August Burns Red
Season Of Surrender
(Fearless Records)
5 giugno 2026
genere: metalcore, djent, groove metal, crossover-hardcore
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Recensione a cura di Marco Calvarese

Per quanto un vecchio metallaro si sforzi di stare al passo coi tempi e ascoltare un po’ tutto, ciascuno poi ha quei “sottogeneri tabù” che non riesce facilmente a digerire. Per me è il caso del metalcore, ma con un paio di robuste eccezioni e, tra queste, figurano i grandiosi August Burns Red, già in passato da me premiati con la palma platonica di disco dell’anno.
Tecnica sopraffina, riferimenti neoclassici rari come il titanio tra le nuove leve, capacità di tenere insieme impatto immediato, contaminazioni e melodia senza scadere negli schemi scontati del genere: tutto questo mi ha sempre scaldato anima e cuore e sapevo già che sarebbe stato così anche con Season Of Surrender, loro undicesimo LP, fresco di pubblicazione.
Dico a voi, paladini dell’ortodossia: li avete mai ascoltati? Se cercate buona musica, vi leccherete i baffi; se volete qualcosa che vi schianti il torace, è qui; se cercate qualità, inventiva, ispirazione, Season Of Surrender saprà stupirvi. E per i fan? Beh, premesso che io ho amato anche Death Below, qui si viaggia su un piano superiore, forse due.
Intanto perché è un disco molto diverso, più incisivo, violento e rabbioso. Poi perché il classico sound degli August Burns Red non viene disperso, né in alcun modo contraffatto: poliritmia e pattern senza senso, contrappunti tra le asce e voce tra le più violente del genere sono sempre lì (ci torneremo), ma Jake e soci aggiungono ingredienti dal passato e il meglio dei sottogeneri affini, facendo un ulteriore passo avanti in varietà e interesse. E, quel che più conta, senza avvilire l’onda d’urto che esce dalle casse: un treno in corsa.
E allora, se il platter si apre con un jab da fuoriclasse e i pattern semplicemente alieni di Legions, già in The Nameless irrompe (non fa capolino: irrompe) il muro djent, dove le corde si muovono all’unisono e il protagonista assoluto è Matt Greiner, qualcosa di inaudito dietro le pelli. Lui non ha quattro tentacoli al posto degli arti: ha quattro macchine da guerra che distruggono e disegnano mondi.
La costruzione di paesaggi dal fascino infernale si spinge fino al parossismo djent-crossover nella devastante Behemoth: qui arrivo a sentire la melodia tracciata in palm muting e un riffing e uno scream che mi rimandano seduta stante all’ultimo capolavoro dei Judiciary (non li conoscete? Non recitare il mea culpa: rimediate).
Non sarà un caso isolato: c’è un sottile ma nitido filo hardcore che attraversa Season Of Surrender: una sorta di ululato alla luna, di omaggio alle radici del genere, sorretto dal ricorso pressoché costante allo shout da parte di Jake (bravissimo stavolta a districarsi anche oltre il growl) e da dettagli disseminati in ogni traccia.
Come il D-beat che arieggia tra la stupenda Den Of Thieves, dagli accordi heavy-power, e la più orecchiabile, ma non meno articolata e impattante, Sonic Salvation. Oppure nella più tradizionale e lineare Whispers Like Splinters, dove Greiner lascia respirare il disco tra D-beat e blast e sembra dirci che non è solo tecnica fine a sé stessa: gli August Burns Red mostrano la capacità unica di tenere insieme ferocia selvatica e arrangiamenti da conservatorio, coretti metalcore, palm muting a raffica e tapping su scale classiche. Sanno quando scuotere le certezze dell’ascoltatore e quando lasciarlo sfogare.
L’effetto synth atmosferico, ad esempio, fa tirare il fiato: Cerebral Malfunction sembra una vigorosa stretta di mano tra le vibes di Meshuggah e Bullet For My Valentine e fa da ponte verso la parte conclusiva dell’album, dove la rabbiosa e groovy S.O.S. e la iper-tecnica e più melodica New Horizons rappresentano il catalizzatore di tutti gli istinti primordiali e le doti artistiche degli August Burns Red.
Qui Davidson esce dal muro e gira il suo basso in modo sublime, stendendo un tappeto sul quale Brent e Brubaker non si limitano a contrappuntare, ma si scambiano il centro della scena in modo diversissimo, mentre i cambi di ritmo geometrici di Greiner sono il cuore pulsante che definisce la densità e assicura respiro ai due episodi.
Season Of Surrender non è un disco metalcore: è l’amalgama perfetta tra hardcore, groove, progressive e neoclassical metal, dosati e mescolati in modo unico, con la sapienza di uno chef, e impiattati con una classe senza eguali.
È dadaismo su pentagramma, che trova il suo compendio nella closer Forged by Failure, in cui gli August Burns Red fanno ciò che gli riesce meglio: alternando breakdown a momenti atmosferici, intrecciano le trame sonore disegnate da ciascuno fino a formare una divisa aderente, disperante e, insieme, protettiva. Un rifugio e una gabbia che sfumano in un synth che non lascia vie d’uscita.
E se neppure la “stagione della resa” narrata dagli August Burns Red riesce a muovere le corde dei vostri sentimenti, preoccupatevi: forse siete già morti dentro. Imperdibile.
Tracklist:
1. Legions (feat. Mike Hranica – The Devil Wears Prada) 2. The Nameless 3. Behemoth 4. Den of Thieves 5. Sonic Salvation (feat. Jamie Hails – Polaris) 6. Cerebral Malfunction (feat. Make Them Suffer) 7. Tear of the Clouds 8. Whispers Like Splinters 9. S.O.S. 10. New Horizons 11. Forged by Failure.
LINE:UP:
Jake Luhrs – voce, JB Brubaker – chitarra, Brent Rambler – chitarra, Dustin Davidson – basso, Matt Greiner – batteria

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