno di cercare altre strade: vai dritto per la tua, sapendo di non temere confronti.

Da qui è bene partire, perché questo mio piccolo contributo non è rivolto a chi ha fame di novità, ma solo a chi voglia approfondire del buon death metal, in una delle sue ramificazioni più sofisticate e tradizionali al tempo stesso. Questa è roba per pogatori raffinati, a partire dall’artwork angelico su sfondo demoniaco (opera di Eliran Kantor), passando per una produzione perfetta: più limpida che in passato, ma senza perdere la resa della putrefazione.

Come fare, da dove cominciare, per farvi capire che sto maneggiando un disco di valore superiore? Siccome non saprei, faccio la scelta più facile: comincio dall’inizio. These Vengeful Winds e The Ephemeral Curse sono già emblematiche, partendo con ritmi elevatissimi per poi alternare mid-tempo e blast beat seguendo la scia delle chitarre, che danzano l’una intorno all’altra in un movimento sinusoidale ed elicoidale, mentre Steve Shalaty percuote ogni spiraglio, disegnando fondamenta ritmiche immaginifiche e colmando le maglie sonore con una colata di fill che non lascia spazio ad aria e luce.

Il suono ti insegue e, quando rallenta, come in God’s Last Breath, ti sorpassa e ti si para davanti come un monolite, non lasciandoti alcuna via di fuga. Ammesso che ne cerchi: gli Immolation non mettono in fila canzoni, scrivono una trama oscura, intricata e terrificante dalla quale non si esce se non dopo l’ultima nota.

E quel che più colpisce è la capacità di non perdere mai il filo, legando tempi e riff in modo fluido ma tenace. Il filo è una doppia elica, il DNA degli Immolation, ed è intrecciato dalle due asce, che disegnano dissonanze, armonizzano contrappunti, si scambiano assoli e poi tornano a fondersi in un letto distorto che accoglie il growl infernale di Ross Dolan.

Il salto di qualità definitivo dell’opera, a mio modesto avviso, si ha con Adversary, perché saper creare una montagna lavica così granitica e, nel contempo, conferire una tale personalità a ogni episodio è classe pura; e quel riff non te lo togli facilmente dalla testa, reso ancor più greve e infernale quando il ritmo rallenta: sembra che due artigli ti afferrino per la barba e ti costringano all’headbanging. Caratteristiche, se possibile, ulteriormente stressate dalla sulfurea e quasi marziale Attrition, dove il blast beat compare solo per porre l’accento su uno dei contrappunti melodici più belli del disco.

Poi, dopo averci dilaniato per bene con i vertiginosi cambi di tempo di Bend Towards The Dark, Host ha il potere di rovesciare la struttura: la scena si apre con uno sfoggio di classe della batteria, a cui il riffing si accoda, quasi adattandosi. L’effetto è primordiale, tribale, mesmerizzante.

A questo punto ti svegli e cerchi di fuggire: la furibonda e martellante False Ascent è davvero una fuga senza speranza verso l’alto, ma quando rallenta ti ribalta la prospettiva e ti rende consapevole che fosse solo un’illusione, che non c’è alcuna ascesa. Solo eterno tormento.

Banished è l’immediata reazione a tutto questo: una chitarra dal suono asciutto e metallico, armonizzata con un violoncello e un pianoforte, è letteralmente la voce della rassegnazione disperata, un lago di metano liquido nel quale cessi di dibatterti e ti rassegni a quell’inferno nel quale la cruenta closer Descent ti scaraventa. Una montagna di piombo e zolfo seppellisce il fortunato ascoltatore e l’assolo conclusivo lo lascia avvolto nelle tenebre dell’abisso eterno.

Sì, perché Descent è diabolico: occorrono almeno cinque ascolti per capirlo fino in fondo, ma poi lascia il segno. È come una pallottola moderna: perfora la tua corazza, ti penetra nella carne e solo dopo esplode, macerandoti da dentro.

Il nuovo album degli Immolation non è alla portata di tutti, ma credetemi: l’unica polvere che vedrà non sarà quella del mio scaffale, ma delle mie ceneri. Non commettete il mio stesso sbaglio: non lo ascoltate, o sarà per sempre.

Tracklist:

1. These Vengeful Winds 2. The Ephemeral Curse 3. God’s Last Breath 4. Adversary 5. Attrition 6. Bend Towards The Dark 7. Host 8. False Ascent 9. Banished 10. Descent

Line-up:

Ross Dolan – basso, voce
Robert Vigna – chitarra solista
Alex Bouks – chitarra ritmica
Steve Shalaty – batteria

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