Live report a cura di Marco Calvarese

14 giugno 2026: Ferrara Summer Festival, musica in piazza, nel cuore di una città meravigliosa. E, quando il palinsesto vede due gruppi emergenti (Game Over e Gaerea) e tre band (Cavalera, Black Label Society e Anthrax), ciascuna delle quali sarebbe headliner ovunque, aprire per il tour d’addio dei Megadeth, tu parti e vai, non importa la distanza né l’età.
Gli ingredienti per una giornata indimenticabile ci sono tutti, anche se sei ore di autobus all’andata e al ritorno so già che si faranno sentire, così come gli effetti del solleone.
E tralasciamo il budello transennato nel quale siamo incanalati per accedere a piazza Ariostea, ma il divieto di acqua (e cibo) all’ingresso lascia sempre perplessi: la sicurezza è capillare rispetto all’ordine pubblico ma, quando si parla della salute di noi “metallonauti”, sembra girarsi dall’altra parte. Per fortuna c’è la Croce Rossa che distribuisce acqua (calda) gratuita a chi entra: il mio grazie più sentito va ai suoi operatori.
L’arrivo, come al solito, è in ritardo, ma la tentazione di viaggiare comodo era troppo forte. La coda all’ingresso, per fortuna, è molto veloce, ma i Game Over li ho sentiti dalla strada. Odio perdermi la musica per la quale mi sono messo in viaggio, ma tutto ciò che ho potuto ascoltare è stato l’entusiasmo del pubblico che ha acclamato il nome dei beniamini di casa: grave mancanza, quella di non averli ancora potuti ammirare dal vivo, a cui prometto di rimediare il prima possibile.
Il colpo d’occhio, all’ingresso del proscenio, è contrastante: il palco è ampio ed essenziale ed è disposto in modo che la bella piazza formi un anfiteatro naturale, con i suoi gradini d’accesso ombrosi che accolgono la maggior parte degli spettatori (vista l’ora e il caldo atroce), ma l’obelisco ariosteo al centro, le impalcature, il gazebo del mixer e persino il bar coprono buona parte della visuale. Chi accede tramite golden pit, invece, gode di un ampio spazio riservato sotto il palco che si va riempiendo.
Gli scenografici portoghesi Gaerea, con il loro post-black atmosferico, “scaldano” l’atmosfera cercando di coinvolgere la platea, con tutti i limiti di un palco così lontano per noi umili prataioli.

Aspetto i Cavalera per testare la resa del suono: le casse sono ben sistemate, giustamente sopraelevate, per far fronte all’ambiente dispersivo. Ora prendete tutte queste criticità e cestinatele per l’ingresso dei Cavalera sul palco, perché la piazza si riempie come per magia alle prime note di Refuse/Resist.
Max regge decentemente la scena e lo strumentale della band è inappuntabile, il mix accettabile anche se il volume è modesto, ma il growl lo accenna di rado e lo “sfiata” più di me. Però la scaletta coincide con la tracklist di Chaos A.D., il pubblico sta celebrando un album leggendario e va oltre: segue il ritmo, osanna e sottolinea i passaggi, i cori, i cambi di tempo repentini.
“Cantami, o diva”, e pazienza se Max non è quello di trent’anni fa: dopotutto, chi lo è? Ecco che, quando parte Biotech, si salta tutti a tempo e, quando la band esce di scena e lascia sospesa nell’aria Territory, si respira elettricità: immancabile, in chiusura, la sua esecuzione, ed è lì che si canta, è lì che vince l’emozione.
Zakk Wylde manda il pubblico in brodo di giuggiole con i suoi Black Label Society, i suoi assoli e il suo “sabbathismo sludgioso” impastato di mash-up, sudore e polvere sudista, agevolato da un mixaggio di qualità. Non sono qui per loro, ma pian piano emerge una bella fetta di metalheads fidelizzati che, invece, cantano e si fanno sotto per Zakk prima ancora che per gli headliner. Birra, hot dog e mi precipito in transenna, o quasi, perché è tempo di thrash, è tempo di ciò che resta del Big Four.
Il compito di tenerne alta la bandiera spetta agli Anthrax, e l’antrace non tradisce mai: sfoggia una prestazione pazzesca e si conferma la band live migliore di sempre. Oltre ai grandi classici anthemici, da Among The Living a Indians, passando per Antisocial, c’è spazio anche per It’s For The Kids, singolo del nuovo album ormai prossimo alla pubblicazione. Tutti animali da palcoscenico, ma una menzione d’onore la riservo a un Belladonna pazzesco, davvero IL vocalist per antonomasia: per me, MVP di giornata.

E ora tocca a Dave.
Siamo tutti in attesa, la tensione si taglia con il coltello; nonostante la stanchezza, l’aria è elettrica, la piazza strapiena e, tutto sommato, sto rivalutando l’organizzazione dall’interno, con acqua, cibo e alcol assolutamente di facile accesso. Potessi dire la stessa cosa dei fonici…
Tipping Point apre il main event, poi i Megadeth ci riversano addosso direttamente i classici, ma quanta confusione di suoni! Hangar 18 e This Is My Life stanno ancora gridando vendetta perché qui il mixer toppa miseramente, mandando persi in un calderone sonoro proprio quei contrappunti e fraseggi tra le asce che hanno definito il sound dei Megadeth. In Train Of Consequences la situazione sembra migliorare, così come in Take No Prisoners, al prezzo di un corposo abbassamento del volume che, purtroppo, segnerà la serata.
Che dire di Dave Mustaine? Nulla che non sappiate già tutti: canta ormai con un filo di voce, ma l’emozione di ascoltarlo dal vivo in questo momento della sua storia è troppa, e tutti se ne fottono. Mentre la grande discografia viene ripercorsa, intervallata da qualche pausa per riprendere fiato e dai brani più catchy dell’ultimo disco, il pubblico supporta Dave e lui, che al microfono non può più fare miracoli, ci ripaga sulla sei corde con una prova sontuosa.
Sweating Bullets alza l’asticella della partecipazione, la sensazione è che tutti vorrebbero che non finisse mai perché sanno che non ci sarà un’altra volta. Mechanix è semplicemente devastante, ma noto che, come me, la gente guarda e canta: poco pogo (almeno dietro la transenna), ma amore sconfinato. Sembra quasi di assistere a una liturgia.
Subito a seguire ci sono Ride The Lightning e il delirio collettivo: una sola voce si leva dalla piazza e sorregge Dave, spingendolo verso il gran finale, in cui i Megadeth tornano sul palco e sparano in modo impeccabile Symphony Of Destruction e Holy Wars. Come e più di prima, tutti cantano e idealmente si stringono nell’ultimo saluto italiano alla leggenda.
Mi decido a defluire da uno dei festival meno riusciti, ma al contempo uno dei più emozionanti cui abbia mai partecipato. Ho pogato, cantato e pianto, non necessariamente in quest’ordine e talora tutte queste cose insieme. Il metallo e, soprattutto, il suo popolo, sono vivi e vegeti.

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